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Gaiawwf

14.10.2017, 09:302017-10-14 09:30:44
Susanna Petrone

La volpe artica è in pericolo

L’Artide è un immenso habitat che vanta una fauna e una flora davvero uniche. In questa regione vive anche la volpe artica. A causa del cambiamento climatico, tuttavia, nell’estremo nord...

L’Artide è un immenso habitat che vanta una fauna e una flora davvero uniche. In questa regione vive anche la volpe artica. A causa del cambiamento climatico, tuttavia, nell’estremo nord fa sempre più caldo: una grave minaccia per l’eccezionale biodiversità dell’Artide.

Il freddo, però, è essenziale per questo poco conosciuto animale. La volpe artica, infatti, ha una pelliccia particolarmente folta ed è perciò ben attrezzata per vivere tra i ghiacci e la neve. I peli le crescono persino sotto le zampe, e quando si sdraia, essa può avvilupparsi nella propria lunga coda arruffata per proteggersi dal freddo. Due volte all’anno la volpe artica muta pelliccia, e con essa anche il colore. In inverno è bianca come la neve mentre in estate il suo pelo si adatta al paesaggio circostante assumendo tinte che vanno dal grigio al bruno.

Il ghiaccio che si assottiglia, però, sta mettendo a dura prova tutti gli animali dell’Artide. Gli effetti del cambiamento climatico sono particolarmente visibili: gli inverni sono più miti e la primavera arriva in anticipo. Negli ultimi decenni le temperature dell’Artide sono aumentate ad una velocità doppia rispetto al resto del Pianeta. Lo spessore della banchisa, in estate, è la metà rispetto a 30 anni fa. Tutto questo comporta dei profondi mutamenti nell’habitat della volpe artica, minacciata da diversi fattori: in passato le volpi polari venivano cacciate per la loro pelliccia estremamente folta, fino quasi alla loro estinzione. Fortunatamente oggi la loro caccia è stata vietata in molti Paesi ma c’è un altro problema. Dato che sulla Terra fa sempre più caldo, anche l’habitat della volpe cambia. Le volpi rosse, parenti delle volpi polari ma di taglia più grande, sconfinano sempre più a nord scacciando le volpi polari dal loro habitat e rubando le loro prede. Anche altri animali, come gli orsi o i lemming, risentono del cambiamento climatico. Dato che in inverno le volpi polari dipendono dal cibo abbandonato dagli orsi polari, se gli orsi polari scompaiono, per le volpi polari c’è meno da mangiare.

E così parte la difficile ricerca del cibo: i lemming sono le prede privilegiate della volpe artica. Li cattura nella neve. Ma a causa delle temperature che aumentano, le cavità naturali che si creano nel manto nevoso – dove vivono e trovano cibo i piccoli roditori – non si formano più. In inverno, quando il cibo scarseggia, la volpe artica segue l’orso polare nutrendosi dei resti lasciati dal grande cacciatore bianco. Ma scarseggiando questi resti – visto che l’orso polare ha sempre meno tempo a disposizione per cacciare – scarseggia anche il cibo per le volpi artiche. Gli orsi polari sono il simbolo del climate change, ma se non riusciremo ad arrestare o almeno frenare i cambiamenti climatici, allora anche la volpe artica, il gabbiano d’avorio, la foca dalla sella e il narvalo perderanno il loro habitat.

Identikit della volpe polare

La volpe polare, chiamata anche volpe artica, vive in tutto l’emisfero nord del globo terrestre dove l’inverno è glaciale, come in Canada, Alaska, Groenlandia, Islanda, nel nord della Scandinavia e nel nord della Russia. Questo animale è perfettamente adatto alle rigide temperature: in inverno possiede una spessa e calda pelliccia bianca che lo tiene al caldo e lo mimetizza nel paesaggio completamente innevato. La volpe polare può sopravvivere a temperature fino a 60 gradi sotto zero.

Alimentazione
Le volpi polari non sono difficili in fatto di cibo. Poco importa se sono topi, lepri bianche, uccelli, uova, molluschi, ricci di mare o foche morte: a questa volpe piace proprio tutto. Il suo cibo preferito sono i lemming. Non appena ne avvista uno, lo immobilizza balzandogli addosso con un salto. Grazie al suo ottimo udito, riesce addirittura a sentire i lemming che si muovono nei loro corridoi sotterranei sotto la neve. Per catturarli, si tuffa a testa nel manto nevoso. La volpe polare è un animale furbo: spesso segue gli orsi bianchi mentre vanno a caccia. Dato che di solito l’orso bianco mangia unicamente il grasso, la pelle e le interiora delle sue prede, le volpi polari si cibano dei resti. Se in estate riesce a procurarsi cibo in abbondanza, la volpe ne nasconde un po’ nella sua tana o nelle fessure delle rocce, così se in inverno non avrà cibo a sufficienza, potrà contare sulle sue scorte.

Vita sociale
In inverno, quando il freddo è glaciale, le volpi condividono le proprie tane scavate sotto la neve. Poiché in inverno è più difficile trovare cibo che in estate, preferiscono cacciare in gruppo, mentre in estate le volpi polari tornano a vivere nuovamente da sole.

Vita da cuccioli
Nella stagione degli amori, il maschio cerca la femmina e difende il suo territorio con forti latrati e demarcandolo con la propria urina e i propri escrementi. Dopo circa 50-55 giorni, la femmina dà alla luce da cinque a dieci piccoli nella tana o nella fessura di una roccia. Alla nascita sono ciechi e vengono allattati dalla madre a cui il padre porta il cibo.
Dopo due settimane, aprono gli occhi e presto andranno alla scoperta dei dintorni con i genitori. A questo punto anche la madre torna a cacciare: una famiglia di volpi, durante un’estate, divora migliaia di lemming! Quando torna il freddo e i giorni diventano più corti, le piccole volpi lasciano i genitori e si mettono loro stesse alla ricerca di cibo nella tundra che presto sarà ricoperta dalla neve.

7.10.2017, 10:212017-10-07 10:21:09
@laRegione

I mille colori dell’autunno

L’autunno è la stagione ideale per lasciarsi ispirare dai colori: basta fare una breve passeggiata nel bosco per ammirare una sinfonia colorata che lascia senza fiato. Le giornate...

L’autunno è la stagione ideale per lasciarsi ispirare dai colori: basta fare una breve passeggiata nel bosco per ammirare una sinfonia colorata che lascia senza fiato. Le giornate cominciano ad accorciarsi, ma i raggi di sole ancora ci scaldano e illuminano la natura che all’improvviso lascia spazio al giallo, al rosso, al marrone. Ma come mai le foglie cambiano colore? Il colore delle foglie dipende da alcuni pigmenti che si trovano al loro interno, sono loro che riflettono la luce e che le fanno apparire colorate.

Il colore verde dipende dalla clorofilla, la molecola responsabile di trasformare la luce del sole in nutrimento per la pianta. In autunno le ore di sole diminuiscono e le foglie terminano il loro ciclo vitale. Quando la clorofilla diminuisce, viene lasciato spazio ad altri pigmenti, che erano già presenti nelle foglie ma non mostravano le loro tonalità di colore perché “coperti” dalla clorofilla. E così in autunno possiamo approfittare delle tonalità gialle-arancioni dei carotenoidi (gli stessi pigmenti che danno il colore alle carote) e rosso-viola delle antocianine (presenti nei pomodori e nelle ciliegie).
Quando le foglie hanno terminato il loro ciclo e sono morte, i pigmenti colorati si mischiano tutti assieme formando una sorta di “poltiglia colorata” che riflette le tonalità del marrone-grigio. L’autunno è il periodo migliore per raccogliere foglie colorate per trasformarle in un bellissimo bouquet.

Funghi particolari

Arriva l’autunno e nei nostri piatti arrivano con le pappardelle e la polenta anche i funghi. Noi vi presenteremo due funghi un po’ particolari che troviamo sugli alberi e che già in passato sono stati fondamentali. Il Fomes fomentarius, detto anche il “fungo dell’esca” che appartiene alla famiglia delle poliporacee, cresce su tronchi vecchi – soprattutto sulle “ferite” del tronco – oppure su tronchi morti e ha una forma che ricorda lo zoccolo di cavallo con solchi concentrici intercalati da cuscinetti perlopiù di colore grigio cenerino. Questo fungo può vivere fino a 30 anni e presenta rigature che contrassegnano la crescita annuale, ma è impossibile dedurne l’età esatta contando i cuscinetti, poiché in un anno possono avvenire più crescite. Con un diametro del corpo fruttifero compreso tra i 10 e i 50 cm, si tratta di uno dei funghi più imponenti. Il suo habitat? Il Fomes fomentarius è un fungo cosmopolita e comune. Come già detto cresce su alberi vecchi, indeboliti e deperenti. Una volta che l’albero muore, questo fungo è in grado di vivere per anni come saprofita (cioè nutrendosi di legno morto) sui rami o i tronchi degli alberi morti. Come gli altri funghi saprofiti, oltre alla cellulosa, riesce a degradare anche la lignina, un polimero assai complesso. Per chi pensasse che l’albero muore per “colpa” del fungo c’è da dire che colpisce tronchi già danneggiati. In pratica velocizza un meccanismo già in atto. Una volta che l’albero muore può infatti far spazio alla luce del sole e di conseguenza a nuove piantine.

Curiosità: si tratta di un fungo conosciuto sin dall’antichità. Qualche pezzettino è stato persino trovato in una sacca di Ötzi, l’uomo del Similaun, una mummia risalente al 3300 a.C. A quei tempi, infatti, le persone sfruttavano la natura legnosa-stopposa del fungo e lo usavano come esca per accendere il fuoco.

Il Lobaria pulmonaria invece è un lichene a rischio. I licheni sono degli organismi molto particolari. Sono, infatti, composti da due parti distinte: un’alga e un fungo. Le ife – i filamenti del fungo – e le cellule delle alghe vivono associate in una sorta di comunità vivente, detta anche “biocenosi”. Per sopravvivere questo organismo ha bisogno praticamente solo di luce e di umidità. I licheni possono seccare completamente senza per questo subire dei danni ed inoltre sono in grado di sopportare delle variazioni di temperatura enormi, motivi per i quali essi possono sopravvivere in tutte le regioni climatiche della Terra. Al mondo esistono oltre 16mila specie di licheni. In Svizzera se ne conoscono oltre 500 specie, anche se negli ultimi decenni oltre 20 sono estinte e la metà dei licheni presenti è a rischio. La Lobaria pulmonaria prende il nome dai suoi lobi profondamente sinuosi e bollosi come polmoni. È un lichene che può raggiungere le dimensioni di una mano.

Curiosità: ad oggi lo si usa come rimedio contro le malattie polmonari, in particolare la tosse. In Svizzera le aziende devono chiedere un’autorizzazione per poter raccogliere questo fungo. Visto che è un organismo protetto, le aziende produttrici si rivolgono a Paesi dove il lichene non è protetto dalla legge. Colorazione: allo stato umido, presenta un colore verde vivace fino all’olivastro. Secco appare dall’olivastro al marrone.

30.9.2017, 05:002017-09-30 05:00:00
Susanna Petrone

La formica tagliafoglie

Al mondo si conoscono circa 9’600 specie di formiche, ma noi parleremo di una in particolare: la formica tagliafoglie che vive nella foresta pluviale amazzonica. Come tutte le formiche, ha sei...

Al mondo si conoscono circa 9’600 specie di formiche, ma noi parleremo di una in particolare: la formica tagliafoglie che vive nella foresta pluviale amazzonica. Come tutte le formiche, ha sei gambe e il corpo protetto da una corazza. Le formiche tagliafoglie, però, hanno una particolarità: nei loro nidi coltivano funghi. Per un breve periodo, si possono vedere queste formiche volare: si tratta del volo matrimoniale, regina e maschi lasciano il loro nido per accoppiarsi. Dopo l’accoppiamento i maschi muoiono, mentre per la regina inizia il lavoro: fonda una nuova colonia di formiche e inizia a  scavare nel terreno. Dopo circa venti centimetri costruisce una camera, dove deporrà le prima uova, dalle quali usciranno poi le larve. Lei è una regina solitaria: all’inizio è dura perché la regina deve arrangiarsi da sola. Patisce la fame e perde molto peso. Scelto dove insediare la nuova colonia, pianta un pezzettino del fungo che si è portata con sé dal nido dove è nata. Le larve si nutrono del fungo e poi si trasformano in crisalidi, da cui nasceranno le prime formiche. Ed è così che viene dato il via alla sua colonia di formiche: con il passare del tempo viene creato un immenso labirinto di corridoi e camere, che possono arrivare ad accogliere fino a 2 mila formiche. Per liberare il nido dalla terra, le formiche trasportano fuori circa 40 mila chili di terra, tanto quanto un grande autocarro. Per compiere quest’immenso lavoro, questi piccoli insetti fanno ben un miliardo di viaggi. Il risultato è una città sotterranea popolata da milioni di formiche con un solo obiettivo: avere il maggior numero possibile di fratelli, ma soprattutto di sorelle. A prima vista un nido di formiche sembra molto disordinato e caotico ma è solo l’apparenza. Come tutte le formiche, anche questa specie sudamericana è super organizzata e il lavoro viene suddiviso. A seconda della grandezza ogni esemplare si specializza in un determinato compito. Le più anziane si occupano delle attività più pericolose all’esterno del nido e le più giovani rimangono prevalentemente al riparo al suo interno. Le formiche addette al taglio vanno alla ricerca delle foglie migliori e incominciano il lavoro grazie alle loro mandibole taglienti. Per non fare pezzi troppo grandi, incominciano a tagliare e continuano girando in tondo. I piccoli frammenti, che così possono essere trasportati dalle sorelle, vengono marcati da un odore e lasciati cadere al suolo oppure portati a peso lungo il tronco.

