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19.11.2016 - 11:300
Aggiornamento : 15.12.2017 - 17:11

La fiducia salva la vita

Immaginate di dipendere pressoché in tutto da qualcun altro. Immaginate di dovervi mostrare ubbidienti e compiacenti, per evitare che si dimentichi di voi. Immaginate di dovervi adeguare alle esigenze, ai tempi, alle decisioni altrui; di non avere mai l’ultima voce in capitolo, spesso di non averne alcuna; di dover soddisfare aspettative che non vi riguardano, che non tengono conto di voi, di chi siete. Immaginate di dovervi adeguare a una realtà che non avete potuto determinare in alcun modo, di dover marciare a un ritmo scandito da altri, di dovervi sottomettere alle regole imposte da qualcuno che per primo le vìola (senza incorrere nelle sanzioni che pendono su di voi). Immaginate di non essere presi sul serio, di essere vulnerabili, di percepire dolorosamente tutta la vostra fragilità; di dover sempre chiedere permesso, anche solo per rivendicare la vostra umanità, i vostri diritti, un vostro desiderio, magari senza riuscirci. Immaginate di non trovare ascolto, di essere giudicati in modo sbrigativo, di essere colpevolizzati, usati, di custodire in uno scrigno segreto la parte più autentica di voi, di dovervi difendere. Immaginate di non essere visti.
È più o meno questa, senza esagerare, la condizione vissuta da tanti bambini e adolescenti. Quella che anche molti fra noi adulti, in forme e gradazioni diverse, hanno forse conosciuto, in genere scordandosene una volta liberatisi dei lacci della giovane età. In effetti, un’altra ingiustizia subita dai bambini è quella di sentirsi ripetere di essere fortunati perché sono ancora bambini, un po’ come se godessero di un privilegio senza ringraziare. Ma essere bambini, essere giovani, non è facile; e spesso – fra pressioni, paure, incomprensioni, vere e proprie ingiustizie – non è neanche bello. Solo che noi adulti, malati di egocentrismo, ce lo scordiamo volentieri, salvando dei nostri ricordi solo quel che più ci fa comodo.
Detto questo, non si vuole gettare un’ombra d’incubo sull’infanzia, né giustificare qualsiasi reazione scomposta di bambini e adolescenti, né rivendicare per loro alcuna eccessiva (e pericolosa) libertà. Piuttosto il loro diritto ad essere considerati in quanto esseri umani, con un pensiero, delle convinzioni, dei sentimenti propri; il diritto di non essere prevaricati, fin dalla più tenera età, quindi ascoltati; di essere riconosciuti e non giudicati, di essere accolti, di trovare appigli sicuri; di ricevere occasioni di crescita e modelli positivi, onesti e coerenti, moralmente e intellettualmente ricchi, e la fiducia che sapranno farli propri; il diritto di essere rispettati.
In questi giorni, frequentando Castellinaria, abbiamo potuto vedere come non sia tanto di libertà che i ragazzi hanno bisogno. Anzi, di quella, che facilmente sconfina in solitudine, spesso ne hanno fin troppa. Non hanno bisogno di adulti amici, o compiacenti, o disponibili a comprendere e discutere tutto, magari fino a diventare invadenti. Non hanno bisogno solo di una famiglia, perché l’esperienza del mondo inizia ma non si esaurisce in famiglia. Richiedono piuttosto, senza dirlo, figure autorevoli, che anzitutto sappiano essere un esempio; di adulti consapevoli del fatto che in ogni momento un giovane, forse il giovane che loro sono stati, è lì ad osservarli, e a porre un altro mattone sul proprio mondo in costruzione a partire da quell’esempio. Hanno bisogno di ascolto, di occasioni di scoperta che escano dal perimetro del quotidiano, di essere sostenuti e accompagnati, della fiducia che sapranno misurarsi con un progetto tutto loro, per portarlo a termine con curiosità e passione.
Proprio quel che spesso agli adulti manca, anche nel guardare ai giovani.

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