Estero

Disastro di Seveso, sono passati cinquant'anni

8 luglio 2026
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Il 10 luglio 1976 si verificò uno dei più gravi disastri ambientali della storia italiana: una nube di diossina fuoriuscì dallo stabilimento cosmetico ICMESA di Seveso, in provincia di Monza. Almeno 200 persone subirono danni alla salute, in alcuni casi di lunga durata.

Un guasto in un reattore chimico provocò la fuoriuscita di una nube tossica. Quest'ultima non causò vittime, tuttavia centinaia di residenti furono costretti ad abbandonare le loro case contaminate. Lo stabilimento ICMESA apparteneva alla Givaudan, un'ex controllata della Roche.

La fabbrica produceva triclorofenolo, che a temperature superiori ai 156 gradi si trasforma in 2,3,7,8-tetraclorodibenzodioxina (TCDD), come riportato sul sito web dell'Istituto superiore di sanità (ISS) del Ministero della salute italiano. Il TCDD è considerato il più tossico tra i composti del gruppo delle diossine ed è comunemente noto anche come "veleno di Seveso". Quel giorno, a causa dell'avaria al reattore, la temperatura salì fino a 500 gradi.

Primo sintomo: eruzione cutanea

La sostanza tossica lasciò rapidamente le prime tracce, come illustra chiaramente un nuovo documentario trasmesso su Rai 3. Le foglie degli alberi e l'erba si ingiallirono, racconta un testimone oculare, e gli animali morirono. Due giorni dopo l'incidente, alcuni residenti - tra cui dei bambini - manifestarono eruzioni cutanee sul viso. Altri lamentarono disturbi gastrointestinali e nausea.

Per molto tempo le autorità tennero all'oscuro la popolazione sulla portata dell'incidente. A Milano si tennero manifestazioni contro la politica di comunicazione, come mostra anche il documentario.

La diossina può anche provocare il cancro e causare gravi danni al sistema nervoso e cardiovascolare, al fegato e ai reni. Inoltre questa sostanza tossica riduce la fertilità e può causare malformazioni fetali e aborti spontanei nelle donne in gravidanza. Stando all'ISS il TCDD è pericoloso già a basse dosi. La quantità totale fuoriuscita dalla fabbrica di Seveso, che secondo le prime informazioni sarebbe stata di soli 300 grammi, è oggi stimata intorni ai 15 o addirittura 18 chilogrammi.

Aumento dei tumori ghiandolari

Per valutare la mortalità a lungo termine correlata alla diossina sono stati condotti diversi studi. Il primo copre gli anni fino al 1986, il secondo fino al 1991, il terzo fino al 1996 e il quarto - che al momento è il più aggiornato - fino al 2001. Quest'ultimo copre quindi un periodo di 25 anni. È stato condotto sia sulla popolazione esposta alla diossina - suddivisa in zona A, zona B e zona R (a seconda del grado di contaminazione dell'area di residenza) - sia su un gruppo di controllo non esposto.

Il programma di monitoraggio ha coinvolto circa 280'000 persone in Brianza, di cui quasi 6'000 vivevano nelle aree più colpite. Secondo i dati dell'ISS lo studio ha coperto il 99% di tutte le persone coinvolte.

Da esso è emerso che nelle zone più esposte si è registrato un aumento soprattutto delle neoplasie (tumori) del tessuto linfatico ed ematopoietico, in particolare tra le donne. Nella zona A - l'area immediatamente circostante il luogo dell'incidente - la rate ratio è di 3,17, mentre nella zona B di 1,94. Un rapporto superiore a 1,0 significa che nella zona interessata il numero di decessi per questa malattia è superiore alla media normale.

Il dato più alto riguarda i linfomi non-Hodgkin - una neoplasia maligna del sistema linfatico - nella zona A (rate ratio di 4,45), mentre nella zona B, per tutti i linfomi, è di 2,14 e per i mielomi di 3,07, si legge sul sito dell'ISS. Fra gli uomini l'unico dato in eccesso significativo riguarda la mortalità per leucemie, con una rate ratio di 2,07 nella zona B.

Gli effetti del disastro di Seveso però non si limitano ai tumori: nelle zone A e B sono stati osservati anche incrementi della mortalità per malattie circolatorie nei primi anni dopo l'incidente, di malattie croniche ostruttive dei polmoni e di diabete mellito fra le donne.

Risarcimento per danni morali a 86 persone

I residenti intentarono diverse cause contro Givaudan. Dopo una lunga battaglia legale, riferiscono media italiani, nel maggio 2009 la Corte di cassazione riconobbe a 86 persone residenti nelle aree limitrofe dello stabilimento un risarcimento del danno morale - pari a 5'000 euro a testa - per il "patema d'animo" e lo stress psicologico accumulato negli anni a causa dell'esposizione alla diossina e della costante paura per la propria salute. La causa era stata intentata nel 1995.

Nella storia del diritto italiano questa sentenza è considerata un precedente fondamentale che dimostra come le grandi aziende possano essere ritenute responsabili delle conseguenze psicologiche e morali subite dalla popolazione colpita anche a distanza di decenni da un disastro ambientale.

Oggi, dove un tempo sorgeva lo stabilimento ICMESA e si trovava la cosiddetta "Zona A", si estende il Bosco delle Querce - un simbolo di rinascita, viene affermato nel documentario della Rai.

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Questo articolo è stato pubblicato con l'ausilio dell'IA. Maggiori informazioni