Gli abitanti del formicaio

Il formicaio ha tante operaie. Ecco i loro compiti: i frammenti e i pezzi di foglie vengono presi in consegna dalle operaie addette al trasporto che sono in grado di portare un peso 10 volte superiore al loro. Grazie alla marcatura con l’odore è semplice trovare i pezzi destinati alla colonia, che vengono trasportati sulla testa. Per raggiungere il nido seguono una pista appositamente creata, marcata dall’odore, falciata e pulita da formiche tagliafoglie. E poi ci sono le soldatesse: su alcuni frammenti di foglia siedono piccole formiche che proteggono il prezioso bottino da attacchi nemici. Inoltre, delle soldatesse di quasi due cm fanno la guardia alla pista che porta al nido, che può essere lunga anche 250 metri. Hanno lame particolarmente forti e sono più grandi delle altre. Grazie a questo ineccepibile servizio di sicurezza, ogni giorno un chilo di foglie e petali fatti a pezzi giunge alla colonia in tutta sicurezza. Una volta raggiunta la colonia, le foglie vengono consegnate alle piccole operaie che si occupano di sminuzzarle ulteriormente. Poi arriva il turno di formiche operaie, ancora più piccole, che hanno il compito di masticare ciò che rimane delle foglie fino ad ottenerne una poltiglia, che però nessuno mangerà. Servirà invece da terreno fertile per far crescere i funghi. Una squadra di netturbini si occupa di ripulire dall’immondizia le camere e i corridoi. I rifiuti vengono trasportati fuori dal nido e depositati in una discarica, così quando piove la colonia non viene inondata dal pattume. Le addette alla pulizia sono formiche vecchie, che presto moriranno. Una volta fondata, la regina non abbandonerà più la sua colonia, protetta e accudita dalle formiche operaie. Può raggiungere i 4 centimetri di grandezza, venti anni d’età e il suo compito è deporre uova per il resto della sua vita: venti uova al minuto, quasi 30 mila al giorno, oltre 10 milioni all’anno! Le larve vengono allevate dalle baby-sitter, che nutrono i piccoli con il fungo. Sono le formiche giardiniere ad occuparsi dell’orto. Il fungo assomiglia a una grossa spugna biancastra. Oltre a raccoglierne le parti più spesse, le formiche giardiniere sono ricoperte di batteri, che evitano ad esempio la formazione di muffa sul fungo. Gli accessi del nido sono disposti in modo che il fungo e le formiche ricevano sufficiente aria fresca. Quando piove vengono invece chiusi.  Fungo e formiche hanno dunque una dipendenza reciproca e non potrebbero vivere da soli. In biologia questo fenomeno si chiama simbiosi.

Il valore del Mediterraneo: 5,6 bilioni di dollari

Secondo uno studio pubblicato questa settima dal WWF, il valore economico stimato per il Mediterraneo è pari ad almeno 5600 miliardi di dollari americani. L’eccessivo sfruttamento delle risorse minaccia il funzionamento di questi ecosistemi, fondamentale per la vita marina. Dai 46 mila chilometri di coste del Mare Mediterraneo dipende la vita di circa 150 milioni di persone. Il mare ha infatti un ruolo fondamentale per le economie delle singole regioni e per l’interesse generale delle collettività che vi abitano. Lo studio «Reviving The Economy Of The Mediterranean Sea», nato per iniziativa del WWF e del Boston Consulting Group, evidenzia i vantaggi economici che il Mediterraneo è grado di offrire ai Paesi che si affacciano sulle sue rive. Per rendere l’idea: se il Mediterraneo costituisse un’economia a sé, sarebbe la quinta della regione dopo Francia, Italia, Spagna e Turchia.

Per preservare un modello economico sostenibile nell’area mediterranea, lo studio propone sei priorità strategiche basate sugli obiettivi di sostenibilità delle Nazioni Unite. Tra questi rientra l’introduzione di forme di economia neutrali in termini di emissioni di CO2 in grado di adeguarsi al cambiamento climatico, sfruttare le risorse naturali in modo sostenibile, ridurre l’impronta ecologica del turismo di massa e puntare sullo sviluppo sostenibile del turismo e della pesca.

 
 
 
23.9.2017, 08:452017-09-23 08:45:27
Susanna Petrone

I cavallucci marini, pesci particolari!

Anche se il loro nome deriva dalla parola “cavallo”, i cavallucci marini non sono dei cavalli che vivono sott’acqua. È per via della forma della loro testa, simile a quella di...

Anche se il loro nome deriva dalla parola “cavallo”, i cavallucci marini non sono dei cavalli che vivono sott’acqua. È per via della forma della loro testa, simile a quella di un cavallo, che si sono aggiudicati questo particolare nome. Ma allora che animali sono? I cavallucci marini, detti anche ippocampi, sono in tutto e per tutto dei pesci. Osservandoli da vicino, è possibile riconoscerne le branchie, le pinne pettorali e una pinna dorsale proprio come in un normalissimo pesce. Le pinne pettorali, che assomigliano vagamente a delle orecchie, servono a spostarsi verso destra e verso sinistra. Grazie alla pinna dorsale, invece, possono nuotare rimanendo in posizione eretta. Gli ippocampi sono dei pessimi nuotatori e sono estremamente lenti. Alcune specie impiegano un’ora per percorrere un metro! I cavallucci marini vivono in prossimità della costa dove rimangono nascosti nelle praterie marine o tra i coralli. La maggior parte di questi animali vive nella regione indopacifica tra Australia e Giappone, ma si possono trovare anche in Africa, Europa e Sudamerica. Come i camaleonti questi animali possono adattare i propri colori all’ambiente circostante e possono muovere gli occhi in maniera indipendente l’uno dall’altro. Per evitare di essere trasportati via dalla corrente, si aggrappano grazie alla lunga coda prensile alle erbe marine o ai coralli. Per mangiare aspirano plancton e piccoli crostacei con il lungo muso sdentato. Non esiste una sola specie di cavalluccio marino, ma più di 33! Quando due cavallucci marini si incontrano, spesso rimangono insieme per tutta la vita. Iniziano una danza di accoppiamento che può durare giorni. Tra i cavallucci marini non sono le femmine a partorire, bensì i maschi, dotati di un apposito marsupio nel quale la compagna depone le uova. Il maschio feconda le uova nel suo ventre e porta a termine la gravidanza. I piccoli vengono al mondo da 9 a 30 giorni dopo. La maggior parte delle specie partorisce dai 100 ai 300 cuccioli alla volta ma esistono specie che hanno quasi 2’000 piccoli in un colpo solo! Dopo la loro nascita i cavallucci, grandi solo pochi millimetri, devono cavarsela da soli. Gli ippocampi non hanno nemici naturali perché sono troppo liscosi, duri e indigesti. Ciononostante alcune specie sono minacciate a causa dell’uomo: in Asia, infatti, si pensa che i cavallucci marini possano curare malattie e quindi vengono essiccati e poi mangiati. Inoltre, finiscono accidentalmente nelle reti e vengono ributtati in mare una volta morti. Per questo motivo il WWF contribuisce allo sviluppo di nuovi metodi di pesca.


Le alpi e i prati secchi

Le Alpi sono un ambiente di grande importanza naturalistica in cui vivono decine di migliaia di specie di piante e animali, molte delle quali endemiche, ossia si trovano solo qui. Ad esempio, di circa 4’500 specie di piante vascolari delle Alpi, quasi l’8% sono endemiche. L’unicità della flora alpina deriva dalla varietà di habitat presenti e dalle condizioni ambientali esistenti che spingono le specie a evolversi per adattarsi a questi ambienti particolari.
Le Alpi però sono anche la catena montana più densamente popolata ed economicamente sfruttata al mondo. Questo implica una enorme pressione sul territorio e sulla sua biodiversità, tanto che molti ambienti, e molte delle specie che vi vivono, sono sempre più frammentati e in pericolo. Per questo il WWF ha incluso le Alpi fra le sue ecoregioni, cioè quelle regioni particolarmente importanti a livello globale nelle quali concentrare gli sforzi di conservazione. Al loro interno sono poi state identificate delle aree più piccole particolarmente importanti dal punto di vista naturalistico, chiamate “Aree prioritarie di conservazione”. Una di queste gemme preziose è il Sottoceneri.
Per preservare la biodiversità di quest’area, il WWF e il suo partner, l’Alleanza Territorio e Biodiversità, hanno individuato degli ambiti prioritari d’intervento: gli habitat d’acqua dolce, la messa in rete degli ambienti di fondovalle e delle aree urbanizzate, le formazioni forestali ricche di biodiversità e i prati secchi.
Questi ultimi, i prati secchi – conosciuti anche come prati magri – sono poco noti al grande pubblico eppure sono importantissimi. Sono habitat creati da secoli, se non millenni, di utilizzo agricolo tradizionale. Essi ospitano una grande varietà di piante e animali e costituiscono un rifugio per le specie che richiedono spazi aperti e che, in alcuni casi, si sono evolute proprio per adattarsi a questi ambienti.
Purtroppo questi habitat stanno scomparendo dalle Alpi a seguito dell’abbandono delle pratiche agricole tradizionali. Il WWF ha collaborato, insieme ai partner locali, ai contadini e agli enti pubblici, per recuperare e a mantenere alcuni prati secchi situati sulle pendici del Monte Generoso. Questo sforzo contribuirà a preservare la ricchezza ecologica della regione e a mantenere un patrimonio culturale. Questi prati sono tra gli ultimi luoghi in Svizzera dove crescono ancora allo stato selvatico la rara Peonia e l’Asfodelo montano. Questo fine settimana, i volontari del WWF si incontrano per aiutare a gestire uno di questi prati secchi per far sì che anche in futuro vi crescano ancora fiori come la Peonia.

16.9.2017, 05:002017-09-16 05:00:00
Susanna Petrone

Eventi estremi: saranno la norma

Uragani, trombe d’aria, monsoni devastanti: si tratta di fenomeni naturali sempre esistiti, ma che negli ultimi anni sono andati ad intensificarsi. In questi giorni tutti noi abbiamo...

