Per Donald Trump, nel negoziato di pace per Gaza, arriva adesso una fase difficile: dovrà muoversi su un terreno scivoloso e trovare il posto giusto per tutte le tessere del puzzle mediorientale, ma soprattutto dovrà trovare un difficile punto di equilibrio fra le aspettative dei Paesi arabi, che lo hanno aiutato ad arrivare alla tregua nella Striscia, e quelle di Netanyahu.
Quale ruolo avrà Blair, il controverso ex premier britannico? Come 'ricompensare' Egitto, Turchia e Qatar per l'aiuto prezioso dato nella realizzazione della tregua? E quale sarà la funzione di Al Sisi, il padrone di casa del summit di Sharm el Sheikh. E da dove esce fuori questo nuovo compito per Hamas come 'polizia temporanea di Gaza'?
Dopo la soddisfazione per il cessate il fuoco, lo stop alla strage infinita di civili palestinesi innocenti (68mila morti) nella Striscia e il ritorno degli ostaggi israeliani a casa, arrivano adesso i molti nodi della fase due del piano di pace del presidente americano. Sono nodi molto ingarbugliati e la matassa è resa più intricata dal peso che hanno acquisito alcuni dei protagonisti dei negoziati di pace.
I problemi in chiaro sono conosciuti. I temi sul tavolo sono il disarmo di Hamas, il futuro dei suoi leader, il ritiro dell'esercito israeliano dalla Striscia, la composizione della forza di stabilizzazione che dovrà occuparsi del periodo di transizione, la composizione del Consiglio di pace presieduto da Trump, la futura leadership palestinese e il ruolo dell'Anp.
Sono tutti punti la cui realizzazione è molto complessa, ma soprattutto la strada per arrivarci è ancora tutta costruire, i dettagli sono da definire e le posizioni di Israele e Hamas sono contrapposte. Per questo i negoziatori hanno spacchettato l'accordo di pace cercando di portare a casa i punti 'più facili'. E questa è stata una scelta giusta perché ha messo fine alla strage di civili palestinesi a Gaza e ha consentito il ritorno degli ostaggi a casa. Ma desso c'è la parte più dura da risolvere.
Rimane poi l'eterno tema della realizzazione dello Stato palestinese sulla base della risoluzione 181 dell'Onu del 1947 che prevede due Stati, uno israeliano e uno palestinese, che possano vivere uno al fianco dell'altro in pace e sicurezza. Adesso sembra un'utopia ma è sicuramente l'unica soluzione possibile per una futura pace duratura.
Ma oltre ai temi previsti dal piano di pace, Trump dovrà fare i conti con una situazione in grande movimento. Il cessate il fuoco è stato raggiunto anche perché Qatar, Turchia e Egitto hanno fatto forti pressioni su Hamas affinché accettasse l'accordo, pena la fine degli aiuti che arrivano da alcuni dei Paesi arabi della regione a cominciare dal Qatar.
Trump lo sa bene. E il primo problema che dovrà risolvere è quello del ruolo di Tony Blair che non piace ai Paesi arabi. In Medio Oriente tutti ricordano il ruolo avuto dall'ex premier britannico nella guerra all'Iraq e lo scarso successo del suo incarico di inviato per il Medio Oriente del Quartetto (Usa, Ue, Onu e Russia).
Nel frattempo cresce il ruolo del presidente egiziano Al Sisi che ha già convocato una conferenza per la ricostruzione di Gaza e che Trump vorrebbe come membro del Consiglio di Pace. Anche l'assenza di Netanyahu al vertice di Sharm el Sheikh è stata commentata in vari modi. Secondo la stampa israeliana, Erdogan avrebbe messo il veto alla sua presenza. E questo sarebbe un altro segnale delle difficoltà di avviare un dialogo concreto sul futuro di Gaza e del Medio Oriente
E va considerato anche che, mentre i Paesi arabi facevano pressioni su Hamas, è stato invece Trump a insistere e forse, in qualche modo, a 'imporre' la tregua al premier israeliano, 'consigliandogli' tra l'altro la telefonata di scuse al Qatar per i bombardamenti su Doha. Il problema di Netanyahu adesso è quello di tenere a bada la destra messianica e religiosa del suo governo che dell'accordo di pace non vuole sentire parlare.
A cominciare dal problema dei tempi e delle modalità del ritiro dell'esercito da Gaza. L'Idf controlla ancora il 53 per cento del territorio e la destra estrema, guidata da Ben Gvir e Smotrich, non vuole saperne dell'idea del ritiro da Gaza così come insiste sugli insediamenti illegali in Cisgiordania. Facile quindi immaginare la reazione del governo di Tel Aviv di fronte all'incarico ad Hamas come 'forza temporanea di polizia' di cui ha parlato, a sorpresa, Trump. Anche questo sembra un segnale della ricerca di difficili punti di equilibrio in una situazione che non sembra affatto sotto controllo. Il disarmo di Hamas è infatti l'altro grande problema, insieme al ritiro dell'esercito israeliano, che Trump dovrà affrontare.
La strada per arrivare ad una pace vera e duratura è ancora lunga sotto il cielo di Gaza.