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12.01.2018 - 06:300
Aggiornamento : 07:00

È già ring elettorale

La partita è apertissima e la posta in palio alta: la maggioranza relativa in Consiglio di Stato alle prossime elezioni del 2019

La partita è apertissima e la posta in palio alta: la maggioranza relativa in Consiglio di Stato alle prossime elezioni del 2019. In primo luogo, ma non solo. Con un voto in più o in meno, fra dieci giorni in Gran Consiglio, potrebbe mutare (per quanto siamo solo al primo atto, poi dovrà seguire il messaggio governativo) anche lo schieramento dei seggi nella legislatura 2019-2023, perché presentarsi alle urne da soli o “apparentati”, congiunti – come tecnicamente si dice –, cambia parecchio. Lo sanno bene le forze politiche di destra e di sinistra che possono contare su eventuali alleati situati nello stesso schieramento. Detta in soldoni, oggi più di ieri (quando i rapporti fra “cugini” non erano proprio così lineari) con la possibilità di congiungere le liste, Lega dei Ticinesi e Udc (o La Destra) potrebbero aumentare il proprio potere elettorale e dunque il numero dei seggi, consolidando senza patemi gli attuali due scranni leghisti in Consiglio di Stato. Stesso discorso per Ps, Verdi e sinistra radicale (Pc); questi ultimi hanno necessità di rilanciare la propria presenza in parlamento e difendere l’unico seggio in governo. Nulla da guadagnare – e molto da perdere – invece per Plr e Ppd. I liberali radicali in particolare con la congiunzione delle liste possono tranquillamente abbandonare – almeno sul medio periodo – la possibilità di riprendersi il secondo seggio in governo perso nel 2011. Se nulla cambia, invece, la partita è giocabile e il risultato a portata di mano; non scontato, ma potenzialmente ottenibile. Rischia poco o niente il Ppd, a nostro giudizio, nel senso che congiunzione delle liste o meno il seggio popolare democratico in Consiglio di Stato è decisamente distante da bufere e tempeste. Per quanto, sempre meglio non rischiare consegnando ai concorrenti diretti una chance in più.

Così si spiegano gli schieramenti in campo che lo scorso dicembre in Gran Consiglio si sono divisi a metà come una mela (anche per via di alcune defezioni) con i due partiti di centro (Plr e Ppd) determinati a respingere l’iniziativa generica Filippini (La Destra) che chiedeva, appunto, il ripristino della congiunzione delle liste per le elezioni cantonali e comunali, come già era quindici anni fa. Pari e patta, con ripetizione del voto il prossimo 22 gennaio. Come andrà a finire? Davvero difficile, visti i numeri, fare previsioni perché i deputati senza gruppo e i Verdi si sono a loro volta divisi fra maggioranza e minoranza. Sulla carta, tutto si decide per un voto o due.

Un voto ad alta tensione – prova ne sia il “consiglio” di dimettersi, rispettato, a una deputata leghista non allineata – che già la prima volta ha agitato parecchio i capigruppo, intenti a richiamare gli assenti e a fare i conti. Una partita apparentemente distante dai veri interessi dei cittadini che non vedono – sbagliando – un diretto tornaconto. Una “rappresentazione”, si dice, della vecchia politica troppo attenta ai giochi di potere e poco aperta alle esigenze degli elettori. E magari è anche vero, ma se capita – se arrivano a patire e dividersi in questo modo – una ragione ci sarà. Agli elettori, ovviamente, il compito e l’interesse di scoprirlo.

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