Uragani, trombe d’aria, monsoni devastanti: si tratta di fenomeni naturali sempre esistiti, ma che negli ultimi anni sono andati ad intensificarsi. In questi giorni tutti noi abbiamo visto le immagini che arrivavano da Cuba, dalla Florida, devastate dall’uragano “Irma”. E poi il maltempo che ha colpito la Toscana, spezzando tante vite innocenti. Ad agosto era stata registrata una delle stagioni dei monsoni più devastanti di sempre con oltre 1’300 persone morte a causa delle inondazioni tra India, Nepal e Bangladesh. Si tratta di fenomeni con i quali, in futuro, si dovrà fare i conti sempre più spesso. Sono circa 400 gli eventi estremi ogni anno, quattro volte di più rispetto al 1970.Noi esseri umani ne siamo la causa. Lo confermano gli stessi esperti dell’IPCC (Gruppo intergovernativo di esperti sul cambiamento climatico), che una settimana fa si sono riuniti in Canada. Bilancio dei vari gruppi di lavoro? Le emissioni di CO2 imputabili all’uomo aumentano continuamente, anno dopo anno. Le approfondite analisi di dati da essi effettuate non lasciano dubbi: la temperatura sul nostro Pianeta si sta alzando, con una velocità inquietante. I cambiamenti climatici che in un lontano passato, prima della comparsa dell’uomo sulla Terra, richiedevano millenni e millenni, ora avvengono nel giro di un secolo. Se la comunità internazionale non adotterà misure incisive, entro pochi decenni la temperatura media salirà di diversi gradi.Le cause del cambiamento climatico. All’origine dei gravi cambiamenti climatici a cui stiamo assistendo vi è un rafforzamento dell’effetto serra naturale che interessa l’atmosfera terrestre.Gli studiosi dell’IPCC sono concordi nell’affermare che tale rafforzamento, e i conseguenti rapidi innalzamenti delle temperature che hanno caratterizzato l’ultimo secolo, sono riconducibili all’azione dell’uomo. Si tratta di cambiamenti che hanno colpito anche la Svizzera: lo scioglimento dei ghiacciai, minacciosi smottamenti (basti pensare a cosa è successo in Val Bregaglia), un’acuta carenza di neve. Il cambiamento climatico sarà decisivo nel determinare il futuro delle Alpi. Gli stessi studi del WWF Svizzera confermano che lo scioglimento del permafrost, la scomparsa dei ghiacciai e altri cambiamenti nel ciclo delle precipitazioni portano a dei mutamenti dei pericoli naturali: aumento di colate detritiche, valanghe o piene fluviali. Sono necessari nuovi provvedimenti per la tutela della popolazione e delle infrastrutture. Bisogna agire adesso, se vogliamo dare un futuro ai nostri figli.

la tigre in Kazakistan

La Repubblica del Kazakistan ha annunciato dieci giorni fa che riporterà le tigri nei territori in cui si erano estinte, nella regione dell’Ili-Balkhash e ha firmato un accordo con il WWF per la realizzazione di un programma di reintroduzione di questo felino.“Il Kazakistan si sta muovendo lungo il percorso di sviluppo sostenibile. Siamo onorati di essere il primo Paese dell’Asia Centrale a realizzare un progetto di tale importanza e su scala così grande, che non solo riporterà le tigri selvatiche nelle loro terre d’origine, ma proteggerà anche l’impareggiabile ecosistema dell’Ili-Balkhash,” dice Askar Myrzakhmetov, ministro dell’Agricoltura nella Repubblica Kazaka.I programmi di sostegno alla conservazione della tigre sono centrali nel lavoro del WWF. Il progetto del Kazakistan sulle tigri fa parte dell’iniziativa globale TX2 lanciata dal WWF, finalizzata a  raddoppiare il numero di questi grandi felini entro il 2022.Se avrà successo, il Kazakistan sarà il primo Paese al mondo ad aver riportato le tigri selvatiche in un territorio dal quale si erano estinte da quasi mezzo secolo.Il progetto di ricollocamento di questi animali è stato conseguito solo all’interno dei confini nazionali e in quelle aree considerate adatte alla loro sopravvivenza. Il programma di reintroduzione è unico ed irripetibile e per questo richiede importanti interventi di gestione degli habitat fra cui la riforestazione di una vasta area di foresta ripariale, parte integrante dell’habitat delle tigri.

Per prepararsi al ritorno delle tigri, il governo del Kazakistan destinerà una nuova riserva naturale nell’area sud-ovest
dell’Ili-Balkhash dove sarà recuperata la foresta ripariale nei pressi del lago Balkhash.

Altri interventi prevedono la protezione della fauna selvatica e la reintroduzione di importanti prede per la tigre, come il Kulan, un asino selvatico in via di estinzione,  e il cervo di Battriana nativo dell’Asia centrale, ormai estinti in Kazakistan a causa del bracconaggio e della mancanza di spazi idonei.

Reintrodurre le tigri aiuterà anche a proteggere il Lago Balkhash – uno dei maggiori laghi asiatici e importantissima risorsa d’acqua nel bacino del fiume Ili – evitando che possa seguire la stessa sorte del lago d’Aral, formalmente il quarto più grande del mondo, oggi ridotto al 10% della sua grandezza originale.

Ricordiamo che, sin dall’inizio del Ventesimo secolo, le tigri hanno perso oltre il 90% del loro territorio d’origine che includeva l’Asia Centrale.

#forgenerationstocome

Cosa sei disposto a fare per tuo figlio, per la tua sorellina, per un cuginetto, per le generazioni future che verranno dopo di te? Questa è la domanda che il WWF Svizzera pone a tutti con la sua nuova campagna. Noi vogliamo proteggere i ghiacciai, l’oceano, i boschi. Ma per farlo serve che ognuno di noi sia disposto a fare la sua parte.

La bellezza e la ricchezza di vita che caratterizzano il nostro Pianeta sono uniche. Innumerevoli specie fantastiche, alcune delle quali non ancora scoperte, popolano i mari e le foreste tropicali. Il miracolo della vita sulla Terra è reso possibile solo grazie a condizioni climatiche adeguate e gli uomini hanno una grande responsabilità nei confronti del Pianeta che li ospita.

Solo insieme riusciremo a preservare il tesoro più prezioso che abbiamo: il nostro meraviglioso, straordinario Pianeta. Facci sapere con l’hashtag #forgenerationstocome cosa sei disposto a fare. Scrivici su Facebook a WWF Svizzera oppure su Twitter @WWF_Svizzera.

 
 

 

9.9.2017, 09:202017-09-09 09:20:00
Susanna Petrone

Amazzonia, trovate 381 nuove specie

L’Amazzonia: parliamo del più complesso sistema fluviale al mondo. Un sistema che però rischia danni irreversibili a causa delle oltre 420 dighe idroelettriche progettate (circa...

L’Amazzonia: parliamo del più complesso sistema fluviale al mondo. Un sistema che però rischia danni irreversibili a causa delle oltre 420 dighe idroelettriche progettate (circa 140 sono già realizzate o in fase di costruzione). Eppure parliamo di un’area dove ogni due giorni viene scoperta una nuova specie, e che quindi nasconde dei veri e propri “gioielli” di biodiversità ancora inesplorati.

Il bacino dell’Amazzonia, infatti, si estende su una superficie di oltre 6 milioni di chilometri quadrati ed è il sistema fluviale più complesso del globo. Da una parte si vogliono ridurre le emissioni di CO2, dall’altra però le dighe mettono a rischio il naturale movimento dei sedimenti fluviali, che sono una cruciale fonte di sostanze nutritive per la fauna.

Che fare dunque? Bisogna puntare sull’energia alternativa e ridurre i consumi se non si vuole perdere la biodiversità della foresta pluviale dell’Amazzonia.

Un nuovo report di WWF e Mamirauà Institute for Sustainable Development, lanciato da San Paolo del Brasile, rivela che in Amazzonia vengono scoperte nuove specie animali e vegetali alla media di una ogni due giorni, un tasso mai osservato in questo secolo. Tra il 2014 e il 2015 sono ben 381 le nuove specie scoperte: 216 piante, 93 pesci, 32 anfibi, 20 mammiferi (due dei quali fossili), 19 rettili e un uccello.

Il tasso di scoperta è superiore a quello delle precedenti indagini: nel rapporto WWF 1999-2009 le specie scoperte erano state di 111 all’anno, una ogni tre giorni, mentre quello del 2010-2013 riportava 441 nuove specie scoperte, una ogni 3,3 giorni.

Ricardo Mello, coordinatore del programma WWF-Brazil Amazon, afferma che la vita in questo bioma straordinario è ancora un grande enigma: “Queste scoperte confermano che c’è un’immensa varietà e ricchezza di biodiversità, è il segnale che abbiamo ancora molto da conoscere sull’Amazzonia”. Secondo il WWF i nuovi risultati dovrebbero spingere i responsabili decisionali, sia pubblici che privati, a considerare gli impatti irreversibili causati da progetti su larga scala come le strade, le dighe a scopo idroelettrico, lo sfruttamento minerario. “Questa biodiversità deve essere conosciuta e protetta. Gli studi indicano che il maggior potenziale economico di una regione come l’Amazzonia non può prescindere dal considerare la biodiversità in funzione di un nuovo modello di sviluppo che consideri questo inestimabile patrimonio per la cura delle malattie e per scopi alimentari” conclude Mello.

La foresta incantata

Lo studio presentato dal WWF consolida i risultati di diversi ricercatori che per due anni hanno effettuato controlli presso la foresta pluviale amazzonica. Non solo: è di questi giorni la notizia della sospensione del decreto Temer, che avrebbe messo a rischio la Reserva nacional do Cobre e Associados (Renca) con la costruzione di nuove miniere, zona dove sono state trovate diverse nuove specie animali e vegetali. Il decreto del presidente brasiliano Michel Temer, infatti, prevedeva l’abolizione della riserva naturale di Renca, la più grande area protetta dell’Amazzonia, grande più della Svizzera, per permetterne lo sfruttamento minerario. All’interno della regione, ricca di oro e altri minerali, esistono tra l’altro due riserve indigene. Per il WWF, così come tutti gli ambientalisti del posto, si è trattato di un attacco gravissimo alla natura del Paese. Ma ecco alcune tra le specie più interessanti che sono state scoperte dagli scienziati e che sono documentate nel nuovo report del WWF:
• L’Inia araguaiaensis una nuova specie di delfino di fiume rosa la cui popolazione è valutata in circa 1’000 individui. La specie è purtroppo minacciata dalla costruzione di dighe idroelettriche e dalle attività di agricoltura e allevamento intensivi. I delfini di fiume rosa rivestono un ruolo cruciale nella cultura dell’Amazzonia e sono protagonisti di molti miti e leggende.
• Callicebus miltoni, la scimmia dalla coda di fuoco.
Questa incredibile scimmia che vive nell’Amazzonia meridionale deve il suo nome alla sua coda lunga arancione e brillante. La specie è minacciata dalla deforestazione.
• Lo Zimmerius chicomendesi, un uccello che rende omaggio al grande ambientalista brasiliano Chico Mendes. Individuato dal suo canto fino ad ora sconosciuto dai ricercatori, questo piccolo uccello tropicale deve il suo nome a Francisco Alves Mendes Filho che ha svolto un ruolo chiave nel denunciare gli abusi e la distruzione dell’Amazzonia.
• Il Nystalus obamai, un uccello che prende nome dall’ex presidente americano Barack Obama e che vive in un grande territorio tra Brasile, Perù e Ecuador.
• L’Hypocnemis rondoni un altro uccello che prende il nome dal celebre antropologo ed esploratore Marechal Cândido Rondon. Vive nell’Amazzonia meridionale.
• Il Potamotrygon limai una razza d’acqua dolce con un interessante disegno geometrico sul dorso che vive in alcuni corsi d’acqua dell’Amazzonia
• Il Tolmomyias sucunduri un uccello che si trova nell’Amazzonia meridionale, nella regione di Sucunduri, dove il WWF è impegnato in numerosi progetti di conservazione.

2.9.2017, 10:302017-09-02 10:30:09
Susanna Petrone

Salviamo i nostri fiumi

L’estate 2017 ha spinto migliaia di persone a cercare refrigerio lungo i corsi d’acqua del Canton Ticino evidenziando – una volta in più – quanto sia difficile trovare un equilibrio tra...

L’estate 2017 ha spinto migliaia di persone a cercare refrigerio lungo i corsi d’acqua del Canton Ticino evidenziando – una volta in più – quanto sia difficile trovare un equilibrio tra protezione dell’ambiente ed esigenze dell’uomo. La presenza massiccia di bagnanti ha conseguenze sulla qualità dell’acqua, disturba la vita della fauna acquatica e rende praticamente impossibile la riproduzione degli uccelli tipici di questi ambienti, come il martin pescatore, il corriere piccolo e il piro piro piccolo.

A questo si aggiunge l’inciviltà di una minoranza di persone – purtroppo ancora troppe – che lasciano dietro di sé una scia di rifiuti e di plastica. Il fenomeno del littering preoccupa il WWF per le sue conseguenze a lungo termine. Un sacchetto di plastica, il cui utilizzo medio è di appena 20 minuti, impiega oltre 400 anni in natura per essere smaltito. Le plastiche sono un pericolo per molti animali ma anche per la salute dell’uomo. A causa dei tempi lunghissimi di smaltimento, questi materiali tendono a sbriciolarsi in pezzi sempre più piccoli fino a diventare invisibili. Si parla allora di ‘microplastiche’.

In molti grandi fiumi d’Europa e della Svizzera le concentrazioni di microplastiche sono in aumento. In Italia è l’Università di Bari a trainare la ricerca e la sensibilizzazione su questo problema. Grazie a 54 stazioni di “campionamento” è stato possibile quantificare il fenomeno e i dati sono stupefacenti: una media di 115’000 microframmenti per chilometro quadrato nel Mediterraneo, con punte di 269’000/km2 nel Mar Adriatico. Queste particelle vengono assorbite dai pesci attraverso la catena alimentare. Siccome le plastiche contengono sovente prodotti additivi potenzialmente pericolosi, come metalli pesanti, mangiare pesce ‘plastificato’ non è la migliore delle alimentazioni possibili.
Tutti possono contribuire a risolvere questa emergenza globale, in primo luogo comportandosi in modo responsabile, ma anche partecipando alle giornate di sensibilizzazione come propone da qualche anno il gruppo d’interesse ambiente pulito Igsu (Clean-up Day) o azioni di raccolta rifiuti organizzate dai Comuni. Quest’anno, in occasione del Clean-up Day 2017, verrà organizzato un grande evento di pulizia del fiume Laveggio. Ma tutti i nostri corsi d’acqua dovrebbero essere ripuliti da volontari almeno una volta all’anno. Speriamo quindi nella sensibilità sempre maggiore dei Comuni e delle persone affinché eventi come il Clean-up Day crescano col tempo.

