La rotta è tracciata, l'obiettivo di ridurre le emissioni del 90% nei prossimi quindici anni appare salvo. Ma non per questo la strada per un accordo tra i ventisette ministri dell'ambiente sul target climatico al 2040 si annuncia meno in salita.
"Ci sono tutti gli ingredienti per raggiungere un'intesa, c'è una forte volontà politica ma tutti dovranno essere pronti al compromesso", sintetizza un funzionario europeo alla vigilia di un Consiglio Ambiente che sarà dominato da negoziati serrati.
Sulla carta l'obiettivo del 90% entro il 2040 (rispetto al 1990) non sarà rimesso in discussione. Lo scontro tra le capitali si giocherà sulle cosiddette 'flessibilità', ovvero le opzioni messe in campo da Bruxelles per rendere la traiettoria verso il 2040 meno rigida, tra cui una clausola di revisione biennale richiesta dai leader Ue e il ricorso a crediti di carbonio extra Ue nel calcolo delle emissioni. Per agevolare un'intesa, la presidenza danese ha proposto di inserire una clausola di revisione biennale sul target e, su pressione francese, un 'freno di emergenza' per "adeguare" l'obiettivo climatico nel caso in cui le rimozioni 'naturali' del carbonio - ovvero la cattura di Co2 ottenuta attraverso foreste e uso del suolo - si rivelassero inferiori alle attese.
Più aperto che mai il nodo del contributo che i crediti internazionali del carbonio "di qualità" avranno nel calcolo delle emissioni: le capitali restano divise tra chi sostiene la proposta della Commissione Ue di consentirne l'uso dal 2036 per una quota del 3% e chi spinge per alzare la quota al 5% - come Italia e Francia - o al 10% - come la Polonia - anticipandone al 2031 l'entrata in vigore. A poche ore dalla riunione, sul punto "non c'è ancora una maggioranza solida" all'orizzonte. Ma spetterà ai ministri chiarire tempi e modalità: un punto di caduta per un accordo, secondo più fonti, potrebbe essere trovato alzando la quota al 5% e anticipando di qualche anno anche l'entrata in vigore del meccanismo.
L'insieme delle flessibilità permetterà all'Unione europea di non ritoccare, formalmente, la percentuale del 90% come proposto dalla Commissione Ue a luglio scorso dopo una precisa raccomandazione degli esperti sul clima dell'Ue. Per un accordo sul target è richiesta la maggioranza qualificata, ovvero 15 Stati membri su 27 che rappresentano almeno il 65% della popolazione. Il target 2040 sarà la base per aggiornare anche il contributo determinato a livello nazionale (noto come 'Ndc') per il 2035, cioè l'impegno del continente nella riduzione globale delle emissioni che dovrebbe tradursi in un taglio compreso tra il 66,25% e il 72,5% rispetto ai livelli del 1990. Un accordo è dunque necessario per consentire all'Unione europea di non presentarsi a mani vuote alla Cop30 di Belém, in Brasile, che si aprirà giovedì con il vertice dei leader mondiali. Una Cop30 su cui quest'anno incombe (di nuovo) il ritiro degli Stati Uniti dall'accordo di Parigi e che rende ancora più importante per l'Ue dotarsi di obiettivi climatici ambiziosi, sia dentro che fuori il continente.