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(Keystone)
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15.11.2019 - 17:33
Ats, a cura de laRegione

La vecchiaia farà male alla crescita economica

Tra una decina di anni la generazione dei baby boomer uscita dal mondo del lavoro avrà un effetto frenante su benessere e Pil

Berna – Il progressivo invecchiamento della popolazione rallenterà lo sviluppo del benessere in Svizzera. Si potrebbero però mitigare a medio-lungo termine gli effetti negativi con una serie di riforme mirate. È quanto emerge da quattro studi presentati oggi a Berna dalla Segreteria di Stato dell'economia (Seco).

Gli effetti demografici si rifletteranno nello sviluppo economico soprattutto nei prossimi 10-20 anni. Con il ritiro dall'attività lavorativa della cosiddetta generazione del baby boom, il tasso di individui di oltre 65 anni rispetto a quelli di 20-64 dovrebbe passare del 30% del 2017 al 48% nel 2045.

In generale, le proiezioni nell'orizzonte temporale 2018-2060 documentano una significativa perdita di crescita economica causata dai cambiamenti nella struttura per età della popolazione svizzera, sia in termini assoluti che pro capite. In questo periodo "la crescita economica potrebbe addirittura dimezzarsi, stando ad alcune ipotesi", scrive la Seco.

Secondo i calcoli, tra il 2021 e il 2065 ci sarà un indebolimento della crescita del Pil pro capite di quasi 0,3 punti percentuali all'anno (in media), riducendo il Pil pro capite del 2065 dell'11% rispetto a quello riscontrabile con le strutture demografiche odierne. L'effetto frenante si osserverà in particolare entro l'inizio degli anni '30, quando tutta la generazione dei baby boomer sarà uscita dal mondo del lavoro.

Se non si verificherà alcun cambiamento nelle spese pro-capite specifiche per età, la conseguenza sarà un aumento di tasse e imposte che colpirebbe principalmente le persone di mezza età, con aumenti di reddito inferiori alla media.

Per attutire l'impatto che tutto ciò avrà sulla crescita saranno necessarie riforme mirate, scrive la Seco. Quella di maggiore effetto sarebbe un aumento dell'età pensionabile di due anni: potrebbe ridurre di circa un quinto il rallentamento del Pil pro capite fino al 2065. Un esito simile si potrebbe ottenere anche con l'aumento dei tassi di occupazione degli ultra 55enni.

Più modesto, ma comunque positivo, è invece l'effetto di una maggiore partecipazione delle donne al lavoro, migliorando la conciliabilità tra attività professionale e famiglia.

Anche l'aumento dell'immigrazione può compensare le conseguenze dell'invecchiamento demografico, ma solo in misura minore. Tuttavia, sul lungo periodo tale effetto dipenderebbe dalla possibilità di mantenere i tassi d'immigrazione stabilmente alti.

Per un'economia aperta come la nostra conta poi anche l'evoluzione demografica all'estero, perché può incidere sulla domanda di esportazioni.

Queste misure non basteranno però a compensare del tutto gli effetti dell'invecchiamento della popolazione. "Per assicurare il benessere sul lungo periodo è essenziale continuare a puntare sullo sviluppo della produttività, cioè su una creazione di valore aggiunto per ora di lavoro prestata il più possibile elevata", aggiunge la Seco.

Gli studi presentati oggi notano poi che i futuri cambiamenti demografici, sia in Svizzera che all'estero, potrebbero comunque avere effetti positivi sul valore aggiunto dei settori della sanità, dei servizi di assistenza residenziale e sociale nonché del comparto farmaceutico. Entro il 2060 il contributo della settore della sanità al Pil dovrebbe crescere di circa 1,6 punti percentuali, ossia di circa 9 miliardi di franchi.

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