Estero

Il trumpiano De la Espriella vince in Colombia, monta la protesta

22 giugno 2026
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Alta tensione in Colombia dopo la vittoria della destra guidata dal candidato trumpiano Abelardo de la Espriella alle elezioni presidenziali. A Cali e a Bogotà si sono registrati scontri con la polizia e manifestazioni anti-americane in segno di protesta per l'affermazione dell'ex avvocato che al ballottaggio, seppur di un soffio, ha battuto il candidato della sinistra Ivan Cepeda.

Tra loro uno scarto di appena 250mila voti, meno di un punto percentuale, tanto che la sinistra, spalleggiata dal presidente uscente Gustavo Petro, ha evocato brogli e chiesto il riconteggio delle schede, impugnando ben 33mila seggi. Lo scrutinio definitivo dovrebbe arrivare nei prossimi giorni, ma appare improbabile un ribaltamento del risultato.

Un voto dall'altissima partecipazione quello colombiano, che ha fotografato un Paese più che mai spaccato, con una metà che ora festeggia e l'altra a sua volta divisa tra chi rimugina sui propri errori e chi protesta, anche violentemente. Ci sono state decine di arresti, atti di vandalismo e bandiere americane bruciate. Il ministro della Difesa, Pedro Arnulfo Sánchez, ha esortato al rispetto della Costituzione. Gli atti di vandalismo contro l'ordine pubblico e le istituzioni, ha sottolineato, "non sono espressioni democratiche, ma reati penali che devono essere indagati e puniti secondo la legge". Solo nelle prossime ore si capirà se si è trattato di proteste circoscritte o il via a pesanti violenze.

Il presidente eletto è "El Tigre", l'outsider, il leader del movimento "difensori della Patria": quarantasette anni, con il passaporto italiano e statunitense. Abilissimo sui social, amante della moda e della musica, de la Espriella ha subito fatto capire che con lui "parte una nuova era per la Colombia". Nel suo victory speech a Barranquilla, dietro il solito vetro blindato, con addosso la maglia della nazionale, ha confermato tolleranza zero contro i narcos e la guerriglia, nuove maxi-carceri sul modello di Bukele. Parlando a bordo della sua macchina, ribattezzata "Tigremovil", ha lanciato un messaggio di pacificazione nazionale: "Sarò il presidente di tutti i colombiani", ha sottolineato, garantendo che non ci saranno persecuzioni politiche per gli oppositori. Sulla politica estera invece, ha ribadito aperta ostilità della sua presidenza nei confronti di Cuba e il vicino Venezuela. "Non avremo relazioni con i Paesi che non rispettano la libertà e lo stato di diritto", ha annunciato tra i suoi fan in delirio.

Tutto in perfetta sintonia con Trump, che nelle ultime settimane gli ha concesso diversi espliciti segnali di appoggio. E dopo il voto si è congratulato con lui: "Hai vinto alla grande", ha scritto su Truth. Messaggio anche da parte della premier italiana Giorgia Meloni: "Lavoreremo per rafforzare la cooperazione contro il narcotraffico e alle organizzazioni criminali transnazionali", ha scritto la premier.

Euforico l'argentino Javier Milei "La libertà avanza", ha postato su X. Entusiasti anche il paraguaiano Santiago Peña, l'ecuadoriano Daniel Noboa e il cileno Josè Antonio Kast, insomma tutta l'ultradestra sovranista che oggi domina in America latina, garante della cosiddetta 'Dottrina Donroe' (crasi tra Donald e Monroe) con cui Washington intende riaffermare la sua egemonia pur di arginare l'influenza di Cina, Russia e Iran, nella regione. Basta vedere la cartina politica per vedere come in pochi anni sono caduti uno dopo l'altro quasi tutti i governi progressisti: prima l'Argentina, poi il Cile, il Costa Rica, ora la Colombia e presto il Perù. Resistono il Messico di Sheinbaum e soprattutto il Brasile di Lula, ultimo baluardo di un progressismo agonizzante nell'area. E proprio lui, l'anziano leader, tra 4 mesi tenterà di essere rieletto presidente per la quarta volta, in un test elettorale delicatissimo per gli equilibri globali.

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Questo articolo è stato pubblicato con l'ausilio dell'IA. Maggiori informazioni