L'Ue punta a un'intesa prima del Consiglio Affari Esteri di lunedì; restano divisioni sul price cap che il 15 luglio salirà a 60 dollari e su divieti, merluzzo e il patriarca Kirill
Quando, ad un certo punto, la presidenza di turno ha chiamato una pausa alla riunione dei Rappresentanti Permanenti, non pochi hanno pensato che, sul ventunesimo pacchetto di sanzioni contro la Russia, finalmente la luce verde fosse a un passo. E invece no. La riunione degli ambasciatori dei 27, dopo un lungo tira e molla, si è conclusa con un nulla di fatto.
Lo stallo, a questo punto, comincia ad essere preoccupante. Anche perché, rispetto al passato, non è più con l'Ungheria di Viktor Orban che basta prendersela. E le lancette corrono. Il 15 luglio il price cap al petrolio russo avrà il suo scatto automatico, alzandosi a 60 dollari a barile. E nessuno, a Palazzo Berlaymont, vuole che accada. L'obiettivo - spiegano fonti Ue - è trovare un'intesa prima del Consiglio Affari Esteri di lunedì.
Per farlo non è escluso che si renda necessaria la convocazione di una nuova riunione dei Rappresentanti Permanenti (il Coreper II) nella giornata di domenica. In alternativa toccherà direttamente ai ministri degli Esteri dei 27 raggiungere la cosiddetta 'landing zone' nella giornata di lunedì. Al momento non ci sono certezze, se non che la quadra non è stata trovata. A metà pomeriggio il quadro sembrava invece tendere al positivo. Le perplessità di Italia e Francia sul divieto di ingresso in Ue ai veterani russi che hanno combattuto in Ucraina si erano diradate di fronte al netto ammorbidimento della misura. Una misura che, per Parigi e Roma, rischiava di provocare un divieto 'tout court' per i russi che vogliono entrare nell'Unione, vista la difficile definizione delle liste dei combattenti. Con perdite considerevoli per due Paesi che da tempo sono una meta prediletta del turismo russo.
Ma i nodi non si fermano qui. Il divieto di import del merluzzo russo ha trovato ampie perplessità tra i 27 - in primis Germania e Portogallo - e rischia seriamente di essere espunto. La stessa durata del congelamento del price cap e lo stop alla circolazione delle metaniere che portano il GNL di Mosca, nei giorni scorsi, hanno seminato dubbi. A ciò va aggiunto l'inserimento del patriarca Kirill nella lista nera. Osteggiata sin dall'inizio dalla Bulgaria, alla quale si è aggiunta anche l'Italia.
Gli unici passi avanti si sono concretizzati sul terreno dell'allargamento, con la luce verde all'apertura del cluster 6 (sulle relazioni esterne) per Ucraina e Moldavia. Il passaggio formale sarà certificato dalle conferenze intergovernative previste martedì. "Stiamo costruendo un'Europa più resiliente: un altro passo avanti verso l'Ue per Ucraina e Moldavia", ha esultato il presidente del Consiglio europeo António Costa. Un altro progresso significativo è atteso nel campo del sostegno militare a Kiev: l'Ue si avvia ad accordare all'Ucraina l'accesso alle armi britanniche con i fondi derivanti dal prestito comunitario di 90 miliardi.
Lunedì, l'ultimo CAE formale prima di ottobre si preannuncia come una riunione densa, non priva di tensioni. Non solo sull'Ucraina. I 27 esamineranno infatti anche l'option paper presentato dalla Commissione per la riduzione o il divieto di import dei prodotti degli insediamenti israeliani. Palazzo Berlaymont, per l'intera giornata di venerdì ha risposto con un muro di silenzio alle domande dei cronisti sul destino della proposta. L'impressione è che il CAE di lunedì non porterà ad alcun via libera. Il sospetto, ben presente in quelle cancellerie che chiamano da tempo l'Europa ad uscire dall'immobilismo nei confronti del governo Netanyahu, è che la bandiera procedurale dell'unanimità sia usata da chi, tra i 27, non ha ancora deciso di esporsi. Neppure su ciò che sta accadendo in Cisgiordania.