ATAWO R./GROENEFELD A-L.
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BENCIC B./PAVLYUCHENKOVA A
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(5-7 : 6-4 : 10-6)
ATAWO R./GROENEFELD A-L.
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BENCIC B./PAVLYUCHENKOVA A
5-7
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WTA-D
TOKYO JAPAN
Ultimo aggiornamento: 20.09.2018 12:38
Commento
17.03.2017 - 09:380

Un ‘pacchetto’ sulla buona strada

Tante cose sono state dette e altrettante se ne diranno, ‘di destra’ come ‘di sinistra’, contro la riforma delle pensioni che il Parlamento si appresta a varare dopo quasi tre anni e 170 ore di dibattiti, culminati ieri in un voto al cardiopalma al Nazionale. A mo’ d’esempio: i 70 franchi al mese in più di Avs per i futuri pensionati non sono proprio un modello di uso mirato dei soldi del contribuente; per di più, alla lunga faranno prendere l’ascensore alle uscite dell’Avs, rendendo necessaria una nuova riforma prima del 2030, anche perché si è rinunciato a un aumento significativo dell’Iva; oppure ancora: perché mai adesso le donne dovrebbero andare in pensione come gli uomini a 65 anni, quando la parità salariale resta una chimera? Potremmo continuare. Fermiamoci qui.
Questa non è una riforma perfetta, ‘loin de là’. Ma sarebbe sbagliato focalizzare l’attenzione su uno o l’altro dei suoi molti aspetti (i 70 franchi, persino il rialzo a 65 anni dell’età di pensionamento delle donne), perdendo così di vista l’insieme. I partiti hanno tentato di farlo, ognuno a modo suo, ma i sottili equilibri del progetto lanciato nel 2013 da Alain Berset alla fine hanno retto.
Altrettanto sbagliato sarebbe persistere – com’è capitato ancora in questi giorni sotto la cupola di Palazzo federale – in una sterile, a tratti ideologica opposizione tra primo e secondo pilastro. Visti i tempi che corrono (scarsi rendimenti delle casse pensioni, spinta al ribasso dei tassi di conversione nella parte sovraobbligatoria della Lpp ecc.), quel che ci sentiamo di poter affermare è che investire in quest’ultimo non sia particolarmente saggio. È opportuno che i sacrifici richiesti (donne in pensione un anno dopo, riduzione al 6% del tasso di conversione Lpp) siano controbilanciati da misure compensatorie anche nell’Avs.
Ma al di là di questo, quel che importa – e che si tende a dimenticare – è che stavolta delle misure di compensazione esistono. Nel 2010 si tentò di far passare un abbassamento secco del tasso di conversione Lpp dal 6,8 al 6,4% (ora si vuole scendere al 6%!): fu un fallimento clamoroso alle urne. Nessuno può dire come andrà il 24 settembre. Ma le prospettive non sembrano così cupe: anche perché il supplemento Avs dovrebbe risultare gradito alla base dell’Udc (molti contadini non hanno un secondo pilastro).
Infine: di una riforma del sistema previdenziale oggi c’è urgente bisogno. L’ultima risale a più di vent’anni fa. A ogni anno che passa senza fare nulla, si scava un buco nell’Avs (che nel 2030 sarebbe in bancarotta); e le casse pensioni faranno sempre più fatica a garantire le rendite col tasso di conversione attuale. Udc e Plr alla fine avrebbero preferito che tutto andasse a monte. Già vagheggiavano un piano B: la riforma sottratta al giudizio popolare, avrebbero rilanciato con alcuni suoi ‘pezzi’, magari pure con la pensione a 67 anni per tutti. Sono usciti con le ossa rotte, fuori gioco su uno dei progetti più importanti degli ultimi decenni.

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