Il presidente americano strepita sul palco per un ‘pezzo di ghiaccio’, mentre fuori dalla zona rossa s’incrociano detrattori e fan

Vuole “solo un pezzo di ghiaccio”, lui. E lo dice con l’arrogante e sbrigativa naturalezza dell’arricchito in vacanza a cui il cameriere sbadato e incapace ha appena servito un Martini non abbastanza freddo.
Che sia l’uomo più potente del mondo che al mondo sta dicendo che quel potere non gli basta, e che stia parlando della Groenlandia, pare un dettaglio. O, peggio, un’ovvietà.
Quando cita il Venezuela, i venezuelani non esistono, esiste solo il petrolio e i fiumi di denaro che se ne possono ricavare. Cita i prezzi in galloni, un’unità di misura che usano solo gli americani e un’altra manciata di Paesi. Niente litri né barili. A dimostrare – se mai ce ne fosse ancora bisogno – come tutto debba essere tagliato a stelle e strisce, a misura dell’America.
Ogni parola, ogni frase che Donald Trump pronuncia dal palco del Wef di Davos, tutto si riduce a oggetto da bazar con sopra il cartellino del prezzo. Spariscono le persone, le culture secolari, gli equilibri mondiali, il buonsenso. Sparisce ogni forma di rispetto. E la diplomazia si trasforma in dileggio, il diritto internazionale in legge del più forte.
KeystoneL’arrivo di Trump all’eliporto di DavosParla sempre e solo di soldi senza ammantarli con altro che non siano le dimensioni e la foggia del suo lussuoso e apparentemente infinito portafoglio, con la spocchia del migrante che ha fatto fortuna e tornato al paesello rombando sulla Porsche inizia a offrire da bere a chiunque – amici e nemici – non per il piacere di farlo, ma per il gusto di poter far intendere che, se vuole, può comprarsi tutti, in un modo o nell’altro. Compresi quelli che un prezzo non se lo vogliono dare.
Se non parla di soldi, parla di guerra, lasciandosi scappare un ghigno soddisfatto quando si compiace delle ultime “grandi, meravigliose” navi militari messe a disposizione dello Zio Sam, quello che almeno “I want you” lo diceva agli americani da arruolare, mentre lo Zio Donald lo grida a tutti gli altri. E per chi dice no, come ha fatto martedì Emmanuel Macron e ieri sera la Danimarca, sono pronti il broncio, le battutine passivo-aggressive, su su, fino agli strali, i dazi, le minacce mafiose e quelle esplicite.
Ha parlato per 72 minuti, di cui almeno 60 come un disco rotto: gli europei tutti smidollati e rimbambiti, svizzeri compresi; Biden ladro di elezioni e rimbambito. L’unico infallibile – insomma – è lui, che confonde tre volte la Groenlandia conl’Islanda (chissà a Reykjavík, quando l’hanno sentito), distorce dal palco i numeri dell’economia nazionale e ribalta la verità sull’invasione dell’Ucraina. Costretto – a suo dire – a mettere così tante toppe in giro alle mancanze degli altri da doversi quasi fare l’applauso finale da solo, visto che chi l’ha ascoltato non è sembrato così convinto da battere le mani.
KeystoneUn manifestante anti-TrumpEra apparso alle 14.16 all’ingresso del Congress Center, davanti a un palazzo pieno di spigoli, la facciata coperta da un’enorme pubblicità di Dp World (gigante della logistica di Dubai) e il tetto popolato da un gruppo di cecchini: proprio all’altezza della fermata Horlauben, dove passano le linee 301 e 304. Ma non è arrivato in autobus, bensì a bordo di un Suv Cadillac nero con davanti una bandiera americana e una svizzera, entrambe bordate d’oro. Il corteo includeva altre 25 automobili, quattro blindati e tre pulmini per i giornalisti. Prima ancora era salito su un elicottero e su due aerei, l’Air Force One, decollato da Washington e tornato indietro quasi subito per un problema elettronico, e l’Air Force Two, il velivolo presidenziale di riserva. L’improvviso dietrofront sembrava dovesse far slittare il programma del Forum di circa tre ore, ma tutto si è svolto secondo i tempi previsti.
