Angela Merkel (dx) e Annegret Kramp-Karrenbauer (sx) - Keystone
Commento
10.12.2018 - 21:570

Angela e Annegret difficile eredità

Da Merkel a una 'mini Merkel', com'è definita Kramp-Karrenbauer, non solo per la statura o per il fatto di essere stata la governatrice della Saar, il più piccolo Land del Paese

Era stato il suo predecessore socialdemocratico Gerhard Schroeder a teorizzare che in Germania “senza il controllo del partito non si può rimanere cancelliere”. Così avvenne puntualmente nel 2005, quando perse la guida dell’Spd. Una regola che Angela Merkel aveva fatto propria gestendo personalmente la Cdu per ben diciotto anni. Con l’improvvisa decisione di contraddire questa profonda convinzione, annunciando la rinuncia alla presidenza del partito democristiano mantenendo però quella di capo del governo, aveva dunque deciso di affrontare un grosso rischio.
Il rischio, se al congresso di Amburgo avesse vinto il suo eterno rivale Friedrich Merz, di infilarsi in una impossibile coabitazione.

Convinto di poter riconquistare “almeno la metà” dei voti democristiani finiti nel paniere elettorale di “Alternative für Deutschland” – partito populista con forti venature nostalgiche e decisamente euro-fobico – il milionario Merz avrebbe spostato ancora più a destra la linea politica della Cdu, contrastato pesantemente le iniziative della “cancelliera del compromesso”, accresciuto il già consistente tasso di contestazione interna, così rendendo impossibile la loro convivenza. Pericolo scampato, almeno per ora. La maggioranza dei 1’001 delegati della Cdu ha infatti consegnato il timone del partito (anche se di misura) ad Annegret Kramp-Karrenbauer, chiamata anche Akk, la cattolica 56enne, tre figli, volontà di ferro e scarso carisma, che esprime l’anima più sociale del partito (salario minimo, tasse per i più ricchi), ma anche posizioni meno aperte sul tema dell’immigrazione e dei matrimoni gay, e che un anno fa la stessa cancelliera aveva praticamente designato come sua erede, affidandole il ruolo di segretario generale della Cdu. Una “mini Merkel”, l’hanno definita, e non solo con riferimento alla sua statura o al fatto di essere stata la governatrice della Saar, il più piccolo Land del Paese. Una rappresentazione a doppio taglio: indispensabile per sciogliere fra i delegati di Amburgo il nodo della sua ascesa alla testa del partito, ma anche insidiosa nel momento in cui la popolarità della cancelliera al suo quarto mandato è ai minimi storici, come testimonia il rosario di sconfitte elettorali registrate negli ultimi anni in diversi Länder.

Così, l’associazione della sua immagine con quella di chi l’ha voluta al suo fianco non è necessariamente un vantaggio politico per la seconda donna che in Germania potrebbe aspirare anche alla guida della nazione. È la principale insidia per questo tandem al femminile alla guida di un partito fratturato. Sembra del resto che ad Amburgo circolasse la battuta “ha perso l’Spd, ha vinto l’Afd”. Nel senso che nel segno della continuità i socialdemocratici dovrebbero continuare a temere il ‘centrismo cannibalizzante’ di una “mini Merkel” che continuasse a laminare elettoralmente i partner della Grosse Koalition, mentre per lo schieramento dell’estrema destra la scelta di Akk sarebbe il meglio che potesse capitare per le future fortune politiche dei sovranisti tedeschi. Smentirli non sarà facile per Angela e Annegret.

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