"Cari venezuelani. Sono a Panama. Il regime ha chiuso lo spazio aereo per impedirmi di entrare nel nostro Paese, ma vi prometto che farò di tutto per arrivare a Caracas".
Corina Machado torna su X per attaccare il governo di Delcy Rodriguez e ribadire la sua ferma volontà a rientrare in Venezuela quanto prima. Dice che punta a aiutare la popolazione colpita, che è certamente vero. Ma il suo vero obiettivo è politico: guidare il malcontento che sta esplodendo contro il governo di Delcy Rodriguez per darle una spallata e ottenere quanto prima libere elezioni.
Nel video accusa "il regime" ma in realtà, da giorni, chi le impedisce di sbarcare a Caracas è l'amministrazione americana. Il Wsj racconta che già venerdì scorso, la premio Nobel si era imbarcata in Virginia, con il via libera degli Stati Uniti, su un volo privato diretto a Curaçao, l'isola a 60 chilometri dal Venezuela. Ma non appena l'aereo ha raggiunto il vicino North Carolina le autorità Usa le hanno chiesto di tornare indietro.
Machado ha obbedito e solo domenica è salita su un volo commerciale per Panama, dove si trova tuttora. La testata spagnola El Debate aggiunge nuovi dettagli: Trump le avrebbe dato il suo personale via libera, dopo una chiamata tra i due. Poco dopo, però, ha cambiato idea. Anzi l'avrebbe avvertita che se fosse andata a Caracas, avrebbe diffuso una nota di presa di distanze.
Il Wsj ribadisce che l'amministrazione Trump da tempo ha dato priorità alla stabilità, all'accesso al petrolio venezuelano e alla cooperazione in materia di sicurezza rispetto a una transizione democratica. E che né Washington né Delcy Rodriguez hanno fissato una data per le elezioni. Lo stesso capo del Dipartimento di stato, Marco Rubio le avrebbe chiesto di avere pazienza pur di preservare "la fragile relazione tra gli Usa e Caracas".
Intanto Delcy Rodriguez, dopo aver tutto sommato gestito abbastanza bene le prime ore dopo il sisma, sente che il clima è cambiato. Man mano che sale il numero dei morti, esplode la rabbia della popolazione per l'inefficienza della risposta dello Stato alla calamità.
L'appello all'unità nazionale e le lodi continue all'eroismo del popolo bolivariano non fanno più effetto. Per sedare la protesta montante, le autorità hanno cominciato a restringere l'accesso ai social. Subito dopo il terremoto, il governo aveva revocato il blocco di X a seguito delle fortissime richieste dei familiari dei colpiti e delle organizzazioni internazionali che chiedevano a gran voce l'apertura dei social per ottenere maggiori informazioni sulle vittime e sulla situazione nelle aree colpite.
Ma ora quella finestra di libertà si sta chiudendo: nelle ultime ore si stanno moltiplicando segnalazioni di blocchi selettivi. Le nuove limitazioni incidono sulla visibilità dei contenuti, ad esempio le fotografie non vengono più mostrate. Giro di vite anche all'informazione straniera: il Sindacato nazionale dei lavoratori della stampa del Venezuela (Sntp) ha denunciato la sospensione per 48 ore dell'accesso dei corrispondenti internazionali nello Stato di La Guaira. Il Ministero della Comunicazione ha precisato che la restrizione è legata a "ragioni sanitarie" e per agevolare il lavoro delle squadre di soccorso. Spiegazioni che convincono poco.
Il dubbio è che si voglia mettere la sordina alle tante denunce dei crimini commessi ad esempio dalle forze dell'ordine, tanto esaltate dalla tv di stato. Una piccola tv locale ha diffuso le parole di una anziana sopravvissuta esasperata ma non doma: "I militari e i poliziotti ci hanno rubato tutto, vestiti, scarpe, pentole, perfino i bicchieri", denuncia inferocita. L'obbiettivo è che con la fine degli scavi, con il rientro in patria delle tv di mezzo mondo, cali il sipario non solo sul terremoto ma anche sulla repressione del governo.