Zelensky spera nel coinvolgimento dell'Ucraina mentre l'Europa si oppone a modifiche territoriali imposte
Zelensky sì, Zelensky no: le lancette scandiscono le ore che separano l'Ucraina da quello che appare come l'incontro del destino, il vertice di Ferragosto in Alaska tra Donald Trump e Vladimir Putin che in molti temono possa trasformarsi in una nuova Jalta o, peggio, "una nuova Monaco".
"Il comunismo è un vicolo cieco", disse una volta Putin che pure non ha mai smesso di esprimere ammirazione per i leader sovietici che hanno contribuito a suo dire alla gloria della Russia.
Un amore contrastato però dalla passione per l'epoca zarista che lo ha spinto anche a ripristinare le antiche insegne e divise di alcuni battaglioni dell'Armata russa. Del resto, forse non casualmente, il suo mentore politico è universalmente considerato Anatolij Sobcak, lo stesso candidatosi nel 1991 a sindaco di Leningrado - città natale di Putin - in concomitanza con il referendum per cambiare il nome della città e divenuto primo cittadino della "rinata" San Pietroburgo.
In Alaska, un tempo territorio dell'impero zarista, Putin potrebbe strappare a Trump un sì decisivo per mettere il primo grande mattone di quella Grande Russia che lo zar del Cremlino ha promesso ai russi. Il Donetsk, il Lugansk, le regioni di Kherson e Zaporizhzhia, oltre al definitivo incasso della Crimea, hanno un valore simbolico oltre che territoriale, perché è qui che nella narrazione putiniana le popolazioni filorusse hanno subito l'egemonia dei "nazisti di Kiev" e pagato un prezzo di sangue salato in nome del separatismo. Un bilancio di morti destinato drammaticamente ad aumentare se Putin fosse costretto a conquistare militarmente ogni metro di territorio di questa piccola Grande Russia.
Putin sta preparando per Donald Trump "un'altra Monaco", è il j'accuse sul Washington Post di Max Boot, storico molto più vicino ai circoli conservatori americani che a quelli democratici. "Se Trump accettasse le condizioni di Putin si tratterebbe della ripetizione dell'accordo di Monaco del 1938, quando il primo ministro britannico Naville Chamberlain cedette ad Adolf Hitler i Sudeti - una regione di quella che era allora la Cecoslovacchia - senza consultare i cechi. In cambio Chamberlain non ricevette altro che promesse vuote di pace", ha scritto Boot.
Sembra invece evocare l'accordo di Jalta, siglato nel 1945 in Crimea da Churchill-Roosevelt-Stalin per ridisegnare l'Europa. Per il cancelliere tedesco Friedrich Merz "non possiamo accettare che questioni territoriali vengano discusse o addirittura decise tra Russia e America sulla testa degli europei o dell'Ucraina".
Il leader ucraino Volodymyr Zelensky, rassicurato dalla presa di posizione dell'Europa che conta con il suo "no a modifiche dei confini Kiev con la forza", spera ora che la Casa Bianca decida di coinvolgerlo nel vertice di Ferragosto, facendo ingoiare un rospo allo zar del Cremlino.
Sullo sfondo resta il terzo incomodo: quel Trump tanto determinato quanto oscillante nei suoi rapporti con Mosca che in questi mesi ha puntato sulla pace e sulla guerra a giorni alterni. Quel che è certo è che un cessate il fuoco duraturo in Ucraina avrebbe effetti molto positivi in ambito economico, quello che l'inquilino della Casa Bianca sembra prediligere.