Clean-up Day 2017

Che cosa è il littering e perché bisogna contrastarlo? Il littering è un crescente malcostume che vede i rifiuti gettati o abbandonati con noncuranza nelle aree pubbliche (vie, piazza, sentieri, rive) invece che negli appositi bidoni, cestini o sacchi dell’immondizia. Le spese di pulizia nei comuni e sui trasporti pubblici causate dal littering ammontavano circa 192 milioni di franchi nell’anno 2010. 144 milioni di franchi ricadevano sui Comuni (75%) e quasi 48 milioni sui trasporti pubblici (25%).
La giornata nazionale “Clean-up Day” svizzera è parte integrante del movimento internazionale “Let’s Do it”, lanciato nel 2008 e con l’intento di adoperarsi in operazioni di pulizia contro il littering. A livello mondiale più di 96 Paesi vi partecipano: tra questi anche la Svizzera. Centinaia di persone prenderanno parte in tutto il Paese all’evento. Anche il Ticino farà la sua parte. Per il terzo anno consecutivo il WWF della Svizzera italiana aderisce al “Clean-up Day” 2017 e invita tutti a partecipare di persona alla grande azione di pulizia delle rive del fiume Laveggio e dintorni.

L’evento, organizzato in collaborazione con la Società pescatori del Mendrisiotto, i Cittadini per il territorio del Mendrisiotto, l’Azienda cantonale dei rifiuti, l’Ufficio Caccia e Pesca e la Città di Mendrisio, si terrà sabato 9 settembre con ritrovo alle 9 presso l’entrata delle piscine comunali di Mendrisio. L’attività durerà fino alle 11.30 circa e per i più piccoli ci sarà la possibilità d’immettere una piccola trota fario nel fiume (verrà rilasciato anche un certificato di adozione e immissione). Seguirà una grigliata. Si consiglia d’indossare stivali o scarpe adeguate e, se li avete, di portare un paio di guanti da giardinaggio (diversi guanti e altro materiale necessario verrà distribuito sul posto).
L’area è raggiungibile in 10 minuti a piedi dalla fermata Tilo “Mendrisio-S. Martino”. Attenzione: sconsigliamo di accedere a via S. Martino da via Moree (sbarrata a causa dei lavori di costruzione della nuova strada industriale).

Per ulteriori informazioni potete scrivere alla seguente e-mail: francesco.maggi@wwf.ch o telefonare allo 091 820 60 00 (sede WWF Bellinzona). Vi preghiamo di segnalare la vostra partecipazione entro giovedì 7 settembre ai contatti indicati in modo da poter coordinare al meglio l’attività. Maggiori info sul Clean-up Day: http://www.igsu.ch/it/novit/clean-up-day.

26.8.2017, 08:502017-08-26 08:50:11
Susanna Petrone

Proteggi gli alberi

Le vacanze sono agli sgoccioli e da lunedì si riparte con la scuola: servono pennarelli, matite, quaderni, libri. Nel corso degli ultimi 50 anni il consumo di carta è andato aumentando....

Le vacanze sono agli sgoccioli e da lunedì si riparte con la scuola: servono pennarelli, matite, quaderni, libri. Nel corso degli ultimi 50 anni il consumo di carta è andato aumentando. Fortunatamente, è aumentato anche l’uso di carta riciclata, ma si utilizzano ancora troppe fibre vergini nella produzione della carta. Ecco i consigli del WWF: quando è possibile, meglio puntare solo sulla carta riciclata, oppure utilizzare carta certificata. Non solo: se sono rimaste pagine vuote nei quaderni dell’anno scorso, perché non le usate per prendere appunti, piuttosto che buttarli via? Secondo alcuni studi, in Europa il 38% della carta viene usata per quaderni, materiale d’ufficio e libri; l’11% per stampare i giornali; il 4% per carta tecnica e speciale; il 6% per la carta igienica e il 41% per carta, cartoni e cartoncini da imballaggio. Ricorda: per produrre la carta riciclata non si abbattono alberi e si risparmiano acqua ed energia.
Il WWF intanto si impegna a proteggere le foreste pluviali più importanti al mondo che vanno da quella amazzonica, al Madagascar, ma anche nel Mekong in Vietnam abbiamo diversi progetti. Grazie all’aiuto dei sostenitori, siamo riusciti a portare il governo brasiliano a fermare la costruzione di due mega dighe lungo il Rio delle Amazzone, che avrebbe messo a rischio la biodiversità all’interno della foresta.

L’intelligenza delle piante

Respirano, sentono, sono capaci di comunicare tra di loro e di percepire un pericolo: stiamo parlando delle piante. Secondo il noto neurobiologo Stefano Mancuso hanno 20 sensi e non “vegetano”, ma anzi, sono degli universi tutti da scoprire, che sprizzano vita da tutti i “pori” (stoma, negli alberi).
A differenza di noi esseri umani e di tutti gli organismi animali - che hanno un cervello - le piante usano le radici. Parliamo di connessioni incredibili che possono essere paragonate a internet. Non solo: se si distrugge il 90% delle radici di un albero, può sopravvivere e dare l’allarme, comunicando con le piante vicine. Complessivamente, riescono a monitorare come minimo 15 parametri chimici e fisici e in più hanno i nostri cinque sensi, anche se vedono e sentono in modo diverso da noi. Solo perché immobili, non significa che non riescano ad interagire con le piante che le circondano. Sanno se l’albero vicino è della loro “famiglia” o se appartiene ad un’altra specie. Sanno se si tratta di una pianta con la quale sono in rivalità o se possono aiutarsi a vicenda. Non potendosi spostare, hanno affidato a specie “mobili” alcuni compiti: basti pensare quanti insetti, uccelli o rettili sono attratti dalle sostanze chimiche prodotte per garantire l’impollinazione. Le piante hanno trovato un modo diverso per la riproduzione.
Certo, le piante sono diverse dagli organismi animali: non si spostano e durante l’evoluzione hanno trovato il modo di vivere senza aver bisogno di noi (mentre noi abbiamo bisogno di loro per tante cose). Forse, per certi versi, sono anche più moderne rispetto a noi. Basti pensare alle piante da fiori, apparse sulla terra dopo i mammiferi. Hanno sviluppato strategie di sopravvivenza più sofisticate delle nostre (che se incontriamo un pericolo possiamo fuggire o comunque nasconderci). Non hanno organi singoli e quindi se tagli un ramo non puoi uccidere un albero. I loro organi sono diffusi in tutto il corpo. Sono più sensibili di noi e percepiscono i cambiamenti con largo anticipo. Sanno dove trovare l’acqua, sentono la forza di gravità, aiutano le piante che fanno parte della stessa “famiglia” se in difficoltà. Sanno persino essere competitive tra di loro: quando c’è da accaparrarsi il posto migliore per crescere non conoscono limiti, perché ne va della loro sopravvivenza. E poi il loro tempo trascorre in modo più lento del nostro.
C’è qualcosa di incredibilmente maestoso in un albero, nelle sue foglie, nelle sue radici. Basta solo imparare a vedere meglio.

19.8.2017, 05:002017-08-19 05:00:00
Susanna Petrone

Lo squalo!

Lo squalo: animale mitologico, temuto, ma anche venerato. Questo antico predatore, che esiste da milioni di anni, ha sempre catturato la nostra attenzione. Purtroppo la sua fama non lo protegge: dopo milioni...

Lo squalo: animale mitologico, temuto, ma anche venerato.
Questo antico predatore, che esiste da milioni di anni, ha sempre catturato la nostra attenzione.
Purtroppo la sua fama non lo protegge: dopo milioni di anni, la metà delle oltre 500 specie esistenti, è a rischio estinzione.
Le cause sono da ricercare nel comportamento dell’uomo: pesca intensiva, pesca accidentale, inquinamento dei mari, ma anche la pratica cruenta del “finning”, attraverso la quale lo squalo viene catturato, mutilato delle pinne e poi gettato ancora vivo in mare dove muore soffocato o rimane vittima di altri pesci. Il mercato asiatico paga fino a 500 dollari per mezzo chilo di pinne.
Molti non capiscono che il declino di questo predatore, animale chiave nella catena alimentare dei mari, avrà ripercussioni su tutti. Lo squalo esiste da oltre 150 milioni di anni. Noi in 50 anni siamo riusciti a ridurre alcune specie di squalo del 70% ed in alcuni casi persino del 90%. E perché?

Un animale in pericolo

Ogni anno vengono uccisi in media 50 milioni di squali. Sono tanti, anzi, troppi. Il WWF ha progetti in tutto il mondo, dove si lotta per squali, ma anche razze. Il Mediterraneo è tra le zone più colpite: qui la presenza di questo incredibile animale si è ridotta dell’oltre 95%. In alcuni casi, gli scienziati hanno confermato che venti specie di squali risultano ecologicamente estinte (lo squalo martello ha registrato un record del 99,99%). Il WWF ha avviato una serie di iniziative per ripristinare gli habitat degli squali. L’idea è quella di avere delle zone protette e non inquinate, sperando che gli squali tornino.
I colleghi degli uffici asiatici invece lottano da anni affinché venga fermata la pratica del “finning”, coinvolgendo persino noti volti della tv cinese o sportivi conosciuti a livello mondiale. Grazie a queste diverse iniziative, si è riusciti a ridurre la richiesta di zuppa di pinna di squalo in modo significativo.
Ma un altro problema serio rimane la pesca accidentale di questo prezioso predatore. Ed è sempre il Mediterraneo al centro dell’attenzione degli esperti. secondo uno studio della IUNC (Unione Internazionale per la Conservazione della Natura) nel Mediterraneo sono presenti circa 80 specie diverse di pesci cartilaginei e l’Italia in particolare,  grazie alla sua posizione strategica, ospita 43 specie di squali. Per contro, l’Italia detiene anche il primato, tutto negativo, di avere la più alta percentuale di squali e razze minacciate al mondo. Per questo motivo, anche l’Unione europea ha dato vita al progetto Sharklife, dove i ricercatori dell’Università della Calabria hanno creato un dispositivo che potrebbe salvare la vita agli squali. Si tratta di un cordone speciale, che rivela ai pescatori la presenza di pesci di grossa taglia nelle reti da pesca. I pescatori ricevono immediatamente un avviso via sms. Tutto grazie a questo cavo “intelligente”.
Per il momento si tratta di un prototipo, che a breve dovrebbe poter essere usato dai pescatori del Mediterraneo. Ricordiamoci che gli squali svolgono una funzione di controllo sulle popolazioni di pesci, sia demograficamente che nella disposizione geografica, e riescono a mantenere in stato di salute gli altri organismi.
Recenti studi hanno dimostrato, infine, che razze e mante sono anche in pericolo: secondo gli esperti cinque delle sette specie più a rischio in assoluto sono appunto razze, e ciò si deve purtroppo soprattutto al mercato cinese, che utilizza questi animali a scopi alimentari, ma anche per la preparazione di “farmaci tradizionali”.

12.8.2017, 05:002017-08-12 05:00:00
Susanna Petrone

Arrivano le specie aliene!

Un mese fa l’Unione europea ha inserito dodici nuove varietà nell’elenco delle “specie aliene invasive” (Ias) – dette anche neofite e neozoi –, piante ed animali esotici che riescono ad...

Un mese fa l’Unione europea ha inserito dodici nuove varietà nell’elenco delle “specie aliene invasive” (Ias) – dette anche neofite e neozoi –, piante ed animali esotici che riescono ad adattarsi agli habitat europei danneggiando gli ecosistemi locali. Sulla lista degli “osservati speciali” sono finiti per esempio l’oca egiziana, la pianta dei pappagalli, il cane procione e il topo muschiato.
Secondo il Wwf si sta andando nella direzione giusta e nei prossimi anni sarà necessario un piano d’azione concreto per gestire un fenomeno sempre più preoccupante: la colonizzazione degli habitat locali da parte delle nuove specie è, infatti, la seconda causa di estinzione per la flora e la fauna europee. Il cane procione, in particolare, è un animale sempre più popolare, e per quanto sia simpatico da vedere pochi sanno che è uno dei principali vettori della rabbia in Europa e una grande minaccia ecologica.
Le specie invasive possono avere pesanti ripercussioni sul piano sociale ed economico: l’impatto è di oltre 13 miliardi di franchi annui nella sola zona Ue. La cozza zebra (Dreissena polymorpha), il gambero rosso della Louisiana (Procambarus clarkii), il visone americano (Mustela vison), il giacinto d’acqua (Eichornia crassipes), il poligono del Giappone (Reynoutria japonica) e la panace di Mantegazzi (Heracleum mantegazzianum) causano danni per centinaia di milioni di franchi l’anno. In mancanza di adeguati provvedimenti per eradicare o controllare la diffusione di queste specie, la situazione non potrà che peggiorare ed è praticamente certo che questa tendenza sarà ulteriormente esacerbata dai cambiamenti climatici.
I tassi di crescita delle invasioni biologiche sono esponenziali: il numero di specie aliene è cresciuto negli ultimi 30 anni del 76% in Europa. La crescente diffusione delle specie aliene è generalizzata a livello mondiale senza che ci siano ancora segnali di rallentamento di questa crescita. L’arrivo di molte specie aliene avviene spesso in modo inconsapevole da porti e aeroporti. Ma spesso e volentieri avviene in maniera volontaria: c’è chi commercia con piante ornamentali esotiche e animali da compagnia, così come introduce specie aliene per le attività di pesca. Poi ci sono i cittadini che – una volta che si sono stancati – rilasciano un animale (la testuggine palustre americana ne è un esempio e ha messo a rischio l’esistenza della testuggine palustre europea, conosciuta anche come Emys in Ticino). E poi ci sono animali che fuggono da allevamenti o da zoo. Un problema globale, che dovrà essere controllato.

