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17.08.2015 - 10:230
Aggiornamento : 15.12.2017 - 17:09

Festival, si può fare meglio

Nella smorfia napoletana, il numero 68 indica: “la zuppa cotta”. La zuppa, spiegano, non rappresenta la fame materiale ma quella emotiva. Indica una necessità di appagamento, di soddisfazione. Guardando da vicino, durante una trasmissione radio, il direttore artistico del Festival di Locarno, Carlo Chatrian, abbiamo pensato a come bene calzava il 68 del Festival al 68 della smorfia, perché il suo viso era soddisfatto come chi poteva annunciare che la zuppa è cotta. Certo gli ingredienti di un festival sono diversi, ma nessun direttore può sentirsi appagato, anche se ne ha bisogno. Questo, e l’ha ammesso lui stesso, è stato un anno fortunato per il tempo, metereologico, che per un festival che conta molto sulle proiezioni all’aperto è un bel colpo. E il pubblico ha ben risposto, anche se non tutte le sere hanno segnato un tutto esaurito, e su questo punto forse si dovrebbe riflettere, evidentemente non tutti i film hanno lo stesso appeal, o non tutti sono promossi abbastanza. Per quel che riguarda i film delle varie sezioni, c’è da dire che il Concorso non è stato del tutto convincente, soprattutto guardando un palmarès che si concentra su soli quattro film: il Pardo d’Oro ‘Right Now, Wrong Then’ del coreano del sud Hong Sang-soo, ‘Tikkun’ dell’israeliano Avishai Sivan, ‘Cosmos’ del cosmopolita Andrzej Zulawski e ‘Happy Hour’ del giapponese Hamaguchi Ryusuke. Pochi, visto che i film erano 19 e la Giuria ha premiato tre film due volte. Quale era allora la vera qualità della selezione? Probabilmente c’erano troppi film deboli, sostenuti da piccole lobby dei media. C’erano scelte impossibili come il non film della signora Akerman o quello di Athina Tsangari o troppo televisivi come il lavoro di Alex van Warmerdam, o, ancora, opere piccole, troppo piccole per un concorso internazionale. E bastava guardare la sala sempre troppo vuota delle proiezioni stampa del Concorso e confrontarla con quelle sempre piene per i film della Semaine de la Critique, ancora una volta la miglior sezione del Festival, per chiedersi che cosa manca al Concorso. Forse, al Festival non mancano solo i giornalisti (gli accrediti stampa fino allo scorso anno avevano due sportelli di distribuzione, quest’anno solo uno), ma mancano anche i film. Certo, sparsi nelle altre sezioni c’erano titoli importanti, capaci di far vivere idee diverse di cinema. Pensiamo a film come ‘Dom Juan’ di Vincent Macaigne, a ‘Les Êtres chers’ di Anne Emond in Cineasti del Presente; a ‘Genitori’ di Alberto Fasulo, a ‘Romeo e Giulietta’ di Massimo Coppola, a ‘Histoire de Judas’ di Rabah Ameur-Zaïmeche, o anche al piccolo e delicato ‘Deux Rémi, deux’ di Pierre Léon, film visti nelle varie sezioni, cercando tra i titoli, infilandosi nelle sale già piene, perché anche questo è Locarno. Così come Locarno sono anche le retrospettive, pensiamo non solo a quella grande dedicata a Sam Peckinpah, ma all’omaggio a Marlen Khutsiev, il bravissimo regista russo che a 90 anni, li compirà il prossimo 4 ottobre, continua a sfornare film, seguendo le orme dell’indimenticato Manue De Oliveira. Ora aspettiamo il Festival numero 69, la cabala qui gioca sull’opposto dei numeri: nei sogni significa rivincita. Forza direttore, aspettiamo un Concorso capace di far chiedere alla Giuria tanti premi in più.

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