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13.02.2017 - 10:100
Aggiornamento : 15.12.2017 - 17:11

Giustizia, serve un approccio serio

Ora che anche la maggioranza dei cittadini che hanno votato l’ha avallata, la riduzione del numero dei gpc, i giudici dei provvedimenti coercitivi, potrebbe spianare la strada a coloro i quali vanno ripetendo come un mantra che neppure la magistratura può chiamarsi ­­fuori dalle manovre di risparmio volte a risanare le casse cantonali. La domanda è inevitabile: altri tagli in vista al Palazzo di giustizia? “È ora che anche il potere giudiziario faccia la sua parte”, così sul ‘Mattino’ di ieri. Dal domenicale leghista al ministro leghista: Norman Gobbi ha escluso ulteriori sforbiciate: “Non è nelle intenzioni del mio Dipartimento” (vedi pagina 3). Passando dal capogruppo del movimento in parlamento: interpellato dalla ‘Regione’ un mese fa sulla sostituzione del dimissionario pp Nicola Corti, Daniele Caverzasio ha affermato che il numero dei procuratori pubblici “non è un tabù”. Quale orientamento prevarrà, perlomeno dalle parti di via Monte Boglia, lo sapremo nelle settimane o nei mesi a venire. Intanto concordiamo: anche gli organici giudiziari non sono un tabù. A patto che un loro eventuale ridimensionamento non sia frutto di analisi superficiali e di esigenze di mero risparmio. Perché è proprio questo che è avvenuto, dapprima in governo e poi in Gran Consiglio, con la misura che ha toccato i giudici dei provvedimenti coercitivi. Eloquente al riguardo la lettera indirizzata lo scorso luglio dal Consiglio della magistratura al parlamento. L’autorità che vigila sul funzionamento del sistema giudiziario ticinese non solo si era dichiarata contraria al taglio prospettato dal Consiglio di Stato, ritenendolo insostenibile per l’Ufficio dei gpc. Lamentava altresì il fatto che lo stesso Ufficio non fosse stato interpellato dal governo prima della ‘formalizzazione’ della proposta di riduzione dell’organico con la pubblicazione del messaggio sulle misure per il riequilibrio delle finanze statali. Una proposta, oltretutto, che secondo il Consiglio della magistratura si basava su una lettura errata dei dati concernenti il carico di lavoro dei gpc negli ultimi anni. Medesimo trattamento per i legali, cioè per i principali interlocutori dei magistrati sui vari fronti (penale, civile e amministrativo): sulla diminuzione del numero dei giudici dei provvedimenti coercitivi, l’Ordine degli avvocati – rilevava il suo organo esecutivo, il Consiglio, in una recente nota stampa (26 gennaio) – “non è stato in alcun modo interpellato”. Né dal Consiglio di Stato, né dal parlamento. Insomma, occorre un diverso approccio della politica al tema della giustizia. Un approccio serio, che implica approfondimenti e dialogo con il potere giudiziario. La ventilata istituzione di una Commissione giustizia in seno al Gran Consiglio rappresenterebbe un primo passo in questa direzione. È anzitutto il metodo che va cambiato. Ed è quanto, crediamo, chiede anche quel 46,3 per cento dei votanti che ieri ha detto no al taglio di un gpc. Rallegrandosi del risultato delle urne, il governo ha assicurato all’opinione pubblica che l’Ufficio dei gpc continuerà, anche con tre magistrati, a garantire la propria operatività, “accrescendone l’efficienza e l’efficacia mediante una nuova organizzazione dell’esecuzione dei propri compiti” (?). L’ottimismo è prematuro. O forse in Consiglio di Stato c’è chi ha la sfera di cristallo e prevede una stabilità – se non addirittura una diminuzione – nella commissione dei reati. Quindi un numero immutato, oppure inferiore rispetto a quello odierno, delle pratiche che finiranno sotto la lente dei giudici dei provvedimenti coercitivi, chiamati fra l’altro a convalidare o meno arresti, sequestri di documenti e controlli telefonici. Anche qui però è una questione di metodo. E di serietà. Non resta allora che attendere il bilancio di attività dell’Ufficio dei gpc e le considerazioni di quest’ultimo sui dati.

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