Il gambero americano

Il gambero americano è una specie molto resistente e aggressiva. Le popolazioni raggiungono importanti densità ed è la specie di gambero attualmente più diffusa d’Europa. Fu importata in Europa per motivi gastronomici e in Svizzera fu immessa deliberatamente in natura nel corso del 20° secolo per compensare le perdite del gambero indigeno (Austropotamobius pallipes) dovute all’afanomicosi (peste del gambero). Presente nel 17% degli specchi d’acqua e nel 15% dei corsi d’acqua svizzeri che contengono gamberi. In Ticino troviamo il gambero americano nei laghi e corsi d’acqua a corrente lenta. Presenza massiccia nel Ceresio dove è arrivato nel 1990 e in alcuni corsi d’acqua associati (canali e tratto finale del Vedeggio, Magliasina, Tresa). Presente in almeno 15 siti nel lago di Lugano (soprattutto golfo di Agno e Ponte Tresa e 6 siti negli immissari e nella Tresa). Nel lago di Varese è presente un’importante popolazione del gambero rosso americano (Procambarus clarkii), specie che implica problemi maggiori rispetto alle altre specie di gambero esotiche (nella lista delle 100 peggiori specie invasive d’Europa).

La cimice marmorizzata

Tutti l’abbiamo vista e in tanti si chiedono da dove arrivi: la cimice marmorizzata è un insetto appartenente al grande gruppo delle cimici. Assomiglia molto alle cimici autoctone (è grigio-marroncina marmorizzata molto simile ad altre specie presenti sul nostro territorio come per esempio la Rhaphigaster nebulosa). Ma questa è originaria dell’Estremo Oriente e si pensa che i primi individui siano stati portati in Europa involontariamente attraverso il commercio. Ufficialmente è stata ritrovata in Europa nel 2007 vicino a Zurigo. In Ticino è stata avvistata per la prima volta nel 2013. L’insetto si è rivelato capace di riprodursi alle nostre latitudini e, in assenza dei nemici naturali in grado di contenerlo, anche di proliferare. In agricoltura negli ultimi anni sono stati segnalati danni alla produzione, soprattutto di frutta e ortaggi.

Il Poligono del Giappone

Se non si conosce questa pianta nemmeno ci si fa caso: eppure il Poligono del Giappone è diventato una vera e propria piaga. Può raggiungere i tre metri di altezza e cresce spesso lungo i corsi d’acqua. Parliamo di una pianta invasiva con una forte capacità riproduttiva. Forma delle popolazioni grandi e dense ed è molto difficile da eliminare.
Minaccia in modo serio la flora indigena e rende instabile il terreno. Infatti in inverno le parti aeree muoiono, esponendo il suolo al pericolo dell’erosione. Per liberarsene bisogna estirpare le piante con tutte le radici.
Se il numero di piante è molto elevato, eseguire sfalci molto frequenti. Non solo: il materiale non va lasciato sul posto, ma messo nei sacchi della spazzatura da smaltire con i rifiuti solidi urbani.
In Svizzera è assolutamente vietato compostare gli scarti, visto che tornerebbe a crescere.

Sorvegliati speciali

Con l’entrata in vigore il 2 agosto del primo aggiornamento del Regolamento Eu 2016/1141 contenente la lista delle specie aliene invasive (Ias) di rilevanza unionale, salgono a 49 le specie aliene invasive pericolose per il territorio europeo. Parliamo del 2% di tutte le specie invasive presenti in Europa. Ecco la lista delle specie invasive che vengono tenute sotto controllo al momento:


Piante

Erba degli alligatori
(Alternanthera philoxeroides)
Pianta dei pappagalli
(Asclepias syriaca)
Baccaris (Baccharis halimifolia)
Cabomba di Carolina
(Cabomba caroliniana)
Il giacinto d’acqua
(Eichhornia crassipes)
Elodea (Elodea nuttallii)
Rabarbaro gigante/cileno
(Gunnera tinctoria)
Panace di Mantegazzi
(Heracleum mantegazzianum)
Golpar (Heracleum persicum)
Heracleum sosnowskyi
Soldinella reniforme
(Hydrocotyle ranunculoides)
Balsamina ghiandolosa
(Impatiens glandulifera)
Peste d’acqua arcuata
(Lagarosiphon major)
Porracchia a fiori grandi
(Ludwigia grandiflora)
Porracchia plepoide
(Ludwigia peploides)
Lysichiton americano
(Lysichiton americanus)
Microstegium vimineum
Millefoglio d’acqua/americano
(Myriophyllum aquaticum)
Foxtail (Myriophyllum heterophyllum)
Partenio (Parthenium hysterophorus)
Penniseto allungato
(Pennisetum setaceum)
Persicaria (Persicaria perfoliata)
Kudzu (Pueraria lobata)  

Invertebrati

Gambero americano
(Orconectes limosus)
Gambero della California
(Pacifastacus leniusculus)
Gambero rosso della Louisiana
(Procambarus clarkii)
Gambero marmorato
(Procambarus fallax f. virginalis)
Gambero virile (Orconectes virilis)
Granchio di Shanghai
(Eriocheir sinensis)
Calabrone asiatico
(Vespa velutina nigrithorax)  

Mammiferi

Cane procione
(Nyctereutes procyonoides)
Coati rosso (Nasua nasua)
Mangusta indiana
(Herpestes javanicus)
Muntjak della Cina (Muntiacus reevesi)
Nutria (Myocastor coypus)
Procione (Procyon lotor)
Scoiattolo di Pallas
(Callosciurus erythraeus)
Scoiattolo grigio nordamericano
(Sciurus carolinensis)
Scoiattolo volpe (Sciurus niger)
Tamia siberiano (Tamias sibiricus)
Topo muschiato (Ondatra zibethicus)  

Pesci

Pseudorasbora (Pseudorasbora parva)
Chinese Sleeper (Percottus glenii)  

Rettili

Testuggine palustre americana
(Trachemys scripta)

Anfibi

Rana toro americana
(Lithobates catesbeianus)  

Uccelli

Gobbo della Giamaica
(Oxyura jamaicensis)
Ibis sacro (Threskiornis aethiopicus)
Oca egiziana (Alopochen aegyptiacus)
Cornacchia indiana (Corvus splendens)

 

5.8.2017, 05:002017-08-05 05:00:00
Susanna Petrone

Coralli a rischio

La sopravvivenza dei coralli è a rischio ed è minacciata soprattutto dall’uomo. Nel 2016 lo sbiancamento della Grande Barriera Corallina australiana è stato superiore al previsto: quasi un terzo dei...

La sopravvivenza dei coralli è a rischio ed è minacciata soprattutto dall’uomo. Nel 2016 lo sbiancamento della Grande Barriera Corallina australiana è stato superiore al previsto: quasi un terzo dei coralli è morto.

Lo sbiancamento peggiore è avvenuto nella zona a nord di Port Douglas, dove si stima la morte del 70% dei coralli presenti in acque poco profonde. E a detta degli gli esperti il trend per il 2017 non è molto diverso. Secondo gli ultimi studi, circa il 60 per cento delle barriere coralline mondiali è fortemente minacciato dall’overfishing, da metodi di pesca devastanti in cui si fa ricorso a cianuro e dinamite, e dal crescente inquinamento ambientale.

Troppi Paesi non proteggono le proprie barriere coralline come dovrebbero, e anzi, costriuiscono porti sempre più grandi e devastanti. I coralli vivono nei mari tropicali che bagnano oltre cento nazioni della terra. Per i banchi corallini il surriscaldamento globale rappresenta la minaccia più seria di sempre. A causa del consumo sempre crescente di prodotti derivati dal petrolio, l’uomo continua ad immettere nell’atmosfera un’eccessiva quantità di CO2. L’acqua dei mari dove vivono i coralli ha una temperatura media tra i 18 e i 20 gradi. Se la temperatura aumenta anche solo di poco, i coralli muoiono e, lentamente, si estinguono. Il WWF Svizzera al momento è impegnato nella protezione della Barriera Corallina del Belize e sostiene i colleghi in Australia. Nella zona meridionale, infatti, è stato osservato un recupero della barriera.

Bialowieza è salva

Arriva il plauso del WWF alla decisione della Corte di giustizia dell’Unione europea di fermare il taglio del legname nella foresta di Bialowieza, in Polonia, uno dei patrimoni mondiali dell’UNESCO che custodisce, tra le tante specie, il bisonte europeo.

“Si tratta di una grande novità per quest’importante area forestale e per le comunità che ne dipendono – ha dichiarato Dariusz Gatlowski, Biodiversity Specialist del WWF Polonia –. Ordinando al governo polacco di fermare ogni attività di taglio, la Corte riconosce che tali azioni provocano danni gravi e irreparabili a questo sito inestimabile. Bialowieza deve essere protetta a beneficio delle generazioni future. Ora ci aspettiamo che il governo aderisca immediatamente all’ordine della Corte e fermi la distruzione della foresta di pianura meglio conservata d’Europa”.

La Corte di giustizia chiede di sospendere le attività di taglio salvo le situazioni che minacciano la sicurezza pubblica. In pratica, ciò significa non solo la sospensione dell’esecuzione della decisione del ministro dell’Ambiente polacco Jan Szyszko, adottata dal marzo del 2016, che consentiva un maggiore sfruttamento nel distretto boschivo di Bialowieza, ma anche un divieto di eliminare gli alberi più vecchi dalle altre parti del foresta. Il divieto rimarrà in vigore fino alla conclusione definitiva del caso presso la Corte UE.

La Corte ha basato la propria decisione sulle cosiddette misure provvisorie. Questo è uno strumento giuridico straordinario che sospende un’attività  con effetto immediato. La Corte la adotta molto raramente, solo nei casi in cui le attività in corso giudicate dannose possano causare danni gravi e irreparabili.

“La decisione della Corte di giustizia Europea conferma ciò che la Commissione europea, l’UNESCO, la maggior parte della comunità scientifica e il WWF hanno già sottolineato: la minaccia per questo habitat e le sue specie protette è la deforestazione e non un qualche insetto delle cortecce. Ora bisogna fermare ogni attività di taglio prima che si facciano ulteriori danni” – ha concluso Gatlowski. 

Questa foresta ospita il bisonte europeo. Si tratta del più grande mammifero terrestre d’Europa. Si era estinto dopo la Prima guerra mondiale, ma gradualmente si è cercato di reintrodurre in natura questa specie grazie agli esemplari che si trovavano nei vari zoo d’Europa. Complessivamente sono circa 4’000 gli esemplari di bisonte europeo, ma solo nella foresta di Bialowieza vivono completamente allo stato selvatico.

Piccoli grandi eroi

Gli eroi della settimana sono questi bambini di Sciacca, in provincia di Agrigento in Sicilia, che hanno scoperto nei pressi di uno stabilimento un nido di tartaruga “Caretta caretta”.

La scoperta è avvenuta a seguito di una mareggiata che ha scoperchiato il nido e messo alla luce le uova. 

Immediatamente sono stati avvisati i volontari del WWF, che insieme agli operatori del Progetto europeo Euroturtles, si sono messi al lavoro per realizzare la “traslocazione” delle uova, secondo le rigide linee guida previste in questi casi. Le uova prelevate sono state poste in ordine di ritrovamento nelle cassette e spostate a poche decine di metri in un punto già noto per via dei nidi degli scorsi anni, a distanza di sicurezza dal mare.

Ora bisognerà attendere per sapere se le uova si sono salvate o l’immersione in acqua le ha danneggiate.



 


29.7.2017, 05:302017-07-29 05:30:00
Susanna Petrone

In un secondo scomparso il 97% delle tigri

Nella “sesta estinzione di massa” segnalata dagli scienziati c’è anche la tigre: meno di 3’900 esemplari sono rimasti in tutto il pianeta. Il 97% della specie è scomparsa...

