Estero

 Starmer getta la spugna e spiana la strada all’ascesa di Burnham

Le lacrime di sir Keir. Il rivale promette una svolta, Farage invoca le elezioni

La pressione era diventata insostenibile
(Keystone)
22 giugno 2026
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Una promessa di stabilità durata due anni scarsi. È game over per Keir Starmer, costretto ad annunciare le sue dimissioni da leader del Labour e primo ministro britannico per spianare la strada al compagno di partito Andy Burnham, sindaco uscente di Manchester, invocato come salvatore della patria laburista sulle ali d'una immagine leggermente più progressista; ma soprattutto del recente successo elettorale locale contro la rampante minaccia dell'ultradestra di Reform Uk, forza trumpiana portata nell'ultimo anno in testa a tutti i sondaggi nazionali dall'ex tribuno della Brexit Nigel Farage.

Sfiancato da mesi di oscillazioni politiche, da un'economia in affanno, dagli scandali, da un'impopolarità personale persino inspiegabile nei suoi livelli record senza precedenti e dalla debacle storica subita alle amministrative del 7 maggio, il 63enne Starmer, avvocato ed ex procuratore della Corona prestato alla politica quasi per caso, ha gettato la spugna in un'afosa mattina d'inizio estate. Aprendo le porte alla scelta di un nuovo leader destinato a essere il 56enne Burnham. E a succedergli formalmente - salvo sorprese - verso metà luglio, a dispetto della richiesta solitaria sollevata da Farage di elezioni anticipate che per ora non ci saranno. "Resterò al mio posto fino a che la procedura (per la successione) sarà completata" dal Partito laburista, ha detto sir Keir nel rituale discorso di congedo alla nazione davanti al portoncino al numero 10 di Downing Street. Edificio di cui si appresta a lasciare le chiavi a un ennesimo inquilino, il settimo nei 10 anni turbolenti trascorsi dal referendum del 23 giugno 2016 che decretò il divorzio dell'isola dall'Ue. Un discorso ascoltato dal team dei collaboratori più fedeli e dalla famiglia, ma solo da un paio di ministri di spicco: conferma di un isolamento ormai irrimediabile. Starmer ha faticato a ingoiare le lacrime, con la voce che gli si rompeva, nell'evocare "l'amore" per la patria e soprattutto nel rivolgersi alla moglie Victoria e ai figli, ai quali adesso potrà "dedicare più tempo".

Un bilancio modesto

Mentre ha provato a rivendicare i successi auto-attribuiti al suo governo, pur non senza riconoscere la perdita di consensi nel partito e nel Paese. Successi fra i quali ha citato la vittoria alle elezioni politiche del luglio 2024, con il ritorno del Labour al potere dopo 14 anni, una ripresa in nuce dell'economia, il rilancio del ruolo del Regno Unito sulla scena internazionale con un atteggiamento di "dignità", "il sostegno all'Ucraina" e il riavvicinamento ai "nostri alleati europei". Ha viceversa glissato sulle critiche alle sue retromarce programmatiche, ai fallimenti imputatigli da più parti a livello economico, sociale, sull'immigrazione o sulla difesa, nonché sullo scandalo della nomina di lord Peter Mandelson (amico del defunto faccendiere pedofilo americano Jeffrey Epstein) ad ambasciatore negli Usa. Acqua passata, in ogni modo, per l'uomo che il tracollo Tory di due anni fa aveva portato a Number 10 con l'auspicio di una ritrovata normalità trasformatasi per i detrattori in normalizzazione.

Preso atto comunque "con buona grazia" del benservito quasi unanime del gruppo parlamentare di maggioranza, che non lo vede più come "il leader migliore" per guidare il Labour alle prossime elezioni "del 2029", Starmer ha fatto sapere d'aver informato della svolta re Carlo III. A consolarlo, restano gli omaggi di molti leader europei, occidentali e ‘volenterosi’ vari, Donald Trump escluso.

La palla, intanto, passa a Burnham, accolto come una star alla Camera dei Comuni dai banchi laburisti, fra selfie e acclamazioni, nel giorno del giuramento da deputato dopo la vittoria a valanga alla suppletiva di Makerfield del 18 giugno che lo ha riportato in Parlamento proprio per scalzare sir Keir. L'ex sindaco, nel confermare la sua discesa in campo, ha reso a Starmer l'onore delle armi, ma non senza richiamare la necessità di "un cambiamento del partito e del Paese" per riportare il Regno "dove dovrebbe essere". In teoria la designazione potrebbe richiedere un'elezione interna, con epilogo (scontato) rinviato a settembre. Ma nei fatti nessun altro pretendente pare in grado di raccogliere il sostegno necessario per partecipare alla corsa, dopo la rinuncia e il riallineamento dell'ambizioso Wes Streeting, esponente della destra ex blairiana. Resta dunque la prospettiva di un'incoronazione senza rivali, da certificare fra il 9 e il 16 luglio. Con insediamento al più tardi il 17 d'un nuovo governo Burnham per il quale è già partito il totoministri.

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