Ribadisce che la pace richiede la rinuncia di Kiev a vaste porzioni di territorio e denuncia la militarizzazione dell'Occidente
La Russia è pronta a chiudere il conflitto in Ucraina con i negoziati, ma solo se Kiev accetterà di rinunciare a buona parte dei suoi territori. Lo ha ribadito il presidente russo Vladimir Putin, tornando a parlare degli "accordi di Istanbul" come base delle trattative. Ma allo stesso tempo il capo del Cremlino ha accusato i Paesi Nato di ammettere ormai apertamente che "si stanno preparando a una guerra" contro la Russia.
Quelli che Putin ha chiamato gli "accordi di Istanbul", sottoscritti in negoziati nella città turca nel marzo del 2022, poche settimane dopo l'inizio del conflitto, non erano in realtà intese che ponevano fine ai combattimenti, ma indicavano la strada per un processo negoziale. Essi prevedevano in particolare che si avviassero trattative per le garanzie di sicurezza per l'Ucraina, mentre le questioni territoriali venivano rinviate a negoziati che potevano durare fino a 15 anni. I territori già occupati dalla Russia, fra cui la Crimea, rimanevano dunque sotto il suo controllo. L'allora capo delegazione ucraino, David Arakhamia, ha detto in seguito che tali intese furono lasciate cadere da Kiev per una serie di motivi, tra cui l'opposizione dell'allora premier britannico Boris Johnson, che convinse Kiev a continuare a combattere.
Parlando in una riunione del governo, Putin ha comunque fatto capire che nella sua visione ogni soluzione negoziata dovrà portare alla cessione da parte di Kiev di larghe porzioni del suo territorio, sulla base del riconoscimento della "realtà sul terreno". "Noi aderiamo - ha insistito il presidente - ai principi che ho delineato anni fa nel mio discorso al ministero degli Esteri". Il riferimento è a quanto disse nel giugno 2024, quando pose come condizioni per la pace la rinuncia da parte di Kiev delle quattro regioni rivendicate dalla Russia e l'impegno ufficiale a non entrare nella Nato.
Il presidente russo ha comunque ammesso di non riporre grandi speranze in una risposta positiva delle controparti alle sue richieste. "Se in precedenza i Paesi della Nato si limitavano a sostenere il regime di Kiev, salito al potere con un colpo di Stato armato illegale, ora in Occidente si afferma apertamente che si stanno preparando a una guerra contro di noi, aumentando i budget militari e offensivi", ha affermato. E "per giustificare tali spese e la radicale militarizzazione dei loro Stati, i leader dei Paesi della Nato e dell'Unione europea utilizzano false dichiarazioni sulla presunta minaccia militare russa".
E questa volta le critiche di Mosca sono dirette non solo contro l'obiettivo ormai consueto, l'Europa, ma anche l'America di Donald Trump. Per ora la Russia è concentrata "sul raggiungimento degli obiettivi" attraverso le ostilità, perché ritiene che "tutte le speranze nell'Occidente come mediatore onesto siano fallite da tempo", ha sentenziato il ministro degli Esteri, Serghei Lavrov. E gli Usa in particolare, ha affermato il capo della diplomazia russa, "sembra che si stiano allontanando dal rivendicare il ruolo di un mediatore imparziale e seguano il corso di rafforzare la pressione sanzionatoria sulla Russia". Poi, parlando del vertice fra Trump e Putin dello scorso anno ad Anchorage, Lavrov ha aggiunto: "Non voglio nemmeno sospettare che l'Alaska, come le azioni europee, fosse stata progettata per guadagnare tempo per il riarmo del regime di Kiev, non voglio nemmeno pensarci. Ma in realtà è andata come è andata".