Nella “sesta estinzione di massa” segnalata dagli scienziati c’è anche la tigre: meno di 3’900 esemplari sono rimasti in tutto il pianeta. Il 97% della specie è scomparsa in un solo secolo: deforestazione e bracconaggio ne hanno ridotto le unità in modo impressionante. In occasione della Giornata Mondiale della Tigre, che si celebra oggi, il WWF lancia un appello ai governi asiatici: vanno raddoppiati gli sforzi per salvare questo splendido felino. Da anni il WWF raccoglie fondi, necessari a sostenere le attività dei ranger sul campo soprattutto nei Paesi dove la minaccia per la tigre resta altissima, tra cui Cina, Buthan Bangladesh. Negli ultimi dieci anni la tigre si è estinta in Paesi chiave come Laos, Vietnam e Cambogia (che stanno tentando di reintrodurre la tigre, tramite progetti mirati). Se non vinciamo la nostra battaglia la tigre scomparirà per sempre da gran parte dei suoi ultimi territori.

I bracconieri usano di tutto pur di catturare una tigre. Le trappole mortali – create con semplici cavi – sono diventate una piaga nelle foreste dell’Asia. A causa dell’aumento della richiesta – che oramai raggiunge un giro di affari di 20 miliardi di dollari annui – molti agricoltori non lavorano più la terra, ma cacciano tigri, elefanti, leopardi ed altri animali richiesti dal mercato nero. “Le trappole sono pericolose, insidiose e stanno prendendo piede soprattutto nel Sudest asiatico – spiega Mike Baltzer, responsabile del WWF Tigers Alive -. I nostri ranger rischiano la vita. Ogni giorno eliminano le trappole e fermano bracconieri”. In alcuni casi le tigri erano riuscite a liberarsi, ma sono decedute a causa delle ferite riportate. Le trappole, infatti, causano infezioni e la tigre non riesce a cacciare a causa degli arti feriti. In pratica, in molti casi muore di fame. Impossibile quantificare il numero di trappole. I ranger del WWF ne hanno rimosse a migliaia, ma sono solo la punta dell’iceberg.

Servono leggi più severe e controlli a tappeto per fermare i criminali, così come un sostegno serio per i ranger, che spesso e volentieri sono costretti a lavorare con mezzi inadeguati. Un esempio: all’interno della foresta pluviale di Sumatra – patrimonio mondiale dell’Unesco – si è creato un habitat unico al mondo. Qui vivono tigri, orangotanghi, elefanti e rinoceronti. E proprio all’interno di questo parco si stima che le trappole siano raddoppiate tra il 2006 e il 2014. Questo perché il governo non ha messo a disposizione risorse per proteggere l’area (grande due volte New York City).


Il progetto TX2

Ogni giorno, centinaia di ranger rischiano la propria vita per difendere la tigre: sono la nostra linea di frontiera contro un bracconaggio sempre più spietato che alimenta il commercio illegale di pelli e ossa e contro chi ne provoca la morte distruggendone gli habitat. Il WWF, insieme ai governi dei 13 Paesi in cui la tigre è ancora presente, ha lanciato un ambizioso e visionario piano di conservazione: raddoppiare il numero delle tigri in natura entro il 2022, il prossimo anno cinese della tigre. Basti pensare che fino a cento anni fa, nelle foreste asiatiche vivevano ancora circa 100mila tigri.
Mentre le trappole artigianali hanno preso piede in Asia, numerose organizzazioni di conservazione di tutto il continente asiatico chiedono un intervento urgente. Ad esempio, in Cambogia, i gruppi di conservazione guidati da Wildlife Alliance hanno dato vita ad un movimento che ha come compito la sensibilizzazione della popolazione locale. I volontari si recano nei vari villaggi e discutono con la gente del posto di come trovare delle alternative alla caccia di tigri. Non solo: si cerca anche di far capire alle persone di ridurre il consumo di carne di animali selvaggi, cercando soluzioni che vadano bene anche alle famiglie del posto.

Nel 2010, dunque, i 13 Paesi dove vive ancora la tigre si sono impegnati con il WWF: ed è così che è nato il più ambizioso progetto di conservazione mai esistito per una singola specie. Si tratta del progetto TX2 e ne fanno parte: Bangladesh, Bhutan, Cina, Cambogia, India, Indonesia, Laos, Malesia, Myanmar, Nepal, Russia, Thailandia e Vietnam. Obiettivo? Raddoppiare, appunto, il numero di tigri selvatiche entro il 2022 portando il numero di tigri a 6’400. E l’anno scorso è stato registrato il primo segnale positivo: nel 2016, per la prima volta da decenni, il numero di tigri non era in calo, ma in leggero aumento in India, Nepal e Russia. Ma c’è ancora tanta strada da fare. Non possiamo abbassare la guardia.

La tigre è a rischio per vari motivi. Questo maestoso felino è molto richiesto sul mercato nero per la sua pelliccia, i denti, le ossa. È data la diffusa credenza secondo cui i prodotti derivati dalla tigre abbiano un effetto curativo. Praticamente ogni parte del suo corpo viene venduta come “medicinale”. In Cina si è convinti che se si prende questa “medicina” magica, si riceve la forza della tigre. Chiaramente questo non è vero e oggi in Cina è vietato creare medicine contenenti parti di tigre. Un chilo di ossa di tigre può costare fino a 10mila dollari sul mercato nero.

22.7.2017, 05:002017-07-22 05:00:00
Susanna Petrone

La carica dei 1’500 ragazzi!

Divertimento, curiosità, passione per la natura: sono solo alcune delle emozioni che oltre 1’500 ragazzi vivono ogni anno presso gli 83 Campi Natura del WWF Svizzera. Alla scoperta della...

Divertimento, curiosità, passione per la natura: sono solo alcune delle emozioni che oltre 1’500 ragazzi vivono ogni anno presso gli 83 Campi Natura del WWF Svizzera. Alla scoperta della natura, con l’obiettivo di amarla e rispettarla, i partecipanti - che vanno dai 6 ai 17 anni - trascorrono una settimana (a volte anche due) insieme a coetanei sperimentando la vita senza tv e cellulare. C’è chi si inventa nuove ricette e chi invece ritrova quelle della nonna. C’è chi passa una settimana in tenda e chi all’interno di una capanna. C’è tempo per emozionarsi, scoprendo nuovi insetti e chi invece è felice di osservare il cielo stellato. Questo sono i Campi Natura del WWF Svizzera. Sono giorni usati per scoprire gli aspetti più segreti della natura, insieme a centinaia e centinaia di volontari che giorno dopo giorno - con passione e devozione - stimolano l’immaginazione dei ragazzi a loro affidati e insegnano loro una cosa importante: il rispetto per la nostra Terra. I campi sono un luogo dove nascono tante nuove amicizie.

Campi Natura, luoghi incantati

Lena Boscolo ha 20 anni ed è la co-responsabile del Campo Natura “Dettofattoilmanufatto” che si tiene a Linescio in valle Maggia. Con passione dedica una decina di giorni ai ragazzi, riscoprendo con loro vecchie ricette dimenticate. Alcuni esempi: come si fa il sale aromatizzato? Niente di più semplice, Lena lo insegna ai partecipanti del campo. E la marmellata di albicocche? E il sapone? “Il nostro campo ha come obiettivo una serie di laboratori, che si tengono al mattino - racconta Lena, senza mai perdere di vista il gruppetto di ragazzi che sta sminuzzando del basilico da mischiare al sale - Molte ricette della nonna rischiano di andare perse, visto che la nostra società è abituata ad acquistare già tutto pronto al supermercato. Eppure, credo che sia bellissimo prendersi qualche ora di tempo per fare insieme ai ragazzi della marmellata”.

Qui, in mezzo ai boschi, davanti ai vecchi rustici ticinesi recuperati, non esistono giornate con orari o attività fissati rigidamente.

Ogni Campo Natura ha un suo filo conduttore, attorno al quale ruotano le attività. I ritmi della giornata sono dettati dalla natura. I ragazzi del Campo Natura “Dettofattoilmanufatto” hanno tra i 9 e gli 11 anni. La mattina si fa tutti insieme colazione e poi - prima di iniziare con i laboratori - tutti aiutano a fare ordine: viene sistemata la cucina, vengono fatti i letti e infine puliti i bagni. Dopodiché, Lena e gli altri animatori dividono i ragazzi in due gruppi: “Il gruppo che fa le marmellate, le deve fare anche per il gruppo che sta facendo il sale aromatizzato”, spiega. Arriva l’ora di pranzo. Si cucina tutti insieme e si rimette tutto in ordine insieme. Mercoledì è il giorno della gita e del picnic: i ragazzi vanno alla scoperta di Bosco Gurin. E poi il viaggio al mercato di Locarno e presso gli agricoltori del posto. Il giovedì: “L’idea - prosegue Lena - è quello di far vedere ai ragazzi da dove arrivano i prodotti. Non solo: è sempre meglio acquistare, quando è possibile, prodotti a chilometro zero e di stagione. Facciamo vedere ai ragazzi che esiste un mondo dietro a quello che mangiano o acquistano”. 

Intanto un gruppetto di ragazzi va ad accarezzare gli asinelli che pascolano a un centinaio di metri dal rustico. C’è anche un tipì indiano bianco, dove ritirarsi se si ha voglia di stare un po’ da soli. In cucina si traffica con le pentole: la marmellata è quasi pronta. Fuori vengono tagliuzzate le ultime erbette da mischiare al sale. Niente squillo di cellulare. Nessuna televisione accesa. Si sente solo il rumore del ruscello e delle risate dei ragazzi.

15.7.2017, 08:152017-07-15 08:15:00
Susanna Petrone

Gorilla, il gigante vegetariano!

Sebbene sia davvero impressionante, il gorilla si rivela un tranquillo e pacifico vegetariano. Fa parte della famiglia degli ominidi e anche se non discendiamo direttamente da scimmie...

Sebbene sia davvero impressionante, il gorilla si rivela un tranquillo e pacifico vegetariano. Fa parte della famiglia degli ominidi e anche se non discendiamo direttamente da scimmie e gorilla, 55 milioni di anni fa avevamo gli stessi antenati.

Esistono due specie di gorilla nonché quattro sottospecie e vivono tutti in Africa. I gorilla orientali - ne fanno parte i gorilla di montagna - sono più scuri, più pelosi e più robusti e tarchiati rispetto a quelli occidentali. E purtroppo sono tutte in pericolo o a rischio di estinzione. Queste differenze nell’aspetto, trovano una spiegazione nell’ambiente nel quale vivono i gorilla orientali. Esso è infatti situato a un’altitudine più elevata rispetto alle pianure dell’ovest. Vi sono tuttavia anche delle differenze comportamentali. Tra i gorilla occidentali la struttura sociale è molto simile a quella di un harem. Un maschio dominante, dalla schiena argentata, vive con le sue femmine e i loro piccoli, e quando i giovani maschi si avvicinano all’età adulta, li caccia dal gruppo. I maschi solitari sono quindi costantemente alla ricerca di femmine e non è un fatto raro che tentino di spezzare l’autorità del capo di un harem. I gorilla maschi sono animali enormi: in piedi raggiungono i due metri, un vero record per le scimmie. Il muso imponente e i canini appuntiti hanno dato loro la fama di essere feroci. Ma in realtà sono animali estremamente pacifici - a parte quando proteggono la loro famiglia.

Tra i gorilla di montagna la situazione è diversa: quasi la metà dei gruppi comprende fino a 6 individui dalla schiena argentata che si spartiscono le femmine quando il maschio dominante comincia a invecchiare. Colpendosi il petto, il gorilla è in grado di emettere dei suoni che riecheggiano per un raggio di quasi 1 km. Alla base di questo fenomeno vi sono degli organi di cui noi umani siamo sprovvisti. Queste sacche vocali – cavità ben distinte dai polmoni situate subito sotto la pelle e che il gorilla può riempire d’aria a suo piacimento – fungono da vere e proprie casse di risonanza. Oltre al fatto di impressionare gli avversari e di sedurre le femmine, tale pratica consente anche di comunicare. I gorilla non fanno eccezione alla regola. Come le altre scimmie antropomorfe, essi fabbricano dei nidi per la siesta o per la notte servendosi di rami e foglie. Le abitudini cambiano a seconda dei gruppi: alcuni dormono sempre a terra, mentre altri prediligono riposarsi tra i rami degli alberi. A volte le femmine sistemano il loro nido ad addirittura 20 m dal suolo.

