In vista del voto
08.10.2019 - 18:170

La Svizzera che vogliamo

Anche se la campagna elettorale verso il 20 ottobre sembra stentare a decollare e a scaldarsi per davvero, c’è un aspetto molto interessante dietro le scelte che potremo fare in questa tornata elettorale. Il forte ricambio in atto nelle due Camere, ci permette infatti di determinare quale Svizzera vogliamo per il nostro futuro. Una scelta non da poco, soprattutto considerando come l’attuale panorama politico a Berna si sia – mi si passi il termine – parecchio “inselvatichito”. Nel senso che l’asprezza dei toni nel dibattito fa quasi diventare irriconoscibile il tradizionale senso elvetico di coltivare l’arte del compromesso. Ma tant’è, sarà un segno dei tempi che cambiano.

Scegliere che Svizzera vogliamo, però, non è certo un esercizio da sottovalutare. In primo luogo perché in gioco ci sono scelte che segneranno profondamente il nostro modo di interpretare la “Svizzeritudine” nei prossimi anni, forse decenni. Il più ovvio è senz’altro l’approccio da tenere nei confronti dell’Europa. Sulla possibilità e sull’opportunità di sottoscrivere o meno l’accordo quadro con l’Ue se ne sono dette e scritte di tutti i colori negli ultimi mesi. Il punto centrale è però il fatto che la salvaguardia degli accordi bilaterali è vitale per il nostro Paese. Senza se, e senza ma. Questo non significa dover assecondare tutte le richieste di Bruxelles e non significa voler negare i problemi di abusi sul mercato del lavoro che vivono quotidianamente regioni come il Ticino. Ma la posta in gioco è ben più ampia.

Di recente, grazie al sapiente lavoro di cesello dell’allora Consigliere federale Johann Schneider Ammann, la Svizzera ha siglato un accordo di libero scambio con l’Indonesia. Che può sembrare un “paesello esotico”, ma che è in realtà un colosso da oltre 270 milioni di abitanti. Commercialmente un partner piuttosto interessante, insomma. Con l’arcipelago, la Svizzera vanta attualmente grosso modo 1 miliardo di franchi di scambi commerciali l’anno. Non male, si potrebbe pensare. Certo, ma con i Paesi europei la Svizzera scambia 1 miliardo di franchi al giorno! Mettere in forse la possibilità di lavorare con il nostro principale partner sull’altare di un incomprensibile sovranismo, insomma, non sembra la decisione più intelligente da prendere.

Allo stesso modo, chi vorrebbe “semplicemente” un’adesione della Svizzera all’UE quale panacea di tutti i mali elvetici, non si rende conto (o forse fa orecchie da mercante), che sul piatto della bilancia c’è ben più del rischio di perdita dell’identità nazionale. Buttereste sul tavolo da gioco il benessere elvetico solo per la prospettiva di diventare una stellina gialla tra molte altre su una bandiera blu? Guardare i Paesi che ci stanno attorno e la risposta la troverete anche senza “aiutino”.

Dire No all’adesione all’Ue e Si alla collaborazione e agli accordi bilaterali per evitare l’isolamento, come saggiamente sottolineato anche dal candidato Plr agli Stati Giovanni Merlini, “è la via maestra per la Svizzera”.

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