Inchieste
20.12.2017 - 08:410

Pelle nera in ghetti d'oro, viaggio tra le donne eritree in Ticino, poche parlano italiano

Fuori palazzi grigi senz’anima, dentro formicai vocianti di bambini. Le scale sono deserte e anonime, ad ogni piano ci sono 4 appartamenti, dove alloggiano vari rifugiati. Donne giovanissime dalla pelle nera ci aprono la porta: entrando vieni avvolto da una nuvola di profumi speziati, nei salotti colorati, c’è sempre un tavolino basso per il tradizionale rito del caffè, immagini religiose appese al muro, un telo (sempre) arancione sul divano, tapparelle spesso chiuse e la grande televisione accesa. Siamo a Bodio dove, in alcuni palazzi all’entrata del paese, sono alloggiati diversi rifugiati eritrei. Ci andiamo per capire cosa fanno da mattina a sera, quanto sono integrati. Alcuni sono in Ticino da tempo, molti hanno un permesso provvisorio (F). Affitto e cassa malati sono pagati dal Cantone, ciascuno riceve poi soldi per vivere. Per fortuna abbiamo un traduttore perché in questi palazzi la lingua ufficiale non è l’italiano, ma il tigrino.

Selam vuole cambiare appartamento 

Selam, 22 anni, ci fa sedere in un ampio salotto, è molto magra, quasi trasparente e non parla italiano; mentre ci offre della gazzosa ci mostra fatture della luce da 250 franchi, impossibile pagarle, vuole cambiare alloggio. Suo marito non è in Svizzera, non è stato riconosciuto come rifugiato (per gli accordi di Dublino) e lei è sola con due bambini. Ci mostra sconsolata la lettera del padrone di casa ‘O rispettate i termini del contratto o portate un subentrante’. Selam non parla italiano, come può trovare un’altra sistemazione? Scendiamo di un piano e incontriamo Jenet, ci accoglie in casa e mi mostra lo sporco che si deposita sulle tapparelle, vuole cambiare sistemazione. Mentre apre un bottiglione di Coca Cola, ripete in modo ossessivo, che l’aria è malsana. Parla veloce, parla solo tigrino. La sua mente è come un disco rotto. Sua figlia di 4 anni guarda la televisione. Jenet sa che sarà difficile andarsene da lì.

Helena dice solo 'Oui' 

Nel terzo appartamento c’è Helena, 21 anni, tiene in braccio il suo bimbo, lei dice solo ‘Oui’, ha imparato qualche parola di francese nel cantone romando dove vive il padre di suo figlio. Lei fa avanti e indietro. La coppia è separata in Svizzera ma sta lottando per stare insieme. Sarà difficile perché lei ha un permesso umanitario. Nel suo appartamento arrivano altre donne eritree del palazzo, tutte giovanissime, le loro storie si assomigliano: sono poco scolarizzate, ci raccontano che vengono dalla campagna eritrea al confine con Sudan o Etiopia. Molte hanno grosse difficoltà a seguire i corsi di italiano in Ticino. Alcune decidono di diventare mamme e non seguono più i corsi. I risultati sono sotto i nostri occhi: bimbi vivaci che saltellano, neonati in braccio a donne che ti fissano con gentilezza, ma non spiaccicano una parola di italiano. Nemmeno ‘Buongiorno’. Per loro sembra che l’integrazione finisca ancora prima di iniziare.

Palazzi che sembrano grandi depositi 

Questi palazzi sembrano grandi depositi, ci chiediamo come potranno integrarsi queste giovani donne se non sanno l’italiano. Sono nelle mani di chi gestisce la loro vita. Quando i figli cresceranno e forse dimenticheranno il tigrino, loro saranno ancora di più emarginate e sole. Prima di andarcene incrociamo una ventenne eritrea, è l’unica che a stento parla italiano. L’ha imparato a Bosco Gurin, dove è rimasta un anno e 8 mesi , era l’unico modo per comunicare con i rifugiati di altre nazionalità. Lei spera di potere seguire i corsi di lingua. È l’unica che dimostra una vera motivazione.

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