Il gorilla di montagna è in pericolo

Oltre la metà dei circa 780 gorilla di montagna ancora esistenti al mondo vive nel Parco nazionale di Virunga. Il parco deve il suo nome alla catena vulcanica di Virunga, una formazione montuosa coperta da una fitta vegetazione tropicale che si estende dal Congo al Ruanda, fino a raggiungere l’Uganda. Su queste vette e all’interno del Parco nazionale di Bwindi vivono gli ultimi gorilla di montagna. È l’unica specie di gorilla che vive a una simile altitudine (2000-4000 metri sopra il livello del mare) ed è dotato di un pelo setoso e lungo, soprattutto sulle braccia, che lo protegge dalle temperature rigide. Di tutti i gorilla è quello che si è meglio adattato a vivere a terra, dove trascorre la maggior parte del proprio tempo; la sua corporatura massiccia, infatti, non gli facilita l’arrampicata sugli alberi.

Il territorio di un gruppo si estende fino a 30 chilometri quadrati. Per procurarsi il cibo i gorilla coprono ogni giorno distanze da 500 a 1000 metri. Si tratta di animali erbivori che hanno una predilezione particolare per il cuore del sedano selvatico e per i giovani bambù.

E per quanto siano ammirati - e anche studiati - nello scorso secolo i gorilla di montagna sono stati quasi completamente sterminati, inoltre si è sacrificato gran parte del loro habitat naturale per ottenere legname e bambù. Molti primati sono morti di malattie contratte a causa del contatto con l’uomo - infatti chi li studia deve mantenere una certa distanza ed indossare mascherine - altri sono caduti vittima dei bracconieri. Non va dimenticato che il commercio di gorilla, sia morti che vivi, è sempre stato molto florido. I gorilla vengono uccisi per la loro carne, per strappare i piccoli alle madri, per commerciare teste e mani come trofei o per eliminare dei concorrenti alimentari.
Il WWF da anni collabora con le autorità responsabili dei parchi, le organizzazioni ambientaliste e gli istituti di ricerca locali. Le preziose scimmie antropomorfe vengono monitorate con metodo scientifico e protette efficacemente grazie al sostegno delle autorità dei parchi. Anche la popolazione locale è coinvolta nel progetto. La densità demografica attorno alle aree protette è molto elevata e la maggior parte degli abitanti dipende dai parchi per le materie prime e l’acqua. Il WWF si impegna a sensibilizzare la popolazione sull’importanza dei parchi naturali, creando al contempo nuove fonti di reddito grazie al turismo sostenibile. Purtroppo, vista la situazione politica del Congo, non è ancora chiaro il futuro di questi esseri incredibili.

8.7.2017, 05:002017-07-08 05:00:00
Susanna Petrone

I delfini, predatori intelligenti

Per l’uomo i delfini sono animali molto particolari. Sono innumerevoli le storie che vengono raccontate su di loro: sono conosciuti, infatti, per essere degli animali socievoli,...

Per l’uomo i delfini sono animali molto particolari. Sono innumerevoli le storie che vengono raccontate su di loro: sono conosciuti, infatti, per essere degli animali socievoli, pronti ad aiutare. Vi sono stati delfini che hanno salvato vite umane. Gli esseri umani rimangono incantati dai delfini, desiderando di nuotare in loro compagnia o almeno poterli osservare muoversi in acqua. Da secoli e - in tutto il mondo - l’uomo ha sempre avuto un legame speciale con i delfini. Fin dai tempi passati, erano oggetto di adorazione, e un’antica città greca era stata addirittura chiamata con il loro nome: Delfi. Purtroppo, oggi l’uomo non ha più lo stesso rispetto per questi intelligenti animali. I delfini vengono infatti cacciati e venduti ai delfinari, dove sono costretti a vivere nello spazio ristretto di piscine. Come se non bastasse: spesso rimangono imprigionati nelle reti dei pescatori e il loro habitat, le acque marine e i grandi fiumi, vengono inquinati sempre di più. Se ne conoscono oltre 30 specie, con taglie diverse e habitat differenti. C’è chi preferisce vivere nelle acque costiere e chi vive in alto mare. Le specie più diffuse le troviamo nel Mediterraneo (come il tursiope troncato, il delfino a naso di bottiglia, il delfino comune o la stenella striata). Fino a 60 anni fa se si parlava di delfino tutti pensavano al Mediterraneo. Ma la situazione è cambiata: il loro numero si è ridotto tantissimo. Il delfino comune, per esempio, si chiama così perché una volta era molto diffuso. Oggi invece è una specie in via d’estinzione.

Socievoli e giocherelloni

I delfini sono socievoli e vivono in gruppi più o meno numerosi. Si tratta di vere e proprie famiglie, guidate da una femmina. I delfini sono dei mammiferi e quindi partoriscono i loro piccoli sott’acqua.

Al momento della nascita, due o tre delfini del gruppo sorvegliano la femmina poiché il sangue perso durante il parto potrebbe attirare gli squali. Dopo la nascita, il piccolo viene allattato dalla madre, sempre sott’acqua. Il cucciolo riesce a fare solo una o due poppate per volta e poi deve emergere per respirare. All’inizio i piccoli delfini rimangono presso la madre anche se sono dei nuotatori agili e veloci sin dalla nascita.

Il delfino comune deve emergere in superficie per respirare ogni 4/5 minuti. Il tursiope troncato invece riesce a rimanere sott’acqua anche un quarto d’ora. Non solo: riesce ad immergersi fino a 500 metri e nuota dai 60 ai 100 chilometri al giorno. I delfini del Mediterraneo si nutrono soprattutto di pesci e di altri animali marini più piccoli, ad esempio di seppie.

Quando cacciano comunicano tra di loro grazie a suoni molto acuti. Infatti nel mare profondo non c’è abbastanza luce per vedere, quindi hanno trovato una soluzione diversa: emettono suoni, che però noi esseri umani riusciamo a malapena a sentire. Sott’acqua i delfini emettono dei suoni che, quando incontrano e sbattono contro un banco di pesci o una roccia, tornano indietro. In parole povere: usano gli ultrasuoni per comunicare e per orientarsi meglio (anche se sono in grado di mettere a fuoco oggetti o animali).

 
 
1.7.2017, 05:002017-07-01 05:00:00
@laRegione

La lince iberica, un felino a rischio

La lince iberica (o pardina): è considerata il felino più a rischio al mondo. Duecento anni fa la lince era diffusa in tutta la Spagna e in Portogallo, ma con il passare del...

La lince iberica (o pardina): è considerata il felino più a rischio al mondo. Duecento anni fa la lince era diffusa in tutta la Spagna e in Portogallo, ma con il passare del tempo il suo spazio vitale si è ridotto drasticamente e oggi la troviamo solo in alcune piccole aree dell’Andalusia. Nel 2002 – a seguito di un censimento nazionale – scattò l’allarme: si contavano meno di cento esemplari in tutta la Spagna (mentre in Portogallo fu dichiarata estinta). Il WWF si diede subito da fare e in 15 anni si è riusciti ad arrivare a 400 unità. L’anno scorso sono nati altri 34 cuccioli e solo qualche settimana fa è stata segnalata l’ennesima cucciolata. La popolazione è in costante crescita, ma la strada da percorrere è ancora lunga.

Il progetto

Da diversi anni la lince iberica viene seguita passo dopo passo da esperti. Sono tante le foto-trappole posizionate per monitorare gli spostamenti delle linci. Il loro monitoraggio è così dettagliato - dicono i colleghi del WWF Spagna - che chi lavora al progetto conosce per nome ogni singola lince catalogata sul territorio.Non solo: per evitare che bracconieri caccino la lince, molti esemplari sono muniti di un collare che segnala la loro posizione. Negli ultimi anni diversi bracconieri sono stati fermati e denunciati proprio grazie a questi collari.

I piccoli

Il periodo di gestazione di una femmina dura di norma circa due mesi: i piccoli (di solito sono 2 o 3, del peso di 250 grammi) nascono tra marzo e settembre.

Dopo circa dieci mesi sono indipendenti, ma spesso e volentieri restano con la madre fino a 20 mesi.

In natura vive al massimo 13 anni.

 

Sull’orlo dell’estinzione

Sono tre i motivi che hanno portato sull’orlo dell’estinzione questo magnifico felino. Il primo fattore: la diminuzione dei conigli, preda principale della lince iberica (costituisce praticamente l’98% della sua dieta). Diverse epidemie avevano falciato la popolazione di conigli, con degli impatti negativi sulla popolazione della lince. Basti pensare che un maschio deve mangiare almeno un coniglio al giorno, mentre una femmina ne deve catturare almeno tre se vuole sfamare sé e i suoi piccoli. Il secondo fattore è la perdita dell’habitat. Quelle che una volta erano le aree naturali perfette per le linci, oggi sono zone frammentate da strade, dighe e ferrovie. Secondo gli esperti, l’80% della popolazione è scomparsa per questo motivo. E poi ci sono i bracconieri, che uccidono la lince per portarsi a casa come trofeo la sua pelliccia.

 

Il felino dei boschi svizzeri

 

In tutto il mondo vivono quattro specie di linci: quella eurasiatica (presente in Svizzera), la lince pardina – meglio conosciuta come lince iberica –, la lince rossa (la più piccola della specie) e la lince canadese. La lince eurasiatica è la più grande della sua specie ed ha una pelliccia maculata che le permette di mimetizzarsi. In Europa la troviamo in Svizzera, ma la popolazione più grande si trova in Scandinavia. Come per la lince iberica, anche quella eurasiatica non se l’è passata bene: in Europa centrale fu praticamente sterminata. Poi, tra il 1971 e il 1975, in Svizzera sono state ufficialmente introdotte dieci linci. Gli esemplari sono stati messi in libertà nel Giura e sulle Alpi, tutti territori adatti alla lince. Ma nonostante gli sforzi, ad oggi la sua scarsa presenza nel territorio alpino non ne garantisce la sopravvivenza: gli esemplari effettivi scarseggiano e fiumi, montagne imponenti, autostrade e regioni densamente popolate rappresentano ostacoli insormontabili che impediscono alla lince di spingersi in nuovi territori. Una cosa è certa: la lince avrà qualche speranza di sopravvivere a lungo in Europa centrale solo se si riuscirà a permettere a qualche esemplare di raggrupparsi in popolazioni e se si fermeranno i bracconieri. La lince infatti è un animale protetto, ma resta comunque un trofeo ambito tra i cacciatori di frode.

Il territorio

Le linci sono animali solitari. La grandezza del territorio dipende dal paesaggio, dalle prede e dal numero di linci che sono in zona. Il predatore demarca il suo spazio con l’urina o lascia tracce di artigli sugli alberi.

La femmina tollera maschi sul suo territorio solo durante il periodo di accoppiamento, che va da febbraio ad aprile. All’inizio dell’estate nascono poi i cuccioli. I piccoli alla nascita sono ciechi e a dieci mesi devono lasciare la madre. Se troppo deboli, non supereranno l’anno di vita.

L’importanza della lince

Dopo l’estinzione della lince, molti animali selvatici si ritrovarono senza più nemici naturali. Con il passare del tempo l’elevata densità di selvaggina ha portato, nelle zone di rifugio e di alimentazione più battute, a ingenti danni da scortecciamento nei boschi giovani. Dal ritorno della lince questo fenomeno è nettamente diminuito poiché la popolazione di ungulati è costretta a distribuirsi meglio nel proprio habitat. Non solo: caprioli e camosci diventano più prudenti se una lince caccia per molto tempo nello stesso territorio. Inoltre è diminuito il rischio di trasmissione di parassiti e di malattie della selvaggina.



 
1.7.2017, 05:002017-07-01 05:00:00
@laRegione

La lince iberica, un felino a rischio!

La lince iberica (o pardina): è considerata il felino più a rischio al mondo. Duecento anni fa la lince era diffusa in tutta la Spagna e in Portogallo, ma con il passare...

 

La lince iberica (o pardina): è considerata il felino più a rischio al mondo. Duecento anni fa la lince era diffusa in tutta la Spagna e in Portogallo, ma con il passare del tempo il suo spazio vitale si è ridotto drasticamente e oggi la troviamo solo in alcune piccole aree dell’Andalusia. Nel 2002 – a seguito di un censimento nazionale – scattò l’allarme: si contavano meno di cento esemplari in tutta la Spagna (mentre in Portogallo fu dichiarata estinta). Il WWF si diede subito da fare e in 15 anni si è riusciti ad arrivare a 400 unità. L’anno scorso sono nati altri 34 cuccioli e solo qualche settimana fa è stata segnalata l’ennesima cucciolata. La popolazione è in costante crescita, ma la strada da percorrere è ancora lunga.

Il progetto

Da diversi anni la lince iberica viene seguita passo dopo passo da esperti. Sono tante le foto-trappole posizionate per monitorare gli spostamenti delle linci. Il loro monitoraggio è così dettagliato - dicono i colleghi del WWF Spagna - che chi lavora al progetto conosce per nome ogni singola lince catalogata sul territorio.Non solo: per evitare che bracconieri caccino la lince, molti esemplari sono muniti di un collare che segnala la loro posizione. Negli ultimi anni diversi bracconieri sono stati fermati e denunciati proprio grazie a questi collari.

