Estero

Donbass smilitarizzato e garanzie solide nella controproposta agli USA

La proposta prevede ritiro delle forze, monitoraggio internazionale e clausole di difesa simili all'articolo 5, mentre restano aperte le questioni sugli asset russi

9 dicembre 2025
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Il Donbass, in particolare il Donetsk, e le garanzie di sicurezza. L'ultimo miglio si sta giocando su questi due nodi chiave. Non solo per l'Ucraina, ma per tutti gli attori in campo.

Avere il controllo del Donbass, per Vladimir Putin, significa infatti poter rivendicare davanti ai russi di aver vinto la guerra, giustificando il milione di morti e feriti nonché un'economia piagata dall'inflazione. Le garanzie, invece, determineranno se gli appetiti di Mosca per il resto del Paese - e in generale per il suo estero vicino, come i Baltici - saranno stroncati oppure no.

Il piano di pace originale, in 28 punti, recitava così: "Le forze ucraine si ritireranno dalla parte dell'oblast di Donetsk che attualmente controllano e questa zona di ritiro sarà considerata una zona cuscinetto neutrale e smilitarizzata, riconosciuta a livello internazionale come territorio appartenente alla Federazione Russa: le forze russe non entreranno in questa zona smilitarizzata".

La linea rossa, per Volodymyr Zelensky, sta nella parola "riconoscimento" ed è proprio qui che si sono concentrati gli sforzi di mediazione europei. Il presidente ucraino ha chiarito più volte di non poter cedere territori (in modo ufficiale) e che, se anche fosse, sarebbe necessario un referendum. Pena la morte politica (e la conseguente perdita dell'immunità). Il punto di caduta potrebbe essere il ritiro delle forze ucraine: un futuro per l'area come "terra di nessuno" e il monitoraggio internazionale.

Il tema delle garanzie segue a ruota. Perché l'Ucraina ha fortificato il Donetsk dal 2014, e se consegna le linee difensive alla Russia (o scopre il fianco a futuri blitz) la strada che porta al fiume Dnipro è spianata. Il piano in 28 punti, sull'architettura di sicurezza futura, era molto vago.

Lo schema adesso è sì quello sul modello dell'articolo 5 della Nato, ma con clausole precise. Perché Kiev vuole evitare un protocollo di Budapest 2.0 (la rinuncia alle armi nucleari in cambio della protezione della sua integrità territoriale). Il ruolo degli USA non può essere di secondo piano ed è qui che la Coalizione dei Volenterosi (Parigi e Londra in testa) ha lavorato molto. "Non lasceremo sola l'Ucraina come altri hanno fatto con l'Afghanistan", ha assicurato il presidente del Consiglio europeo Antonio Costa in un chiaro riferimento agli Stati Uniti.

Ultimo ma non ultimo, il destino degli asset russi. Posto che tutto ciò che riguarda l'Europa e la Nato è stato stralciato dal piano originale in 28 punti, le posizioni tra USA e UE sugli asset restano distanti. Il piano disegnato dalla Commissione per dare quei denari a Kiev è diventato l'architrave dell'agibilità politica europea, che per il resto non ha toccato palla sul fronte dei negoziati, se non per limitare i danni.

Come ha ribadito più volte l'alto rappresentante UE Kaja Kallas, la strategia sugli asset serve a lanciare tre messaggi: all'Ucraina, per mostrare che non sarà abbandonata; alla Russia, per mostrare che dovrà pagare per la sua guerra; e agli USA, per mostrare che l'Europa ha delle carte da giocare.