Gabriele Putzu
Commento
20.12.2017 - 07:160
Aggiornamento : 07:40

Una ripresa ancora lenta

Una previsione di crescita del Pil dell’uno per cento, pur essendo positiva, non può certo essere definita soddisfacente, soprattutto alla luce del ritrovato dinamismo economico sia nell’Eurozona sia al di là dell’Atlantico. Dinamismo che dovrebbe, in teoria, fare da traino anche all’economia svizzera. Per queste due aree economiche il prodotto interno lordo, stando ai relativi servizi di previsione e con tutte le differenze di calcolo dovute ad approcci statistici diversi tra Usa ed Europa, è stimato in aumento per quest’anno tra il 2,4% (Ue a 27) e il 3% (Stati Uniti). Una crescita doppia o addirittura tripla rispetto a quella elvetica.

La Segreteria di Stato dell’economia è però più ottimista per quanto riguarda l’anno prossimo quando l’aumento del Pil dovrebbe essere pari al 2,3%. Un dato più confortante anche perché si avvicina molto di più a quello che fa da spartiacque (il 2,5%, secondo la teoria economica classica) tra una crescita ‘asfittica’ (i nuovi posti di lavoro creati sono relativamente pochi e mal pagati) e una invece ‘robusta’ (la domanda di lavoro cresce in modo più marcato e con essa aumentano anche i salari reali). Una situazione, quest’ultima, che non si è verificata nemmeno in Svizzera pur toccata di meno dal decennio di crisi che ha colpito le principali economie europee. La tradizionale moderazione salariale, connaturata alla struttura produttiva svizzera (mirata a determinate produzioni e orientata all’innovazione), unita all’assenza d’inflazione (storicamente sempre molto bassa) e a una valuta molto forte, non permettono, del resto, dinamiche economiche vivaci. I tempi di lunghi cicli espansivi sono finiti qualche decennio fa e difficilmente si riproporranno nel prossimo futuro.

Lo sviluppo modesto dei consumi interni, per esempio, conferma queste ipotesi. L’apprezzamento del franco, inoltre, se negli anni scorsi ha pesato soprattutto sui margini e sugli utili d’impresa, nel corso del 2017 anche se affievolito rispetto all’anno precedente, si è fatto sentire negativamente sulla crescita salariale. Nei giorni scorsi le due principali centrali sindacali (Uss e Travail.Suisse) hanno proprio denunciato una stagnazione strisciante degli stipendi di operai e impiegati e rivendicato aumenti salariali più elevati, almeno nei settori più in salute.

Anche i saldi migratori, in diminuzione rispetto a qualche anno fa, incidono sulla crescita economica e pur ipotizzando un sensibile aumento della partecipazione al mercato del lavoro da parte delle donne e dei lavoratori più anziani, difficilmente si riuscirà in tempi brevi a compensare la riduzione del tasso d’immigrazione e quindi a tornare a livelli di crescita precedenti la crisi finanziaria di un decennio fa.

Un cauto ottimismo proviene dal settore terziario che – stando alla Seco – è tornato a contribuire al valore aggiunto. All’inizio dell’anno, infatti, la progressione del Pil era sostenuta dal solo settore industriale. L’indebolimento del franco rispetto all’euro ha ridato fiato oltre all’export anche a comparti come il turismo, per esempio, sempre molto sensibili alle fluttuazioni valutarie.

Non mancano però i rischi che sono tutti di natura geopolitica (Corea del Nord in primis, ma anche l’implementazione della Brexit). Se gli scenari peggiori dovessero materializzarsi, anche solo parzialmente, il franco potrebbe subire nuove pressioni al rialzo e ritornare a dare grattacapi all’export, pilastro portante dell’economia svizzera.

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