I piccoli

Il periodo di gestazione di una femmina dura di norma circa due mesi: i piccoli (di solito sono 2 o 3, del peso di 250 grammi) nascono tra marzo e settembre.

Dopo circa dieci mesi sono indipendenti, ma spesso e volentieri restano con la madre fino a 20 mesi.

In natura vive al massimo 13 anni.

 

Sull’orlo dell’estinzione

Sono tre i motivi che hanno portato sull’orlo dell’estinzione questo magnifico felino. Il primo fattore: la diminuzione dei conigli, preda principale della lince iberica (costituisce praticamente l’98% della sua dieta). Diverse epidemie avevano falciato la popolazione di conigli, con degli impatti negativi sulla popolazione della lince. Basti pensare che un maschio deve mangiare almeno un coniglio al giorno, mentre una femmina ne deve catturare almeno tre se vuole sfamare sé e i suoi piccoli. Il secondo fattore è la perdita dell’habitat. Quelle che una volta erano le aree naturali perfette per le linci, oggi sono zone frammentate da strade, dighe e ferrovie. Secondo gli esperti, l’80% della popolazione è scomparsa per questo motivo. E poi ci sono i bracconieri, che uccidono la lince per portarsi a casa come trofeo la sua pelliccia.

 


Il felino dei boschi svizzeri
 


In tutto il mondo vivono quattro specie di linci: quella eurasiatica (presente in Svizzera), la lince pardina – meglio conosciuta come lince iberica –, la lince rossa (la più piccola della specie) e la lince canadese. La lince eurasiatica è la più grande della sua specie ed ha una pelliccia maculata che le permette di mimetizzarsi. In Europa la troviamo in Svizzera, ma la popolazione più grande si trova in Scandinavia. Come per la lince iberica, anche quella eurasiatica non se l’è passata bene: in Europa centrale fu praticamente sterminata. Poi, tra il 1971 e il 1975, in Svizzera sono state ufficialmente introdotte dieci linci. Gli esemplari sono stati messi in libertà nel Giura e sulle Alpi, tutti territori adatti alla lince. Ma nonostante gli sforzi, ad oggi la sua scarsa presenza nel territorio alpino non ne garantisce la sopravvivenza: gli esemplari effettivi scarseggiano e fiumi, montagne imponenti, autostrade e regioni densamente popolate rappresentano ostacoli insormontabili che impediscono alla lince di spingersi in nuovi territori. Una cosa è certa: la lince avrà qualche speranza di sopravvivere a lungo in Europa centrale solo se si riuscirà a permettere a qualche esemplare di raggrupparsi in popolazioni e se si fermeranno i bracconieri. La lince infatti è un animale protetto, ma resta comunque un trofeo ambito tra i cacciatori di frode.

Il territorio
Le linci sono animali solitari. La grandezza del territorio dipende dal paesaggio, dalle prede e dal numero di linci che sono in zona. Il predatore demarca il suo spazio con l’urina o lascia tracce di artigli sugli alberi.

La femmina tollera maschi sul suo territorio solo durante il periodo di accoppiamento, che va da febbraio ad aprile. All’inizio dell’estate nascono poi i cuccioli. I piccoli alla nascita sono ciechi e a dieci mesi devono lasciare la madre. Se troppo deboli, non supereranno l’anno di vita.

L’importanza della lince
Dopo l’estinzione della lince, molti animali selvatici si ritrovarono senza più nemici naturali. Con il passare del tempo l’elevata densità di selvaggina ha portato, nelle zone di rifugio e di alimentazione più battute, a ingenti danni da scortecciamento nei boschi giovani. Dal ritorno della lince questo fenomeno è nettamente diminuito poiché la popolazione di ungulati è costretta a distribuirsi meglio nel proprio habitat. Non solo: caprioli e camosci diventano più prudenti se una lince caccia per molto tempo nello stesso territorio. Inoltre è diminuito il rischio di trasmissione di parassiti e di malattie della selvaggina.

 

24.6.2017, 05:002017-06-24 05:00:00
Susanna Petrone

Il Madagascar, un paradiso in terra

Esiste un luogo nel mondo, che è così speciale, così ricco di biodiversità, che non lo si potrebbe paragonare al paradiso: il Madagascar. Questa splendida isola fa parte delle...

Esiste un luogo nel mondo, che è così speciale, così ricco di biodiversità, che non lo si potrebbe paragonare al paradiso: il Madagascar. Questa splendida isola fa parte delle cosiddette “isole antiche” e - secondo recenti studi - si sarebbe separata dall’Africa circa 165 milioni di anni fa, facendone un luogo particolare ed isolato, con un patrimonio vegetale ed animale unico al mondo.

Basti pensare che ben l’80% di tutte le piante che conosciamo (tra cui 4 mila specie arboree), così come la metà di tutti gli uccelli, il 90% dei rettili (ogni zona dell’isola ha il “suo” camaleonte) e anfibi e tutti i mammiferi - come ad esempio i lemuri - che sono presenti con oltre 200 specie diverse - sono endemici. In parole povere: esistono solo sull’isola Madagascar. E tra gli alberi? Il mitico baobab è conosciuto ovunque nel mondo. Quindi è devastante sapere che oggi solo il 10% del territorio è ricoperto dalla vegetazione originaria. Quello che una volta era il paradiso in terra, oggi rischia di scomparire per sempre. L’estrema povertà della popolazione ha portato allo sfruttamento eccessivo del territorio. Lì dove una volta c’erano boschi fittissimi, oggi si trova solo desolazione. 

Per questo motivo il WWF Madagascar si impegna giorno dopo giorno per salvaguardare questo incredibile patrimonio. Gli obiettivi? Protezione della foresta, rimboschimento e lotta contro la povertà. L’ultimo punto è essenziale per capire questa terra. Molte comunità sono così povere, che praticamente non hanno altra via d’uscita che tagliare illegalmente alberi per poter riscaldare le proprie case. Ogni anno vengono piantati migliaia di alberi e si sostengono progetti alternativi per dare alle famiglie locali una possibilità. Il WWF Madagascar, infatti, sostiene il progetto dell’associazione non governativa Barefoot College (letteralmente: l’università dei piedi scalzi). Si tratta di un’idea nata 45 anni fa in India e che ad oggi opera in 80 Paesi nel mondo. Cosa si fa in questa università? Si trasformano donne in “ingegneri” del solare. Le chiamano “Solar Grandmothers” (nonne solari)e spesso sono analfabete, arrivano da villaggi sperduti e poveri e quasi sempre non hanno mai viaggiato. Ora, grazie al sostegno del WWF, anche il Madagascar ha le sue “Solar Grandmothers”: donne che dopo sei mesi di studi - fatti di gesti e disegni - sanno costruire, installare e far funzionare delle lampade collegate a un pannello solare. Un lusso per tante comunità del mondo. Ora tanti piccoli studenti potranno fare i compiti o studiare anche quando fuori fa buio.

10.6.2017, 05:002017-06-10 05:00:00
laRegione Ticino

La vipera, il serpente

C’è chi la teme e chi al solo pensiero prova un vero e proprio disgusto: la vipera aspis, chiamata anche semplicemente aspide. Vive sulle nostre Alpi e sebbene sia protetta come tutti gli altri...

C’è chi la teme e chi al solo pensiero prova un vero e proprio disgusto: la vipera aspis, chiamata anche semplicemente aspide. Vive sulle nostre Alpi e sebbene sia protetta come tutti gli altri rettili, è sempre più rara. Attorno a questo serpente sono nate leggende di ogni tipo, come se fosse il nemico numero uno dell’uomo. Eppure la vipera non è aggressiva come viene descritta. Anzi: è un serpente timido, che al minimo rumore si allontana. Se la vipera attacca, lo fa solo se viene calpestata, catturata o messa alle strette. Quindi, regola numero uno: se vedete una vipera, restate calmi. Sarà lei ad allontanarsi il prima possibile da voi.

La vipera aspis è più piccola di quanto si possa pensare. I maschi hanno un corpo più lungo e sottile rispetto alle femmine. Alla nascita misurano circa venti centimetri. Non smettono mai di crescere e raramente superano i settanta centimetri di lunghezza. Le vipere non sono tutte uguali: la loro pelle, ricoperta di piccole squame, può essere di colore marrone, grigio, rossiccio o in alcuni casi persino nero. In quanto serpente, cambia la pelle in una volta sola. Quando la nuova pelle è pronta, la vipera sfrega il suo corpo contro una superficie ruvida e la vecchia pelle si sfila come un calzino. Non hanno gambe, ma riescono comunque a muoversi velocemente. Tutti noi abbiamo presente il loro movimento a “s”. Hanno molte ossa e sono flessibili grazie alle vertebre. Se la nostra colonna vertebrale è composta da 34 vertebre, i serpenti ne hanno un numero cinque volte superiore.

In Svizzera esistono due specie di serpenti velenosi: la vipera e il marasso. Il loro veleno è conservato in una sacca, da cui viene espulso grazie a un muscolo speciale. Quando una vipera va a caccia, il veleno passa attraverso i denti veleniferi cavi e iniettato nel corpo della preda. Poi aspetta che il veleno faccia il suo effetto. Per l’essere umano la vipera non è così pericolosa come si potrebbe pensare (lo è però per i bambini che pesano meno di un adulto e quindi il veleno ha un altro effetto sul loro corpo). La regola è sempre la stessa: quando andate in montagna, fate attenzione a dove mettete i piedi. Non spostate sassi grossi, il serpente potrebbe essere nascosto lì sotto. Attenzione ai cespugli vicino alla riva dei fiumi. Se vi capita di vederne una, allora non fate movimenti bruschi. Non toccatela. Se si viene morsi bisogna mantenere la calma (difficile a dirsi, ma è importante), recarsi il prima possibile da un medico. Se possibile, la ferita va disinfettata e bisogna evitare sforzi e bere molto.

10.6.2017, 05:002017-06-10 05:00:00
Susanna Petrone

Gli oceani hanno caldo

In occasione della Giornata Mondiale degli Oceani che è stata celebrata l’8 giugno il WWF ricorda la drammatica situazione degli oceani e dei mari del mondo: questi splendidi ecosistemi sono...

In occasione della Giornata Mondiale degli Oceani che è stata celebrata l’8 giugno il WWF ricorda la drammatica situazione degli oceani e dei mari del mondo: questi splendidi ecosistemi sono messi a dura prova a causa dei cambiamenti climatici. Tra le conseguenze globali dell’aumento di CO2 nell’ atmosfera c’è infatti un impatto diretto sugli oceani, la porzione “blu” del pianeta che a sua volta svolge un ruolo cruciale nella stessa regolazione del clima. I mari e gli oceani assorbono mille volte più calore dell’atmosfera. Ad oggi hanno trattenuto il 90% dell’energia in più dovuta all’incremento dei gas serra. Non solo: l’80% degli stock ittici sfruttati commercialmente è soggetto a pesca eccessiva o è da essa minacciato. Il 40% di tutti gli esseri viventi marini catturati viene inoltre considerato pesca accidentale e viene rigettato in mare, morto o moribondo. Anche gli allevamenti minacciano la vita nei mari e negli oceani: il pesce allevato, infatti, viene generalmente nutrito con olio o farina di pesce. Se non verranno prese misure a riguardo, sarà a rischio il lavoro di 800 milioni di persone nel mondo.

Infine: la vita di milioni di persone che vivono lungo le coste sarà influenzata a causa dell’innalzamento dei mari (città come Tokyo e Singapore potrebbero essere interamente sommerse).

Ma torniamo agli oceani: un terzo del calore prodotto dagli esseri umani è penetrato fino a una profondità superiore a 700 metri: questo potrebbe soffocare la vita delle creature marine entro 20 anni secondo un recente studio del National Center for Atmospheric Research. In più gli oceani e i mari assorbono circa il 30 % della CO2 che le attività umane emettono nell’atmosfera (per esempio bruciando i combustibili fossili) e questo provoca l’acidificazione degli oceani: dall’inizio dell’era industriale, l’acidità degli oceani è aumentata del 26% e circa la metà delle barriere coralline è andato completamente perso. Se non freniamo il riscaldamento globale, l’altra metà andrà persa entro il 2050.  Lo stesso Mediterraneo è in forte declino: un triste indicatore è la grande diffusione delle meduse. Mentre prima si registravano picchi di presenza di meduse ogni 10-15 anni, oggi abbiamo cadenze annuali.

Cosa possiamo fare noi? Ricorda: acquistando pesci d’allevamento bio si ha la garanzia che il mangime sia stato ottenuto da fonti sostenibili e l’allevamento e densità di occupazione siano rispettose degli animali. Non solo: negli allevamenti bio è vietato l’utilizzo di antibiotici. Scarica l’App del WWF che contiene la guida completa. Lì troverai ogni tipo di pesce con i vari consigli se può essere acquistato o meno. La guida completa si trova anche sul sito wwf.ch.