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Samuel Golay
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14.12.2017 - 08:400
Aggiornamento : 15.12.2017 - 17:12

Rifugiati in casa di chi può o vuole

Nella casa di Ginevra del chirurgo Pietro Majno-Hurst, che ha 4 figli, vivono da un anno e mezzo anche tre rifugiati eritrei ventenni. L’epatologo che diventerà a gennaio il nuovo primario di chirurgia al Civico ha spiegato ieri sulla ‘Regione’ che crescere questi ragazzi è un’esperienza bellissima per l’intera famiglia. I tre giovani eritrei stanno seguendo degli apprendistati: la più grande come aiuto-infermiera, la seconda come pasticciera, il terzo sta imparando il francese.

In Ticino la musica è diversa: un unico rifugiato minorenne vive in una famiglia affidataria. Qualche caso (sembra ne siano bastati pochi) andato per il verso sbagliato ha fatto alzare (assai velocemente!) bandiera bianca al Dipartimento sanità e socialità (Dss), diretto da Paolo Beltraminelli. Il risultato è che un centinaio di rifugiati minorenni non accompagnati è alloggiato in strutture gestite dalla Croce Rossa.
Stupito della scelta ticinese, il chirurgo ha commentato: «Qualche esperienza negativa può succedere ma, come in chirurgia, si deve essere tenaci: è probabilmente il modo più semplice e più efficiente di integrare queste persone».

Lo pensiamo pure noi. Spesso a fare la differenza tra casi virtuosi e fallimenti sono le persone che si incrociano lungo il cammino. Un docente, un assistente sociale, un prete, un volontario che ti aiuta a fare i compiti, una famiglia che ti accoglie dentro casa, un datore di lavoro che ti dà un posto da apprendista… se ai richiedenti l’asilo diamo le migliori possibilità per farcela, a guadagnarci è l’intera collettività.
Questo l’hanno capito tanti ticinesi: c’è chi ha messo a disposizione una camera, chi un posto in famiglia, chi del tempo, chi dei vestiti. C’è il desiderio di fare la propria parte nell’accoglienza: un’ondata di altruismo che spesso si è schiantata contro un muro alzato dal Dss (che gestisce questo settore). Paura? Mancanza di visioni future? Fobia da risparmio?

Come non capire che l’integrazione passa anche dagli esempi quotidiani, dall’affetto, dai legami che si possono respirare in contesti familiari. In tanti cantoni, chi può e chi vuole, accoglie richiedenti l’asilo minorenni in casa e li cresce in famiglia.
Purtroppo le scelte del Dss in tema di asilanti non sempre sono brillanti e hanno fatto molto discutere soprattutto per mancanza di trasparenza e di concorsi. Gli errori non sono mancati. Come il mandato diretto milionario, dato per anni in violazione alla legge, all’agenzia di sicurezza (Argo) che non era all’altezza del compito. Ma anche la fornitura di pasti ai richiedenti l’asilo nei centri di Camorino, Rivera e Pian di Peccia: il Dss ha scartato ristoratori locali, privilegiando esercenti a oltre 40 chilometri di distanza. Una situazione che è cambiata radicalmente a marzo di quest’anno (a febbraio scoppiava il caso Argo) quando il governo (e non il Dss) ha deciso di internalizzare il servizio: i pasti da marzo vengono affidati alle mense cantonali che sono a due passi, rinunciando a far fare 200 km al giorno a chi doveva portare il cibo dal Mendrisiotto al Bellinzonese.

Per allargare lo sguardo, sempre in tema di accoglienza, siamo andati negli appartamenti dove vivono 1’140 richiedenti l’asilo. Scoprendo che chi affitta loro gli alloggi sono quasi sempre le stesse persone. E a pagare l’affitto è il Cantone.
Abbiamo parlato con alcuni rifugiati. Nei loro volti abbiamo letto la speranza, quando c’è un progetto concreto di formazione. Ma troppo spesso abbiamo trovato rassegnazione, isolamento e nessuna conoscenza dell’italiano. La base, ci sembra, per una buona integrazione.

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