Estero

Voto in Iraq, il premier Sudani verso la riconferma

12 novembre 2025
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Ventidue anni dopo l'attacco di Nassiriya, nel quale furono uccisi 25 militari italiani nel contesto dell'allora occupazione straniera, l'Iraq celebra la vittoria elettorale del premier uscente iracheno, Muhammad Sudani. Che dovrà però scendere a compromessi con i suoi rivali politici per ottenere l'incarico per un secondo mandato.

La conquista di una cinquantina di seggi (su 329) da parte del blocco di Sudani conferma l'orientamento di equilibrio del suo governo tra le due influenze dominanti in Iraq - quella iraniana e quella americana - in un contesto di radicale mutamento.

I dati elettorali delineano un quadro nel quale Sudani mantiene la sua posizione cruciale nello scacchiere sciita, senza però assicurarsi automaticamente un secondo mandato. Figure storiche come l'ex premier Nuri al Maliki e Qais al Khazali, forti complessivamente di circa 60 seggi, avrebbero già espresso la loro contrarietà a un suo rinnovo.

Per convenzione il premier deve essere sciita. E la strada per la riconferma di Sudani incontra ancora degli ostacoli, dopo le prime elezioni svoltesi senza la partecipazione dell'influente leader religioso Muqtada al-Sadr che aveva stravinto alle consultazioni del 2021 ma che ha deciso di boicottare questa tornata.

Su tutto si registrano dati incoraggianti per l'affluenza alle urne (55%), in crescita rispetto al 43% di quattro anni fa. Il voto si è svolto con una legge elettorale modificata nel 2023 e che aveva cancellato la riforma del 2021 pensata sull'onda delle proteste popolari del 2019-20 per ridurre il potere dei grandi partiti.

Con l'attuale legge sono invece tornate dominanti le coalizioni composte dalle macchine elettorali politico-confessionali sciite, sunnite e curde con più risorse. Nel campo sunnita, l'ex presidente del parlamento Muhammad Halbusi si conferma protagonista con circa 35 seggi, mentre nel Kurdistan il partito dinastico di Masoud Barzani, vicino alla Turchia, mantiene la leadership regionale.

Ai margini sono invece rimasti i gruppi della società civile, privi di un sostegno finanziario e politico significativo. Le coalizioni Alternativa (Badil) e Civile Democratica (Madaniya Dimuqratiya) non sembrano aver ottenuto risultati rilevanti.

Secondo analisti regionali, il voto conferma la solidità del pragmatismo di Sudani, capace di bilanciare le relazioni con Iran, Stati Uniti e Paesi del Golfo. Ma mostra anche i limiti dell'influenza iraniana, costretta ora a misurarsi con un Iraq più autonomo, in cui le dinamiche interne e la pressione dell'opinione pubblica riducono gli spazi di manovra di Teheran.

L'Onu, dal canto suo, ha espresso soddisfazione per lo svolgimento "pacifico e regolare" del voto, invitando le forze politiche a formare "rapidamente un governo rappresentativo e stabile che rifletta la volontà del popolo iracheno".