Affluenza vicina all’80% e sonora sconfitta per il premier, al potere da 16 anni. Tisza verso i due terzi dei seggi, che significa maggioranza assoluta

Il sottopassaggio di piazza Batthyany, a Budapest, si intasa prima ancora che arrivino i numeri. La folla preme, si accalca, riempie ogni spazio fino quasi a fermare la città. Sul Danubio rimbalzano le urla dei sostenitori di Peter Magyar: soffia “il vento della primavera”. Poi arrivano i dati, e non lasciano più spazio ai dubbi. L’ex adepto ha superato il maestro Viktor Orbán, spezzando la sua lunga stagione di potere.
KeystoneIl trionfatore Peter MagyarUna vittoria netta, proiettata verso la maggioranza assoluta, che segna l’inizio di un’altra Ungheria. A legittimarla è un’affluenza monstre: quasi l’80% degli elettori, oltre il dato già alto del 2022 e persino sopra il 1990, le prime elezioni libere dopo la caduta del Muro. Un segnale politico forte, che ha premiato il leader di Tisza e inflitto il colpo decisivo al premier della “democrazia illiberale”. “Orbán si è congratulato per la nostra vittoria”, ha scritto lo sfidante su Facebook, usando poche parole per sigillare un’era che si chiude. “Un risultato chiaro e doloroso”, ha ammesso il premier magiaro uscente che promette di “continuare a servire il Paese dalle file dell’opposizione”.
In tutto il Paese il voto ha preso il ritmo di una mobilitazione fuori scala: code ordinate, ingressi rallentati, volontari a distribuire indicazioni. Magyar era sicuro di vincere: l’unico dubbio, aveva ripetuto, è “se con una maggioranza semplice o assoluta”. La sua campagna si è chiusa come è iniziata: rapporti da ricucire con l’Europa, fondi da sbloccare, rottura con il sistema. Uno stravolgimento dei sedici anni di Orbán. “Dobbiamo rafforzare la posizione dell’Ungheria nell’Ue e nella Nato”, ha evidenziato, affondando il colpo su misure anticorruzione subito e insistendo su una nuova Costituzione da riscrivere con un referendum popolare, per riportare il Paese dentro i binari dello stato di diritto.
KeystoneGiovani sostenitrici di MagyarLa discussione, nel giorno del voto, torna sempre lì: al sistema elettorale. Dei 199 seggi in Parlamento, 106 si decidono nei collegi uninominali, spesso nelle aree rurali, dove il peso del voto cambia scala. Qui bastano 50-60mila elettori per eleggere un deputato, contro i 90-100mila delle città. Un dettaglio che sembra tecnico, ma non lo è affatto: negli anni è diventato un moltiplicatore per il partito di governo, capace di valere fino a cinque punti percentuali. È su questo squilibrio che l’opposizione ha costruito la sua strategia: non basta vincere, bisogna stravincere, puntando ai due terzi del Parlamento.
Con lo spoglio al 45,71%, il partito Tisza di Magyar registra 135 seggi, oltre la soglia dei due terzi, fissata a 133, e che vale la maggioranza assoluta. Fidesz si aggira sui 57 seggi. Sette invece sono i seggi all’ultradestra di Mi Hazank (Nostra Patria). A livello percentuale il partito Tisza di Magyar si attesta al 51.98% mentre Fidesz è al 39,38%, ma lo spoglio si concluderà solo oggi.
KeystoneLe operazioni di spoglioLa mobilitazione, come nelle attese, si è portata dietro la sua scia di ombre. Accuse, controaccuse, sospetti che si rincorrono. Dal fronte governativo, il consigliere di Orban parla di un’“ondata di segnalazioni” contro Tisza: pressioni, tentativi di compravendita, tensioni ai seggi, tornando a evocare le interferenze di Bruxelles e Kiev. Dall’altra parte rimbalzano accuse speculari: elettori inseriti a loro insaputa nelle liste delle minoranze, presunti buoni spesa in cambio del voto a Fidesz, controlli oltre il limite nelle cabine.
A fare chiarezza, saranno gli osservatori dell’Osce. Ma a fine serata, non ci sono dubbi, l’Ungheria ha scelto Magyar. E, con lui, ha rialzato lo sguardo verso l’Europa. Ventitré anni dopo quel referendum che la fece entrare nell’Unione.
KeystoneFesta in piazza a Budapest