Estero

Il conto salato della Brexit fra i grattacapi economici di Andy

23 giugno 2026
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Il conto salato della Brexit, a dieci anni esatti dal fatidico referendum che sancì l'uscita del Regno Unito dall'Ue, insieme alla crescita debole e alla tenuta dei conti pubblici, figura fra i grattacapi economici che Andy Burnham dovrà affrontare una volta diventato il nuovo premier britannico, come viene dato per sicuro dopo l'annuncio delle dimissioni di Keir Starmer.

Le sfide per il "re del Nord" sono molteplici, in un quadro di instabilità politica che vedrà sette primi ministri in un decennio quando Andy prenderà le redini del governo laburista, a partire dalle risposte dei mercati e della sterlina, per ora non scossi dall'ennesimo cambiamento al vertice.

L'eredità pesante del divorzio britannico dall'Unione si conta, secondo le stime, in una perdita del 6% del Pil dal 2016 a oggi, alla quale si sommano altri fattori, come i conflitti internazionali, soprattutto la guerra scatenata da Stati Uniti e Israele contro l'Iran e le conseguenze sull'approvvigionamento energetico.

Per Burnham si prospetta una crescita attorno allo 0,7-0,8% quest'anno e dell'1% nel 2027, con l'inflazione ancora lontana dal target ottimale e da tenere sotto controllo. Starmer e la sua cancelliera dello Scacchiere, Rachel Reeves, sono stati duramente criticati su questi e altri risultati: dalla disoccupazione attorno al 5%, alta per gli standard britannici, all'indebitamento pubblico a cui è seguita una stretta sui conti e altrettanto contestati tagli, alle manovre finanziarie a colpi di aumenti fiscali 'monstre'.

Il nuovo premier deve quindi riguadagnarsi la fiducia dei cittadini, drasticamente calata stando ai sondaggi, ma al contempo muoversi in un contesto di risorse limitate. Burnham ha promesso a parole una svolta, si è impegnato a rassicurare gli investitori preoccupati per un possibile aumento della spesa pubblica e del debito sotto la sua guida. Si è già autodefinito "socialista che dialoga col business privato", con un programma più progressista rispetto a quello di Starmer, ma di cui ancora si conosce poco. Ha criticato l'idea che la ricchezza creata dai più abbienti possa andare automaticamente a beneficio di tutti, ha sottolineato la necessità di ridurre le bollette di acqua ed energia e le tariffe ferroviarie, ricorrendo a forme di nazionalizzazione più ampie rispetto a quelle timide di sir Keir, sul modello di quanto ha fatto a Manchester da sindaco col trasporto locale.

Il suo "Manchesterism" deve però essere messo alla prova dei fatti, e ancor di più su scala nazionale. La sua proposta di "reindustrializzare" in particolare il nord dell'Inghilterra deve fare i conti col processo di transizione green e con gli impegni sul clima. Per non parlare della patata bollente lasciata da Starmer delle spese per la Difesa, con le recenti dimissioni del titolare del ministero, John Healey, a fronte della mancanza di risorse adeguate per la sicurezza del Paese e per il ruolo di Londra a livello internazionale, a partire da quello nella Nato.

E fra i primi dossier sul tavolo di Burnham c'è proprio quello dei rapporti con Bruxelles. L'Ue dopo l'annuncio delle dimissioni di Starmer ha rinviato il vertice del 22 luglio, con al centro il riavvicinamento col Regno intrapreso da sir Keir, nonostante la "delusione" dell'esecutivo britannico. Il processo dovrebbe andare avanti anche sotto Burnham ma quest'ultimo ha frenato rispetto a un'eventuale riadesione di Londra al blocco, precisando che le priorità sono altre.

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Questo articolo è stato pubblicato con l'ausilio dell'IA. Maggiori informazioni