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27.12.2014 - 11:300
Aggiornamento : 15.12.2017 - 17:08

Chi ha paura della maternità?

Diventare genitori cambia la vita, non c’è dubbio.
Non riusciamo a immaginare un’esperienza altrettanto radicale, che influenza in modo duraturo ogni ambito della vita: le abitudini, le priorità, i ritmi, i pensieri e, nel caso delle madri, il corpo e forse anche il cervello.
Come tutte le esperienze forti, oltre a emozionare fa paura. Giustamente, ci vien da dire: vista la portata della cosa, un po’ di timore è più che giustificato. Che poi a volte si trasformi in vero e proprio panico, non cambia poi tanto; una volta accolto il bebè nelle nostre vite, sappiamo che stiamo facendo la cosa giusta, la più importante e naturale che ci possa essere.
Il fatto è che la paura può coinvolgere anche le persone che stanno attorno ai genitori, dai parenti agli amici, fino a raggiungere a volte anche i datori di lavoro, che possono anche non essere in grado di affrontare il fatto di avere una dipendente che diventerà mamma. Mentre la paternità non sembra porre nessun problema particolare, la maternità è a volte vissuta come un ostacolo: gestire la gravidanza, il periodo del congedo, il rientro al lavoro può diventare così difficile da arrivare a compromettere il rapporto di fiducia, al punto da troncare la collaborazione, da una parte o dall’altra.
Ma perché succede questo? Perché un datore di lavoro perde la fiducia in una professionista fino ad allora ritenuta in gamba? Perché una donna è disposta a lasciare un lavoro che le piace, e che magari le serve pure, dopo la maternità?
Di questo ci occupiamo oggi, grazie alla testimonianza di due giovani donne: di aziende che panicano di fronte alla maternità, di donne che vengono discriminate professionalmente perché sono diventate madri, di licenziamenti abusivi, demansionamenti, mobbing e scarsa empatia.
Avvenimenti tutt’altro che rari in Ticino, ci spiegano dal consultorio giuridico Donna lavoro, che riceve un centinaio di segnalazioni l’anno, ma dal quale partono pochissime rivendicazioni concrete nei confronti dei datori di lavoro.
La questione ai nostri occhi diventa dunque duplice. Da una parte è inaccettabile che così tante donne oggi in Ticino debbano essere in difficoltà dal punto di vista professionale in un momento importante come la gravidanza. Dall’altra è sconcertante rendersi conto che, nonostante esistano leggi che le tutelino e nonostante vi sia un servizio che le aiuti dal punto di vista legale, pochissime scelgono di far valere i loro diritti.
Con tutta la comprensione per chi decide di averne già abbastanza – un figlio piccolo è un motivo più che sufficiente per non avere energie da sprecare in altri campi –, non possiamo accettare che i diritti acquisiti restino solo teorici, un vanto legale che ci faccia sentire in un Paese egualitario ma che ‘tanto nella pratica non funziona’.
Per cambiare le cose dobbiamo attivarci tutti: indigniamoci, difendiamo le nostre amiche, aiutiamo le nostre colleghe a farsi valere, facciamo in modo che quest’arroganza non continui impunemente.
Siamo tutti coinvolti, almeno finché si continuerà a mettere al mondo bambini e a lavorare per mantenerci.
Faremmo un favore non solo a tante donne, ma all’intera società, se promuovessimo l’idea che la maternità è un valore aggiunto e che la genitorialità cambia sì, ma spesso lo fa in meglio.

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