Commento
21.04.2016 - 09:300

Libertà, potere ed errori di stampa

Che la libertà di stampa sia in crescente pericolo è una brutta notizia. Dunque è una notizia. È l’abc un po’ datato e stucchevole del giornalismo come viene comunemente inteso e insegnato. Il rapporto 2016 di Reporters sans frontières, presentato ieri, risponde bene a questo modello: i dati raccolti dall’indagine di Rsf certificano il degrado diffuso delle condizioni in cui giornalisti e operatori dell’informazione svolgono il proprio lavoro, talvolta fino a subire la privazione della libertà personale o fino a venirne uccisi. Quanto serve a farli diventare notizia. Ma anche a fuorviare da un giudizio appena critico su cosa è la libertà di stampa e come la si esercita nei diversissimi contesti in cui l’indagine è stata svolta. In altre parole: ad eccezione dei contesti bellici (dove i giornalisti muoiono nella stessa misura di tutti coloro che vi si trovano), una cosa sono la Corea del Nord e i suoi emuli sempre più numerosi, dove la stampa o è propaganda o non è; un’altra i Paesi dell’Occidente industrializzato, dove piuttosto che di stampa bisognerebbe parlare di sistema informativo assurto allo status di potere in concorrenza con i poteri che orientano e comandano le nostre società. Nel primo caso, i giornalisti sono vittima di coercizione se si adeguano, o lo diventano se violano le verità ufficiali dei regimi in cui operano. In un certo, tragico, senso, si tratta di un quadro più chiaro : la libertà di stampa è negata, non diversamente dagli altri diritti civili e, spesso, umani. Chi li rivendica ne subisce le conseguenze Nel caso dei nostri Paesi, le stesse parole hanno un significato diverso e non sempre chiaro. Se infatti la libertà di stampa non vi è negata, i condizionamenti che essa subisce sono talvolta elusivi quanto profondi, siano essi politici o economici (con una prevalenza di questi ultimi). Specularmente, il “quarto potere” è, sì, talvolta in grado di controllare e condizionare legislativi ed esecutivi, assolvendo alla funzione che le democrazie moderne gli assegnano ; ma è pure divenuto a tal punto “sistema” da avere ormai interiorizzato regole proprie, in evidente concorrenza con le norme non scritte del convivere civile, prima fra tutte quella secondo cui non v’è libertà assoluta, ma vi sono libertà relative, ogni volta ridiscusse e negoziate secondo il principio di non prevaricazione. Ne derivano almeno due alterazioni: una è la pretesa supremazia dell’informazione sulle altre componenti che danno forma alla società; un’altra è che sovente la libertà di stampa viene confusa con quella di impresa, e che, di conseguenza, altrettanto spesso chi vi è impiegato deve rispondere più alla concorrenza e alla produzione di profitti che alla corretta informazione dei lettori/ascoltatori. Se perciò è vero che il controllo esercitato dal potere sull’informazione è indirettamente proporzionale alla libertà vigente in una società (da Pyongyang ai piccoli caudilli di provincia), è anche vero che un’informazione costituitasi in “potere” tenderà a perpetuare se stessa e necessita perciò di adeguati contrappesi (purché non siano i cosiddetti “social”, per carità).

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