La premier spiega che il testo contiene due riferimenti: uno bilaterale sull'apertura ai prodotti italiani e uno globale su sovraccapacità e pratiche commerciali sleali
«Sapete quello che penso sui dazi, l'ho sempre detto. Sapete che non sono d'accordo che tra Paesi alleati si alzino barriere tariffarie, ma nel caso della dichiarazione congiunta con il Giappone capisco che potesse essere letta così; in realtà i riferimenti sono sostanzialmente due: uno di natura bilaterale e uno di natura globale». Così la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, in un punto stampa all'ambasciata italiana a Tokyo, a chi le chiede se ci fosse un riferimento ai dazi di Trump nella dichiarazione.
Il riferimento di natura bilaterale, ha spiegato la premier, riguarda molti dei nostri prodotti. «Noi, chiaramente, nel momento in cui cerchiamo di rafforzare la nostra cooperazione con il Giappone, chiediamo anche che ci sia maggiore apertura per i nostri prodotti, particolarmente dell'agroalimentare; ad esempio il prosciutto: ne abbiamo parlato ieri con il primo ministro. Ci sono alcune questioni che ci stanno a cuore e che stiamo cercando di sbloccare, anche per dare il segnale di questa maggiore e rinnovata cooperazione». La questione di natura globale, invece, riguarda la sovraccapacità produttiva, le pratiche commerciali sleali e l'utilizzo dei blocchi alle esportazioni come strumento per risolvere le controversie, non i dazi. «Tra l'altro — spiega Meloni — non vengono mai citate le barriere tariffarie, vengono citate le barriere non tariffarie, e quindi la questione in questo caso va inquadrata in un'altra maniera». A chi le chiede se quindi il riferimento fosse alla Cina, Meloni precisa che ci si riferisce a «tutto quello che riguarda l'utilizzo di strumenti che sono anche di vario genere, da varie nazioni, in vari contesti».
Ieri, nel bilaterale, aggiunge, «forse la cosa più importante è stata l'istituzione di un tavolo bilaterale sulla sicurezza economica, che riguarda soprattutto le catene di approvvigionamento. Questa è una grande questione, che noi discutiamo soprattutto in ambito G7: ricostruire catene di approvvigionamento che possano essere solide. È ovvio che, nel momento in cui abbiamo allungato all'infinito le nostre catene di approvvigionamento e non siamo più in grado di controllarle, ci troviamo in una situazione molto complessa per cui, nel caos che c'è a livello internazionale, ogni diatriba può diventare ragione per bloccare un pezzo della catena. Questo è molto pericoloso».