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08.11.2018 - 06:200

Ticino laico, se le firme non arrivano…

Credere nei culti della nostra tradizione o il definirsi laici, hanno perso vieppiù di significato?

L’iniziativa popolare per un Ticino laico, che intendeva sostituire i riferimenti espliciti alla chiesa cattolica e a quella evangelica presenti nella Costituzione cantonale con una nuova norma volta a sancire che lo Stato è laico e osserva la neutralità religiosa, è dunque fallita. Qualcuno con un sorriso sornione si fregherà le mani; altri tireranno un sospiro di sollievo; altri ancora masticheranno amaro. Ma i più sono restati di fatto indifferenti e non si sono nemmeno accorti di questo insuccesso. Credo che agli iniziativisti sia risultato persino difficile spiegare la necessità di una simile iniziativa.

Di qui la scarsa messe di firme. Oggi, da una buona maggioranza, non è più ritenuto necessario dirsi laici. Perché mai garantire equità e parità di trattamento fra cittadini con credenze religiose diverse e/o fra chi non crede? Qual è il bisogno? Segno dei tempi, tempi di indifferenza, forse dovuta al fatto che (per fortuna) sono lontane e dimenticate le storiche tensioni fra credenti e laici, che hanno portato anche qui da noi ad accese dispute fra liberali e conservatori e persino a qualche versamento di sangue. Insomma, il tema intavolato non è uno di quelli che tocca il portafoglio.

Allo stesso tempo viviamo però anche in un periodo storico in cui i culti legati alla nostra tradizione religiosa cristiana (cattolica o riformata) stanno vivendo una lunga e profonda crisi. Per averne conferma basti andare a vedere quanti si iscrivono ancora all’ora di religione facoltativa (insegnamento confessionale) nelle scuole. Davvero pochi. O quanti si sposano ancora in chiesa o frequentano la messa la domenica. Tanto che in alcune parrocchie si sono raggruppate le funzioni. Quasi che il credere nei culti della nostra tradizione o il definirsi laici, abbiano perso viepiù di significato.

Ma l’hanno perso sin tanto che non spunta la paura del diverso, in particolare di un certo Islam. Allora, quando ci troviamo a tu per tu con chi sa benissimo (magari anche più di noi?) chi è, e in chi e che cosa deve credere, ecco che i timori montano e non esitiamo a invocare/rispolverare le nostre radici cristiane o a riscoprirci laicissimi, anche se probabilmente c’è anche chi non sa più tanto bene cosa significhi davvero essere autenticamente l’uno e nemmeno l’altro.

Non andremo dunque a votare e non ne dibatteremo, ma non inganniamoci: il tema della laicità e della relazione Stato/confessioni non è di quelli che per quelle poche firme sparisce per sempre in un cassetto. E, se un domani, tanto per fare un esempio, altre religioni dovessero chiedere di venir equiparate a quelle fin qui riconosciute? Cosa si risponderà loro? Ciò che separa quello che è discriminatorio da quello che non lo è, spesso è un nonnulla! E un nonnulla, quando c’è di mezzo un credo, è in grado di riaccendere/incendiare gli animi.

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