Nel 37° anniversario del 4 giugno Rubio attacca la Cina; Pechino parla di ingerenza mentre Taiwan chiede verità e riconciliazione
Un nuovo 4 giugno in Cina, un nuovo scontro tra Pechino e Washington. Nel 37° anniversario di Piazza Tiananmen, quando l'Esercito Popolare di Liberazione represse migliaia di manifestanti che chiedevano riforme democratiche, il segretario di Stato statunitense Marco Rubio torna ad attaccare il Dragone.
"Nessuna censura, per quanto massiccia, potrà mai cancellare il passato" e "coloro che si sono sacrificati per difendere i propri diritti inalienabili otterranno un giorno giustizia", ha affermato Rubio. Per Pechino le sue parole "distorcono i fatti storici, diffamano il sistema politico e il percorso di sviluppo della Cina".
Uno scontro di civiltà, quello alzato da Rubio, nel quale si rivendica la lotta di studenti e lavoratori che persero la vita "per esercitare i propri diritti naturali e per rivendicare riforme democratiche". Per il Dragone, "un'ingerenza negli affari interni del paese".
Il 4 giugno del 1989 rimane una ferita aperta per la Cina. Quel giorno truppe e carri armati dell'esercito sgomberarono con la forza i manifestanti pacifici da Piazza Tiananmen a Pechino, immortalata tra gli altri da Jeff Widener, fotografo statunitense dell'agenzia Associated Press.
Il fatto avvenne dopo mesi di sit-in per sollecitare maggiori libertà politiche e il bilancio esatto delle vittime resta tuttora sconosciuto, anche se si stima possano essere state diverse centinaia. Da allora i vertici comunisti hanno cercato di cancellare ogni menzione pubblica di quella repressione e Taiwan resta l'unico luogo di lingua mandarina dove si ricorda Tiananmen con vari eventi pubblici.
Prima c'era anche Hong Kong, ma anche qui le commemorazioni sono state ormai normalizzate, soprattutto dopo il Covid. Lo dimostra il caso di Sanmu Chen, artista di Hong Kong fermato e perquisito mentre cercava di legare un filo rosso a un cartello stradale a Causeway Bay, un quartiere commerciale vicino a un parco che per decenni ha ospitato una veglia annuale per il 4 giugno. Gli agenti lo hanno poi lasciato andare.
Un copione che sembra ripetersi uguale ogni anno, come lo scontro tra Pechino e Washington. Ma con sfumature diverse. Rispetto all'ex segretario di Stato Antony Blinken, nell'attacco di Rubio sparisce nuovamente il riferimento al diritto internazionale o alle Nazioni Unite, con un appello, mentre nel mirino c'è il Partito comunista cinese invece della Repubblica popolare cinese.
L'attuale segretario di Stato era già stato sanzionato due volte da Pechino nel 2020, quando era ancora senatore, prima per le sue posizioni sullo Xinjiang e poi per il sostegno alle proteste di Hong Kong e le critiche alla stretta cinese sull'ex colonia britannica.
A dare manforte alle accuse di Rubio c'è, ancora, il presidente di Taiwan, Lai Ching-te, noto anche come William Lai, che ha esortato la Cina a "riconoscere la verità" su quanto accaduto il 4 giugno 1989 in Piazza Tiananmen e avviare un percorso di riconciliazione e aprire "la porta alla riconciliazione e al dialogo".