Raid aereo provoca caos e tentativi di fuga tra i detenuti, critiche da familiari e oppositori
Il fumo, il fuoco, i boati delle esplosioni: un inferno per sperare di poter scappare dall'inferno. È il racconto delle voci dall'oltre tomba dal famigerato carcere di Evin, preso di mira oggi dai raid israeliani alla periferia di Teheran: almeno di quello che filtra attraverso alcuni canali dell'opposizione iraniana all'estero, con il racconto in presa diretta attribuito a qualche detenuto o a loro familiari.
Il racconto di un attacco che Israele sbandiera come un colpo simbolico "alla repressione": assestato contro una prigione affollata - fra gli altri - di dissidenti, nemici vari della Repubblica Islamica e stranieri, oltre che contro altre strutture degli apparati polizieschi del Paese, sullo sfondo di una guerra che diventa anche psicologica e prova a corteggiare (con esiti dubbi) i sentimenti di chi è contrario al potere degli ayatollah. Ma che, se non altro, sembra aver offerto - a qualcuno - uno spiraglio di fuga.
È il caso del giornalista-dissidente Reza Valizadeh, stando a quanto fatto trapelare da suo fratello sul sito Iran International, con base a Londra. Prigioniero da tempo dietro le sbarre di Evin, Valizadeh ha approfittato del caos per cercare di dileguarsi e mettersi in contatto con la famiglia, a quanto pare. Ha raccontato, nelle parole del fratello, di un bombardamento così potente da far tremare le tetre mura del carcere, oltre a "sfondare il tetto della palestra" interna.
Un bombardamento mirato a far saltare gli ingressi, sostengono i ministri di Benyamin Netanyahu. E che, fa eco Valizadeh, avrebbe in effetti "danneggiato i cancelli dei settori 7 e 8": breccia tramite cui alcuni detenuti risultano aver poi tentato di uscire, "spegnendo le fiamme che si levavano".
Come sia andata a finire resta incerto, visto che l'area sembra essere stata rapidamente "circondata" da rinforzi delle unità speciali iraniane mentre si sentiva ancora il rombo dei jet israeliani nei cieli di Teheran, come sottolineato dallo stesso fratello del giornalista. E mentre altri familiari di reclusi provavano disperatamente ad avvicinarsi in cerca di notizie, a dispetto dell'annuncio delle autorità di aver ripreso "il controllo della situazione".
Un'angoscia condivisa da chi è lontano. E che, in alcuni casi, si trasforma in denuncia esplicita del raid israeliano, nel timore finisca per essere solo una strumentalizzazione propagandistica potenzialmente controproducente per il destino di tanti di coloro che per ora a Evin restano rinchiusi: fra accuse più o meno labili e denunce di torture. L'attacco aereo al carcere a colpi di bombe è stato "completamente irresponsabile", accusa ad esempio da Parigi Noémie Kohler, sorella di Cécile Kohler, una cittadina francese detenuta da più di 3 anni in Iran - in quel penitenziario sinistro - con il compagno Jacques Paris.
"Non abbiamo notizie, non sappiamo se sono ancora vivi, siamo nel panico", protesta Kohler, lanciando un appello all'amministrazione di Emmanuel Macron a "condannare questi bombardamenti sconsiderati".