Rubare i gioielli della corona pare un furto d’altri tempi, ma i musei francesi oggi sono ‘fragili’ (in verità, lo erano anche all’epoca di Vincenzo Peruggia)
Il colpo è tanto eclatante – per modalità di esecuzione, valore del bottino e tipologia dello stesso – che alla vicenda mancherebbe solo Jacques Clouseau, ispettore capo della Sécurité Publique e Ufficiale (fittizio) dell’Ordine nazionale al merito, a completare il carattere grottesco di un furto che nella prima mattina di ieri ha interessato uno dei musei più importanti al mondo, il parigino Louvre, alleggerito di gioielli dal valore inestimabile, rubati al termine di un furto spettacolare i cui autori si sono dati alla fuga.
Indicativamente tra le 9.30 e le 9.40 del mattino, tre o quattro ladri sono entrati nella Galleria di Apollo, costruita su richiesta di Re Luigi XIV, luogo che ospita i gioielli della corona francese, tra i quali figurano tre diamanti storici: il Regent, il Sancy e l’Hortensia. Stando a fonti concordanti, i ladri avrebbero rotto le finestre del piano superiore con una smerigliatrice angolare portatile, dopo essere saliti dall’esterno attraverso una piattaforma. I nove gioielli sottratti erano protetti da teche di vetro: uno di essi – la corona dell’Imperatrice Eugenia, moglie di Napoleone III (1808-1873), composta da 1’354 diamanti e 56 smeraldi, stando alla descrizione che il Louvre diffonde online – è stato poi trovato nelle zone periferiche del museo, come annunciato intorno a mezzogiorno dalla ministra della Cultura francese Rachida Dati. I visitatori, entrati alle 9, sono stati rapidamente evacuati senza incidenti.
Il ministro dell’Interno Laurent Nuñez ha spiegato ai media francesi che i ladri hanno portato a termine il lavoro in sette minuti. Ex capo della polizia di Parigi, fresco di nomina agli Interni, Nuñez si è detto fiducioso in un rapido arresto dei criminali, fuggiti a bordo di uno scooter di grossa cilindrata, sembra in direzione dell’Autostrada A6. Criminali a suo dire esperti e che – non si sa perché – “potrebbero essere stranieri”. Almeno lo scooter, per ora, è stato ritrovato.
Alla domanda su possibili falle nel sistema di sorveglianza, il ministro dell’Interno ha rifiutato di commentare, ma ha osservato che la sicurezza dei musei è fragile. A metà settembre, esemplari di oro allo stato naturale sono stati rubati durante un’effrazione al Museo Nazionale di Storia Naturale di Parigi, che ha definito la perdita altrettanto inestimabile in ottica di ricerca e patrimonio; nello stesso mese, un museo di Limoges, località della Francia centrale rinomata per le sue porcellane, ha subito un furto con scasso da milioni di euro. “I musei devono adattarsi alle nuove forme di criminalità”, ha commentato Dati, assicurando che un audit di sicurezza era stato condotto al Louvre poco tempo fa su richiesta del museo stesso.
Il 21 novembre 2024, da un museo a Paray-le-Monial, sempre nella Francia centrale, erano sparite statuette d’oro per un valore stimato di 5 milioni di euro. Sette persone erano state arrestate, una delle quali aveva ammesso di essere stata assunta come autista su Telegram per 5mila euro. Le sculture d’oro non sono mai state ritrovate. Ma la Francia, il principale Paese europeo nel mercato dell’arte post Brexit, non è l’unico Paese colpito dai furti nei musei. In gennaio, nei Paesi Bassi, il Museo Regionale di Drenthe si è visto sottrarre una corona reale del Regno dei Daci e braccialetti, tutti d’oro, rubati di notte da diversi uomini armati di esplosivo. Tre di essi sono dietro le sbarre, ma il tesoro risulta ancora disperso.
Secondo l’Ufficio centrale francese per la lotta al traffico di beni culturali (Ocbc), contattato da Afp all’inizio di ottobre, “le opportunità per i gruppi criminali organizzati sono quelle di prendere di mira le opere sia per il loro valore intrinseco sia per la materia prima, in particolare l’oro, che può essere fuso e rivenduto senza che l’opera rubata venga identificata” ed è più facile da rubarsi nei musei che non nelle banche. Sempre secondo l’Ocbc, nel 2011 nei musei francesi si sono verificati 24 furti con scasso, rispetto a un picco di 31 nel 2015. Solo nove quelli nel 2023, ben 21 lo scorso anno. Quanto al furto al Louvre, il presidente della casa d’aste Drouot Patrimoine, Alexandre Giquello, ha “qualche difficoltà a credere che si sia trattato di un lavoro su commissione”, poiché gli oggetti sono “totalmente invendibili nel loro stato attuale”.
L’ultimo furto registrato al Louvre risale al 1998, quando un dipinto del pittore francese Camille Corot fu rubato in pieno giorno. Dipinto che non è mai stato recuperato. Molto più indietro nel tempo, fu la Gioconda a essere rubata, nel 1911, da un vetraio italiano. Originario di Trezzino, frazione di Dumenza, un paese del nord della provincia di Varese non lontano dal confine con la Svizzera, Vincenzo Peruggia, classe 1881, venne riformato dal servizio di leva per troppa gracilità ed emigrò in Francia in cerca di miglior sorte. Di mestiere imbianchino, ammalatosi di saturnismo (intossicazione da piombo), venne mandato con altri operai a pulire i quadri del Louvre. Il 21 agosto 1911, dopo essersi nascosto dentro una stanzetta del museo fino all’orario di chiusura, il Peruggia tolse la cornice alla Gioconda e fuggì con la tela da una porta sul retro. Convinti che l’opera fosse nelle mani del fotografo ufficiale, gli impiegati del Louvre ci misero del tempo a informare la polizia.
Tra i sospettati del furto vi furono anche i giovani Guillaume Apollinaire e Pablo Picasso, che riuscirono a dimostrare la loro estraneità ai fatti. Escluso dai sospetti il personale stabile del museo, la gendarmeria si concentrò quindi sul personale esterno: anche Peruggia fu interrogato e la sua stanza perquisita, ma la Gioconda era nascosta in uno spazio ricavato sotto il tavolo, e lì restò a lungo. Rientrato a Dumenza con l’opera, l’uomo tentò di venderla – via terzi – alla Galleria degli Uffizi per qualche milione di lire. Processato dal tribunale di Firenze nel 1914, Peruggia si prese un anno e quindici giorni di prigione per furto aggravato, pena ridotta in appello a sette mesi e otto giorni. Uscito dal carcere si sposò con Annunciata, tornò in Francia con un espediente, lì crebbe la figlia Clementina, che in Italia chiamavano Giocondina, e nel 1925 morì per un infarto, non prima di aver spiegato che la sua era stata un’azione patriottica, e che l’Italia avrebbe saputo valorizzare l’opera assai meglio dei francesi. ATS/ANSA/B.D.