"Le prospettive di crescita dell'economia italiana rimangono contenute e soggette a rischi legati prevalentemente a fattori esterni".
Lo rileva oggi la Banca d'Italia, la banca centrale della vicina Penisola, nel Rapporto sulla stabilità finanziaria, spiegando come elementi di forza "la tenuta dei redditi da lavoro, la bassa disoccupazione, la posizione netta sull'estero largamente creditoria e il debito privato contenuto", mentre "l'elevato debito pubblico rimane un fattore di vulnerabilità".
Il documento sottolinea l'importanza del "mantenimento della prudente gestione delle finanze pubbliche, uno dei fattori alla base delle recenti revisioni al rialzo del merito di credito del paese".
"Dalla scorsa primavera i prezzi delle attività più rischiose sono notevolmente saliti e la volatilità è tornata su livelli molto bassi nei mercati finanziari internazionali, nonostante la perdurante incertezza e le tensioni geopolitiche".
"Il rischio di correzioni improvvise è aumentato, soprattutto qualora le valutazioni si discostassero dai fondamentali economici", avverte il documento. "In Italia i rischi per la stabilità finanziaria riconducibili a fattori interni permangono contenuti, mentre sono non trascurabili quelli connessi con l'instabilità internazionale".
"Le condizioni finanziarie delle imprese continuano a essere mediamente buone, sostenute dalla redditività e da un indebitamento contenuto. Le conseguenze delle tensioni commerciali si sono rivelate finora limitate, ma il comparto rimane vulnerabile all'incertezza sull'andamento della crescita economica e alle possibili ripercussioni dei maggiori dazi e dei conflitti geopolitici".
Il credito verso le imprese "ha mostrato segnali di ripresa, con un incremento dello 0,7% a settembre su base annua dopo una fase di contrazione iniziata nel 2023, ma l'espansione è stata trainata dalle grandi imprese, in particolare da quelle con bilanci più solidi. Per le piccole aziende, invece, il calo si è attenuato (a -4,6%, da -6,8% di dicembre 2024), "con una crescita degli impieghi tra quelle più sane".
L'andamento del credito alle imprese - spiega il documento - "ha finora risentito in misura limitata dell'innalzamento dei dazi statunitensi". Secondo le stime della banca centrale, basate sui dazi previsti dall'accordo commerciale di luglio fra UE e USA, "la quota del debito bancario attribuibile alle aziende più esposte rimarrebbe nel complesso contenuta: circa il 9% di quelle che esportano negli Stati Uniti subirebbe un calo del fatturato superiore al 5% e a queste sarebbe riconducibile meno del 2% dei prestiti bancari alle imprese. Le imprese più vulnerabili all'aumento dei dazi sono in genere di piccola dimensione e hanno un basso grado di diversificazione dei mercati di sbocco. Anche l'impatto delle tariffe sull'indotto delle aziende che esportano verso gli Stati Uniti "si manterrebbe limitato".