A giudicare dai nomi del toto ministri, l'immagine del governo britannico entrante di Andy Burnham appare al massimo quella d'una compagine semi-nuova; ma la promessa d'un vero cambio di rotta resta, almeno a parole: rispetto sia ai danni imputati a "40 anni di politiche neoliberali", sia all'eredità di Keir Starmer.
Le anticipazioni e le attese, aspettando il confronto con una realtà irta di ostacoli, hanno d'altronde le ore contate. Alla vigilia del grande giorno in cui il 56enne ex sindaco di Manchester, designato plebiscitariamente venerdì alla testa di un Partito laburista in crisi di consensi, si appresta a rimpiazzare formalmente il 63enne Starmer anche a Downing Street, in veste di primo ministro di Sua Maestà.
La composizione della squadra appare decisa o quasi, nelle caselle principali. I media danno per certa la nomina a vicepremier e ministra dell'Istruzione di Lucy Powell, alleata del 're del Nord' nel correntone della soft left, eletta l'anno scorso vice-leader del partito di maggioranza in polemica con sir Keir. Mentre per i due ruoli più importanti, quelli di cancelliere dello Scacchiere (titolare dell'Economia) e di ministro degli Esteri, si fanno due nomi in qualche modo contrapposti: la rampante 45enne Shabana Mahmood, ministra dell'Interno uscente in fama di falco su immigrazione e ordine pubblico, gradita alla destra interna, per le Finanze; il veterano progressista Ed Miliband, finora ministro dell'Energia, per il Foreign Office.
Una doppia scelta che Burnham - inizialmente intenzionato a nominare cancelliere il più radicale Miliband, malvisto alla City e marchiato dalla stampa conservatrice col nomignolo di 'red Ed' - sarebbe stato di fatto costretto a compiere per rassicurare i mercati. Ma che potrebbe segnalare la volontà di dare concretezza - sullo sfondo di una politica estera improntata prevedibilmente alla continuità su dossier quali l'Ucraina, il riavvicinamento all'Ue o i rapporti difficili ma vitali con gli Usa di Donald Trump - quanto meno alla promessa di un aumento delle pressioni su Israele: tema su cui, nelle parole dell'ex sindaco di Manchester, occorre "fare di più" dopo la risposta starmeriana "non all'altezza" su Gaza.
Organigramma ministeriale a parte, Lucy Powell giura comunque alla Bbc che gli elementi di novità non mancheranno. Confermando fra i primi segnali di svolta la revoca dell'introduzione sull'isola della carta d'identità elettronica obbligatoria - estranea alla tradizione britannica e vista da più parti come concessione a una sorta di grande fratello digitale - già preannunciata dal governo Starmer. "È solo un piccolo esempio d'una più generale revisione delle priorità", ha dichiarato la vicepremier in pectore, assicurando il rispetto del manifesto elettorale del 2024, ma a patto d'interpretarlo in modo "più audace e ambizioso" rispetto alle tante marcie indietro di sir Keir. Incluso su misure d'immediato impatto sociale come i tagli alle bollette o il ritorno sotto controllo pubblico dei servizi essenziali.
Da destra, intanto, Nigel Farage, tribuno trumpiano di Reform Uk, e Kemi Badenoch, capofila Tory, liquidano Andy come "un piacione" senza sostanza. Il quale non riuscirà ad accontentare tutti e "s'illude" di rimettere in discussione il lascito della "rivoluzione di Margaret Thatcher" a colpi di possibili nuove "tasse" sui redditi più alti.
Obiettivo che spinge i giornali destrorsi a paragonarlo a Neil Kinnock (il leader che guidò il Labour alla sconfitta elettorale prima dell'ascesa di Tony Blair), solo perché nel suo primo discorso di insediamento gli ha reso omaggio come fonte di ispirazione all'inizio della sua militanza politica giovanile. E ad accusarlo - dal Telegraph al Mail - di voler riportare il Paese al "grigiore degli anni '70".