Il dibattito
26.03.2020 - 15:590
Aggiornamento : 27.03.2020 - 08:49

Virus, l'uomo impara poco dalla storia

Da Manzoni a Camus: qualcosa di simile lo stiamo vivendo con la pandemia

Alessandro Manzoni, nei capitoli 31 e 32 dei Promessi sposi, descrive la terribile epidemia di peste a Milano del 1629. Nel capitolo 31 egli mette l'accento sulla disattenzione e la sottovalutazione dei primi indizi dell'epidemia: "In principio dunque, non peste, assolutamente no, per nessun conto: proibito anche di proferire il vocabolo. Poi, febbri pestilenziali: l’idea s’ammette per isbieco in un aggettivo. Poi, non vera peste, vale a dire peste sì, ma in un certo senso; non peste proprio, ma una cosa alla quale non si sa trovare un altro nome. Finalmente, peste senza dubbio … ". 

Anche Albert Camus, ne La peste (1947), descrive l'insidiosità del male a livello collettivo, che si rivela quanto più l'attenzione è meno vigile. Gli abitanti di Orano (cittadina algerina in cui è ambientato il testo) reagiscono ognuno a modo suo. Alcuni non rinunciano ai piaceri della vita di ogni giorno: i bar e i ristoranti restano aperti, mentre a teatro viene riproposta di continuo la rappresentazione di un gruppo di attori rimasti bloccati dal cordone sanitario. Altri, invece, si barricano in casa temendo il contagio. Il personaggio principale, il dottor Rieux, vero eroe della circostanza, è in pensiero per la moglie malata (poi morta), ma non si tira indietro dal prestare le cure agli appestati, con indomito coraggio e spirito di abnegazione. Al termine della terribile epidemia, egli ammonisce le autorità sulla necessità di una prevenzione contro un eventuale futuro ritorno della peste, i cui bacilli possono restare inerti per anni prima di colpire ancora.

Decisioni coraggiose solo all'imperversare dell'epidemia

Qualcosa di simile lo stiamo vivendo con la pandemia di Coronavirus: la gente e le autorità preposte faticano dapprima a comprendere l'urgenza degli interventi, descrivendola come una semplice influenza, poi subordinandola alle necessità dell'economia. Solo all'imperversare dell'epidemia si prendono decisioni coraggiose, anche contro gli interessi in gioco. Eppure anche di fronte a dovute misure impegnative, c'è chi disquisisce sulla legalità di esse, con malcelato cinismo. È successo un po' ovunque, ma anche nella nostra evoluta Svizzera, con la derisione prima e il risentimento poi verso chi (il Ticino) avrebbe intralciato il cammino dell'economia. Un atteggiamento, questo, che non merita commento, ma solo indignazione. In passato gli eroi erano i medici che indossavano un mantello cerato, guanti protettivi, una sorta di occhiali con un becco per le sostanze aromatiche, e adoperavano un bastone per il contatto col malato. Ora sono ancora i medici e il personale sanitario che devono far fronte ai malati in continuo aumento, con tute, mascherine, respiratori meccanici, ecc. Loro meritano il nostro plauso e non quei giocatori di calcio che non accettano una ragionevole riduzione dei loro lauti stipendi.

Appuntamento ricorrente nella storia dell'umanità

Le pandemie in grado di seminare il panico e il caos nella società sono un appuntamento ricorrente nella storia dell'umanità: la Morte Nera fra il 1331 e il 1353, che ha decimato la popolazione europea; le epidemie di Milano (1629-1631), Napoli (1656) e Venezia (1676-1677); la terribile Spagnola del 1918, che ha provocato 50 milioni di morti e tante altre ancora. Nella letteratura troviamo racconti, testimonianze e romanzi sul tema delle epidemie: dal Decameron di Boccaccio, ai Promessi Sposi di Manzoni, alla Peste di Camus, alla Morte a Venezia di Thomas Mann. C'è uno scrittore singolare, autore di Zanna Bianca, che scrisse nel 1912 un romanzo fantascientifico intitolato Peste scarlatta. L'autore, Jack London (1876-1916), ipotizza con più di cento anni di anticipo una terribile e devastante epidemia che dovrebbe avvenire nel 2013, in un  mondo da lui definito dei "Magnati dell'Industria". Il romanzo immagina uno scenario ambientato in California sessant'anni dopo lo scoppio dell'epidemia, in cui un vecchio (uno dei pochissimi superstiti) racconta a un gruppo di ragazzi selvaggi (i nipoti degli altri scampati) come la civiltà sia andata in fumo. La conclusione è pessimista: "Come la vecchia civiltà si è estinta, così si estinguerà la nuova. Ci vorranno forse cinquantamila anni per costruirla, ma finirà per estinguersi". 

Quale lezione?

L'uomo impara poco dalla storia, come acutamente ha fatto notare il fondatore di Microsoft Corporation Bill Gates in una conferenza di qualche anno fa a proposito dell'epidemia Ebola, scoppiata nei paesi dell'Africa Occidentale nel 2014: "Non avevamo un gruppo di epidemiologi pronti a partire. Sono stati messi online con molto ritardo e molta imprecisione i rapporti sul decorso della malattia. Non avevamo un team medico pronto a partire. Non c'era nessuno sul posto a valutare le terapie". La mancanza di preparazione potrebbe permettere alla prossima epidemia di essere terribilmente più devastante dell'Ebola, anche se oggi il mondo può vantare, rispetto al passato, i benefici di tutta la scienza e della tecnologia, dei cellulari per raccogliere informazioni e trasmetterle, delle mappe satellitari per individuare dov'è la gente e come si muove. Ecco perché – pensa Bill Gates – anche un'epidemia come quella di Ebola può insegnarci qualcosa: "Essa può servire come avvertimento, da campanello d'allarme per prepararci. Se iniziamo adesso, potremo essere pronti per la prossima epidemia".

E sono lieto di constatare come il nostro sistema sanitario ticinese si rivela all'altezza della situazione attuale.

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