Estero

Kushner da Netanyahu per sbloccare la questione dei miliziani nei tunnel di Rafah

Gli Stati Uniti premono per la fase due del piano Trump: proposta di resa in cambio di amnistia o esilio, restano nodi su ostaggi e forze internazionali

10 novembre 2025
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A un mese dall'entrata in vigore del cessate il fuoco a Gaza, l'inviato e genero di Donald Trump, Jared Kushner, è tornato in Israele per fare il punto sull'attuazione del piano di pace americano con il premier Benyamin Netanyahu, con gli Stati Uniti che premono per passare alla fase due dell'accordo.

Ma la guerra "non è finita", ha messo in guardia il primo ministro parlando poco dopo alla Knesset. E ha assicurato che Hamas "sarà disarmato". "Nel modo più facile o nel modo più difficile, ma accadrà", ha promesso, determinato a far rispettare il cessate il fuoco a Gaza, come in Libano, "col pugno di ferro".

La prima fase del piano Trump resta però attualmente incagliata sugli ultimi quattro corpi di ostaggi uccisi che Hamas deve ancora restituire e sul nodo dei circa 200 miliziani intrappolati nel tunnel di Rafah dal lato israeliano della Linea Gialla. Dopo la consegna della salma del soldato Hadar Goldin come precondizione per sbloccare la questione, sul tavolo c'è la proposta americana che prevede che i combattenti si arrendano e depongano le armi in cambio dell'amnistia o dell'esilio all'estero, mentre i tunnel in cui si trovano saranno distrutti. Una soluzione simile era stata avanzata nei giorni scorsi dal Cairo, che aveva offerto un passaggio sicuro verso l'Egitto. Hamas ha ribadito che i suoi uomini "non si arrenderanno" all'esercito israeliano ma che è pronto ad "affrontare positivamente la questione", e ha accusato Israele di "aver fatto marcia indietro". "Qualsiasi decisione in merito sarà presa in collaborazione con l'amministrazione Trump", ha replicato il governo israeliano, mentre un funzionario ha ammesso con Ynet che, "sotto la forte pressione degli Stati Uniti", alla fine la vicenda "verrà risolta con un accordo".

Anche la Turchia starebbe "lavorando per garantire il passaggio sicuro" a quelli che chiama "200 civili di Gaza" intrappolati nei tunnel, ha riferito un alto funzionario turco alla Reuters. "Non sono civili, né combattenti, ma terroristi", ha replicato in un briefing la portavoce israeliana, Shosh Bedrosian, ribadendo anche che non ci sarà alcuna forza turca nella Forza internazionale di stabilizzazione che dovrà dispiegarsi nella Striscia nella fase 2. Ankara avrebbe già reclutato 2.000 uomini per la missione, ma Israele avrà - come assicurato dall'amministrazione Trump - diritto di veto sui Paesi che metteranno piede a Gaza. "La Turchia vuole essere percepita come un Paese 'stabilizzatore', ma in realtà sta cercando di indebolire la posizione di Israele nel mondo", hanno commentato funzionari israeliani con Channel 12. Al contrario gli Emirati hanno fatto sapere che "probabilmente" non faranno parte della Forza di stabilizzazione, pur ribadendo l'impegno a sostenere gli sforzi politici per la pace e a fornire aiuti umanitari ai palestinesi. "Manca ancora un quadro chiaro", ha spiegato il consigliere presidenziale Anwar Gargash. Proprio per superare le incertezze di quei Paesi musulmani che si sono resi disponibili, come l'Indonesia, la Casa Bianca sta lavorando per far approvare una risoluzione al Consiglio di sicurezza dell'Onu che definisca i contorni della missione e le garantisca un mandato internazionale.

Intanto la Knesset discute dell'introduzione della pena di morte per i terroristi che uccidono israeliani, senza discrezionalità dei giudici, promossa dal partito di ultradestra del ministro per la Sicurezza Nazionale Itamar Ben-Gvir. "Non ci sarà perdono per chi impedisce ai terroristi, quelle bestie umane, di salire sulla forca", ha minacciato il falco di Netanyahu.