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WUHAN CHINA
Ultimo aggiornamento: 23.09.2018 11:06
Commento
07.07.2018 - 10:550

Migranti, il realismo dell’accoglienza

Sulla questione ci stiamo giocando sconsideratamente il futuro dell’Europa, a colpi di allarmismo ed esagerazioni

In questi giorni accaldati i titoloni che si leggono (altrove) sui migranti prospettano una realtà apocalittica. Tirato a viva forza al centro della scena dai politici di mezza Europa, sarebbe questo il tema su cui si pretende di giocare il futuro del continente. Data la posta – e le vite – in gioco, forse è il caso di fare un bel respiro e cercare di mettere la questione in prospettiva, per quanto possibile; magari tenendo conto di qualche noiosa statistica, abbiate pazienza. Ragioniamo un attimo a mente fredda, un tema per volta.

‘Sono troppi’

Prima obiezione: sono troppi. Beh, dipende da come la guardiamo. Nella peggiore delle annate, il 2015, ne è arrivato in Europa meno di un milione e mezzo. Tanti, va bene. Ma troppi? Stiamo parlando di un continente che conta oltre 500 milioni di abitanti: si tratta di meno dello 0,3% della popolazione. Poi certo, non si deve banalizzare: è essenziale accoglierli e distribuirli bene (vedi alla voce ‘riscrivere Dublino’). E questo richiede non solo investimenti, ma una chiara volontà politica e sociale. Che però non sussisterà mai finché la percezione del problema viene ingigantita ad arte. E finché non si colloca il fenomeno nel contesto demografico reale: quello di un saldo negativo fra nascite e decessi, una fertilità in calo e un invecchiamento inesorabile; una pressione su crescita e previdenza da non trascurare.

‘È pieno di criminali’

Vabbè – mi rispondo da solo, come i matti – non puoi prendere gente solo per pagarti la pensione e farti da badante. Così fai entrare anche un sacco di criminali, non hai letto *inserite qui l’ultimo caso di nera con protagonista un immigrato*? A parte che se per esempio ci fosse un sistema funzionante di visti nelle nostre ambasciate in Africa e Asia, si potrebbe fare un controllo preventivo un po’ più efficace. A parte quello, dico, partiamo da un dato: in moltissimi Paesi sviluppati (Svizzera e Italia inclusi) il numero complessivo di reati è in notevole calo da anni. Obiezione: se non fosse per gli immigrati sarebbe ancora più in calo. Contro-obiezione: come ha spiegato ‘Il Post’ sulla base degli ultimi dati per l’Italia, non certo il paradiso dell’integrazione, “non esiste una correlazione provata fra l’immigrazione e il tasso di criminalità”. Semmai “esiste una relazione fondata ma dai confini ancora poco definiti fra permanenza irregolare in Italia e criminalità”. Ma proprio l’attuale sistema di ‘rigetto’ è quello che incoraggia la clandestinità.

Non voglio farla troppo semplice. In Ticino i richiedenti asilo commettono il 3% di tutte le violazioni del codice penale: una percentuale di per sé ridotta, ma elevata se si considera che si tratta dello 0,6% della popolazione. È un problema. D’altro canto, guardando ai dati della polizia sugli imputati, si nota che “i richiedenti l’asilo sono maggiormente coinvolti in reati contro il patrimonio e meno (degli altri, ndr) in quelli contro l’onore e la sfera personale riservata e contro la libertà personale”. Come dire: non parliamo di feroci stupratori e criminali efferati, come i Salvini di questo mondo implicano ogni giorno.

‘Costano troppo’

Però i migranti portano disoccupazione e sono un costo sociale, dirà qualcuno. È vero solo se conteggiamo esclusivamente i costi per la prima accoglienza, quando bisogna dar loro un tetto e faticano a trovare lavoro. E anche qui si tratta di costi contenuti: non superano lo 0,5% del Pil europeo. Invece sarebbe più giusto fare il saldo con quello che apporteranno al sistema una volta inseriti (lavoratori, contribuenti, Shaqiri: la Svizzera degli ultimi cinquant’anni, o anche solo degli ultimi venti, è l’esempio perfetto). Anche qui le statistiche sono noiose, ma aiutano: nel 2016 il tasso d’impiego delle persone in età da lavoro era del 73,1% per gli immigrati. Solo 1,3% meno che per gli indigeni. Le premesse per una completa integrazione – ripeto: non sono miliardi di persone – ci sono tutte.

‘Ci rubano il lavoro’

Ma non sarà che poi rubano il lavoro a noi? Mica tanto. L’ultimo rapporto dell’Ocse è illuminante. Entro il 2020 si prevede che i rifugiati ‘gonfieranno’ la forza lavoro di meno dello 0,3%, con un picco massimo dello 0,8% in Germania, Austria e Svezia. Si attende una crescita complessiva del tasso di disoccupazione per una media europea dell’1% nel 2020 rispetto al 2013. Un danno infinitamente inferiore a quello di una crisi finanziaria o di politiche di sviluppo sbagliate. Una cifra di troppo in questo algoritmo qui, una norma sbagliata di là e hai già fatto casini ben più grossi.