Fuori, ad aspettare la sua carovana, c’erano curiosi di ogni tipo: una donna asiatica con in testa un velo che veniva nervosamente risistemato ogni dieci secondi, come se con Trump dovesse andarci a cena, un ragazzone alto quasi come i lampioni con un giaccone granata con la scritta “Ski Team Usa” e un logo della Kappa fuori misura, un moldavo che sperava di vedere “il presidente moldavo o casomai Putin” e un gruppo di dipendenti Dhl che fino a poco prima mostravano orgogliosi un festante cane-robot telecomandato ai sauditi che avevano occupato parte della Migros per farci il loro stand. Tutt’intorno è polizia e inferriate: scendendo si va verso gli hotel, la selva dei parcheggi e – allontanandosi – verso quel pezzo di Davos che può quasi fare finta di non essere per qualche giorno la capitale del mondo, con un negozio che vende abiti di seconda mano, le cioccolaterie con le coperte di lana nei dehors e gli sciatori che vanno e vengono dalle piste. Salendo, invece, si arriva in Scalettastrasse. Chi non sa la strada, può tranquillamente seguire i rumori e trova tutto ciò che è Wef fuori dal recinto del Wef, dove un doppio filtro permette l’ingresso alla cosiddetta “zona rossa” solo a chi può esibire il badge.
A fare rumore – proprio davanti al quartier generale scelto dagli americani, una chiesa evangelica – è un gruppo di curdi. Un centinaio, forse più, protestano per il Rojava, divorato dalla nuova Siria dell’ex jihadista Al-Jolani. Accanto a loro ci sono gli iraniani, che espongono la bandiera con al centro il sole e il leone, simbolo del Paese prima della Rivoluzione khomeinista e oggi della rivolta contro gli ayatollah. Qualcuno mostra la foto del presidente americano, invocandolo. Altri fanno la fila nella speranza di trovarlo lì dopo il suo discorso. Tra questi, anche alcuni giovani seguaci di Charlie Kirk, il controverso predicatore Maga ucciso nel campus della Utah Valley University il 10 settembre scorso e reso martire da Trump. Indossano tutti il cappellino rosso d’ordinanza ‘Make America Great Again’ a cui fa da contraltare quello verde di una ragazza con la scritta ‘Make Europe Great Again’.
R. Scarcella‘War is Over’Una signora che sembra uscita dal passato e dalle proteste per la guerra del Vietnam distribuisce volantini anti-Trump e anti-imperialismo. Agganciata alla sua borsa, dentro una semplice cartellina di plastica trasparente, c’è l’ingrandimento del celebre scatto di John Lennon e Yoko Ono vestiti di bianco con in mano il poster ‘War is Over’: ‘La guerra è finita’. Niente di più lontano dalla realtà. Eppure è un richiamo: tanti si piegano pur di guardare la foto. Un gruppo di ragazzi passa e canta per qualche secondo ‘Give Peace a Chance’, chissà se consapevole o meno che sono due canzoni diverse. Ma la donna sorride e quasi s’inchina con le mani giunte, come se tra lei e loro ci fosse un codice segreto.
In mezzo a tanto vociare c’è anche la protesta silenziosa di due donne, madre e figlia, arrivate da Zurigo: camminano per le strade di Davos facendo perennemente avanti e indietro. Entrambe hanno annodata al collo una sciarpa con i colori della bandiera tibetana e la scritta ‘Free Tibet’. Molti le guardano, alcuni le fotografano, i più curiosi si avvicinano e chiedono: ‘Siamo figlie della diaspora. Siamo nate e cresciute in Svizzera, ma sogniamo un giorno di tornare lì. Non vogliamo urlare, vogliamo solo ricordare che ci sono ingiustizie che vanno avanti da troppo tempo’. Davanti alla richiesta di una foto acconsentono, ma il nome preferiscono non dirlo.
R. ScarcellaLa protesta silenziosa di due tibetane nate e cresciute a ZurigoA non farsi problemi a rivelare le proprie generalità è Cinzia Guardia, figlia di emigrati calabresi a Zurigo, con doppio passaporto (“Ma uso solo quello svizzero”). È arrivata in treno nella speranza di stringere la mano a Trump e poi rincasare prima che faccia buio. In testa ha il cappellino Maga (“Me l’hanno regalato i ragazzi di Charlie, quello che hanno ammazzato”), in mano una grossa Bibbia blu scritta in tedesco.
Scherza con un giovane compaesano e intona ‘Tu vuò fà l’americano’, poi si blocca di colpo: “Ora non è più tempo di ’ste cose. Bisogna cantare ‘Ymca’”. Le piace Trump perché “è coerente. Prima dice le cose e poi le fa. Non come i politici svizzeri che parlano e basta. Quelli italiani, pure peggio. E poi Trump ha fede, porta cristianità e pace nel mondo. Per me che sono credente è importante. Io lui l’ho sognato quando ero bambina, quest’uomo che sta portando caos, ma presto ci condurrà a una pace finale. Eterna”. Che detto così, con l’aria che tira, non suona proprio benissimo.
R. ScarcellaFan italo-svizzera di Trump, con Bibbia e cappello Maga