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Pablo Gianinazzi
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Aggiornamento : 15.12.2017 - 17:12

Settant’anni di utile inutilità

Se nella scala degli esseri viventi solo l’uomo compie atti inutili, come sosteneva il filosofo Pierre Lecomte du Noüy, un motivo ci sarà. Magari direttamente legato alla consapevolezza che l’uomo ha di sé e della propria miseria, nonché del proprio destino che, non andrebbe mai dimenticato, è morire. Ecco allora che la presunta inutilità di un gesto – di una scelta, di una visione – arricchisce il percorso di un processo, il nostro, intrinsecamente inutile già di suo. La prendiamo larga, persino troppo, per ricordare a tutti noi ticinesi che questi primi settant’anni di Festival del film (che si festeggiano ufficialmente oggi a Locarno) sono stati e sono quanto di meglio e di bello sa offrire l’apparente inutilità di ciò che chiamiamo attività culturale o anche espressione artistica. E forse la cinematografia è l’arte che meglio di altre sa regalarci il senso della nostra preziosa… inutilità.

Dirlo oggi, che a Locarno si danno appuntamento i rappresentanti della politica cantonale, assume un significato particolare perché questo ‘Locarno Festival’, come s’è voluto ribattezzarlo, è sempre più – e per fortuna – un evento nazionale e internazionale. Basta fare un giro in questi giorni in Piazza Grande, nelle stradine del centro storico, alla Rotonda o anche agli eventi di contorno. Per fortuna, si diceva, perché è quanto speravano i pionieri che ebbero la felice idea di promuoverlo, 70 anni fa, ma anche perché l’aurea internazionale del Festival si riflette inevitabilmente sulla realtà circostante; la illumina, la coinvolge, la trascina inconsapevolmente verso un processo virtuoso della conoscenza non solo cinematografica. Di più. Non solo artistica. Per almeno una volta all’anno il Canton Ticino – e ovviamente soprattutto Locarno – gode appieno di quella centralità geografica (in mezzo all’Europa) che il destino gli ha concesso. Senza paure e senza patemi. E scusate se è poco, viste le paturnie di questi tempi dove l’altro da noi è solo e soltanto, sempre più spesso, motivo di preoccupazione.

E allora ecco che questa rassegna cinematografica “inutile” – con l’arte non si mangia, è un refrain sempre di moda in certi ambienti – ci appare improvvisamente come un utilissimo strumento di conoscenza dove il mondo si affaccia e non per forza con un ghigno terribile. Se ne ha tangibile esperienza partecipando anche solo una volta alla visione serale in Piazza Grande, in una magia che si ripete ogni anno e che non finisce mai di stupire persino loro, attori e registi, abituati a tutta l’inutilità del mondo. Sino alla commozione. Ed è proprio in quei momenti, con gli occhi rivolti al grande schermo, che si ha consapevolezza della nostra pienezza umana inserita in un contesto universale, senza vincoli intellettuali ma dentro i paletti necessari che la nostra umanità ci impone. È partecipando al Festival del film di Locarno – unico nel genere – che si comprende quanto l’arte sia anche e soprattutto cosa quotidiana, popolare, quasi scandalosa e non tanto perché vi passano film magari poco “ortodossi”, quanto piuttosto per la forza emozionale che sa generare a migliaia di individui lì presenti, in tempi di eppur solitarie ed egocentriche frequentazioni virtuali.

I rapporti fra politica cantonale e Festival del film non sempre sono stati lineari, ma certo sempre stimolanti e non scontati. Oggi, dopo 70 anni, dovremmo tutti convincerci che questo Locarno Festival è quanto di più utile (in termini assoluti) il Cantone intero sia riuscito a regalarsi, nonostante tutto. Nonostante la marginalità e un costante malcelato vittimismo.

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