Proteste nelle Filippine (Foto archivio Keystone)
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02.11.2018 - 06:200
Aggiornamento : 05.11.2018 - 10:12

C'è chi vuole uccidere il giornalismo

Tra intimidazioni, carcere e assassini, la libertà di stampa non sta per nulla bene in tante parti del mondo

Chi ha commissionato l’uccisione di Jamal Khashoggi voleva zittirlo. Troppo scomode le sue posizioni anti-regime, le sue critiche contro la limitatissima libertà di stampa e di parola nei Paesi arabi. Se questo era il suo intento, ha ottenuto l’effetto opposto: mai come nel mese scorso i riflettori sono stati puntati sui media della Penisola arabica e sulla repressione che stanno subendo dai rispettivi governi, quello saudita in primis. Il vero dramma in tutta questa orrenda storia è che una persona abbia dovuto morire in maniera tanto tragica per riportare all’attenzione delle nostre coscienze un problema globale per nulla nuovo e per nulla risolto: la volontà di molti potenti di annegare quel che è scomodo (e la libertà di raccontarlo) nel sangue dei giornalisti, senza poi nemmeno andare alla ricerca di assassini e mandanti. Un fatto su cui si concentra l’odierna Giornata internazionale contro l’impunità per i crimini contro i giornalisti indetta dall’Unicef, collegata alla campagna #TruthNeverDies (la verità non muore mai), cui anche laRegione partecipa.

Questo per sottolineare come ogni anno siano decine i professionisti dell’informazione che vengono uccisi a causa di quello che scrivono: 1’324 dal 1992, 45 solo dall’inizio del 2018 secondo il ‘Committee to Protect Journalist’, cui vanno aggiunte altre 19 persone per cui il movente legato all’attività giornalistica non è confermato. E nella lista dei Paesi dove si sono consumati gli omicidi, accanto ad Afghanistan, Siria, Egitto, Libia e Messico, nel 2018 figurano anche Stati Uniti, dove da due anni a questa parte Trump ha iniziato la sua campagna contro quei media che non vedono il mondo come lo intende lui. Sebbene il caso americano (cinque le vittime al Capital Gazette, nel Maryland) non sia riconducibile alla retorica di ‘The Donald’ (si parla di vecchie ruggini), è ragionevole credere che l’attacco frontale all’informazione seria e professionale da parte del presidente di una nazione autoproclamatasi baluardo della libertà mondiale non abbia fatto altro che legittimare comportamenti simili, ma di magnitudo ben maggiore, là dove di libertà non si parla nemmeno. Dove, insomma, l’obiettivo finale sembra essere far tacere i giornalisti per distruggere il giornalismo.

Che, poi, già di per sé non sta proprio bene, incrinato com’è dalle difficoltà economiche che incontra la carta stampata un po’ ovunque nel globo. E quindi, accanto alle morti, in quelle aree del mondo non si contano le ‘spallate’ ben assestate all’informazione libera: intimidazioni, controlli capillari, ordini di licenziare chi non la pensa come il governo e carcerazioni senza motivo. C’è chi vi resiste, argomentando, cercando di far capire che una stampa libera è nell’interesse di tutti. Come l’amministratore delegato del giornale egiziano Al-Masry Al-Youm, che dal Cairo racconta alla Regione (pagina 3 del giornale) la vita di chi fa informazione in una nazione che figura al 161esimo posto nella classifica sulla libertà dei media di ‘Reporters Sans Frontières’. Cose incredibili per chi vive in una nazione che occupa il quinto posto.

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