‘È uno scontro di civiltà’

E l’islamizzazione, dove la metti? Ricordo solo che praticamente tutti gli autori di attentati di matrice islamica negli ultimi vent’anni sono cresciuti, spesso perfino nati qui in Europa. La prevenzione quindi riguarda già casa nostra. Da oltremare sono arrivati pochi terroristi (due a Parigi, uno ad Ansbach, uno a Berlino che però si è radicalizzato nelle carceri italiane). L’Isis ha cercato di sfruttare i famigerati ‘barconi’, certo, ma con successo limitato. E anche qui un sistema capillare di visti aiuterebbe parecchio a combattere ulteriormente il problema. Molti migranti, invece, arrivano proprio dopo aver combattuto battaglie per la libertà molto simili a quelle che qui si sono vissute nei secoli scorsi.

Poi nessuno dice che sia facile integrare lingue e culture diverse. Ma anche su questo il recente passato conferma che non è affatto impossibile. Sono almeno trent’anni che si parla di islamizzazione: proprio l’altro giorno mi sono ritrovato in mano una copia dell’‘Espresso’ di metà anni Novanta che titolava “Allarme Islam”. E i libri disperati della Fallaci, ve li ricordate? Da allora non mi risulta che siamo stati soggiogati dal feroce Saladino (‘L’Espresso’ però non mette più tutte quelle tette in copertina; adesso ci mette Salvini). Lo sforzo – penso anzitutto al sistema educativo – è grande. Mi chiedo però quali siano le alternative: masse disperate e dis-integrate che accerchiano l’Europa? Quarantene disumane nei lager turchi e libici? Ho l’impressione che così si rimandi solo il momento in cui si dovrà affrontare la realtà, e magari a quel punto sarà tardi.

‘Aiutiamoli a casa loro’

Però potremmo aiutarli a casa loro. Certo, ma lo stiamo già facendo (dico: quando ancora ce l’hanno, una casa). Da sola, l’Ue ha destinato oltre tre miliardi di euro per lo sviluppo africano fino al 2020, e mira a cooptarne 44 da investitori privati. La Cina ha già capito il vantaggio, e investe ancora di più, anche se a modo suo. Però questo sviluppo non frenerà le migrazioni, al contrario: sappiamo dal passato che il miglioramento relativo delle condizioni economiche genera ulteriori aspirazioni nella popolazione, la quale per soddisfarle risulta ancora più disposta a lasciare il suo Paese.

‘Ma così ne arrivano ancora di più’

Va bene, ci sta. Se metti insieme una bella rete ordinata di visti nelle ambasciate, un po’ di ‘pull effect’ ce l’avrai: se è più facile, ne arrivano di più. Però si potrebbero già stabilire criteri di selezione e collocamento, per evitare che la cosa ci esploda in mano. Poi bisogna anche smettere di essere troppo eurocentrici: solo una minima parte dei migranti – già ora – è interessata all’Europa. Meno di uno su cinque. L’analisi dei flussi mostra che la maggior parte delle persone cerca solo di mettersi al sicuro il meno distante possibile dalla sua famiglia.

Peraltro, proprio la progressiva chiusura delle vie di accesso legali ha generato gran parte del problema. Lo spiega benissimo un fine conoscitore del tema, Gabriele Del Grande: “Davvero ci siamo dimenticati che gli sbarchi non esistevano prima degli anni Novanta? Vi siete mai chiesti perché? E vi siete mai chiesti perché nel 2018 anziché comprarsi un biglietto aereo una famiglia debba pagare il prezzo della propria morte su una barca sfasciata in mezzo al mare? Il motivo è molto semplice: fino agli anni Novanta era relativamente facile ottenere un visto nelle ambasciate europee in Africa. In seguito, man mano che l’Europa ha smesso di rilasciare visti, le mafie del contrabbando hanno preso il sopravvento”.

Il grande diversivo

Insomma, più ci penso, più ho il sospetto che quello dei migranti costituisca più che altro un enorme diversivo politico. Incapaci di fornire risposte concrete a problemi tutti domestici (disoccupazione, diseguaglianze, opportunità sociali) è molto più facile giocare la carta dell’uomo nero. E quello delle frontiere chiuse, delle navi spedite altrove, mi pare tutto un guardia-e-ladri che serve solo a ingrassare chi ci campa, dagli scafisti ai populisti. Che speculando sulle paure si guardano bene dal proporre una soluzione plausibile.

Infine, anche senza voler scomodare quelle che dovrebbero essere evidenti questioni umanitarie, c’è un dato di fatto: nel 2050 il 25% della popolazione mondiale sarà africano, quasi il 50% sotto i trent’anni. Un oceano che non si svuota coi cucchiaini del sovranismo leghista. Possiamo sigillare ermeticamente tutte le frontiere che vogliamo, ma i migranti arriveranno lo stesso. Forse il realismo dell’accoglienza è l’unica politica che possiamo permetterci.

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