il personaggio

Mujica, un guerrigliero alla ricerca della felicità

Ritratto del presidente uruguaiano morto a 89 anni: dalla guerriglia coi Tupamaros a politico più amato del mondo: ‘Il tempo è la cosa più importante’

José “Pepe” Mujica
(Keystone)
14 maggio 2025
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Morto un Pepe non se ne fa un altro. José Mujica, per tutti Pepe, morto martedì a 89 anni, era soprannominato il “presidente più povero del mondo”. Dei 260’259 pesos (circa 8mila franchi) che riceveva come stipendio da capo di Stato dell’Uruguay (carica ricoperta dal 2010 al 2015) ne teneva per sé appena un decimo. Gli bastava quello per vivere nella sua “chacra” di Rincón del Cerro, una piccola casa di 50 metri quadri con attorno dei campi agricoli nella periferia di Montevideo che divideva con la compagna di sempre Lucia Topolansky. Si rifiutò sempre di andare a vivere nel palazzo presidenziale e ridusse al minimo i suoi privilegi (volava in classe economica), tenendo solo la scorta, di cui – visto il ruolo – non poteva fare a meno. La sua auto era un Maggiolino Volkswagen del 1987 che gli avevano regalato gli amici. Celeste, il colore del suo Uruguay. Non se ne separò mai, anzi è ancora lì, nonostante un giorno – nel 2014 – arrivarono a offrirgli un milione di dollari. Li avrebbe dati tutti in beneficenza. Ci pensò su, poi decise che sarebbe stato uno sgarbo troppo grosso per quegli amici che avevano fatto una colletta per lui.

KeystoneSul suo Maggiolino

A chi insisteva con questa storia del presidente povero, una volta rispose: “Non sono povero, sono sobrio. Dal bagaglio leggero. Vivo con il minimo indispensabile, così le cose non potranno rubarmi libertà”. In un’altra occasione ebbe a dire: “La mia idea di vita è la sobrietà. Concetto ben diverso da austerità, termine che avete prostituito in Europa, tagliando tutto e lasciando la gente senza lavoro. Io consumo il necessario, ma non accetto lo spreco. Perché quando compro qualcosa non la compro con i soldi, ma con il tempo della mia vita che è servito per guadagnarli. E il tempo è un bene nei confronti del quale bisogna essere avari. Bisogna conservarlo per le cose che ci piacciono e ci motivano. Questo tempo lo chiamo libertà”.

KeystoneIl corteo funebre

La libertà, la felicità, il tempo. Tre parole, tre concetti centrali per lui e che ricorrono continuamente nei suoi discorsi, nelle sue interviste, nei suoi libri e nel celebre documentario girato da Emir Kusturica (“Pepe Mujica, una vita suprema”). Il perché è semplice da capire: per quasi dodici anni gli sono stati sottratti tutti e tre. Nel 1973 fu infatti arrestato dal regime dittatoriale guidato dal golpista Juan María Bordeberry. Fu liberato solo nel 1985, quando in Uruguay tornò la democrazia. Nove di quei dodici anni li passò in isolamento, due dei quali dentro a una buca scavata nella terra che condivideva con ragni, topi e il pensiero fisso di non poter aver accesso ai libri, unica via di fuga da una realtà opprimente, decisa a tavolino dal regime. In Argentina, chi si opponeva ai generali veniva fatto sparire, in qualsiasi modo (celebri i voli della morte, in cui i dissidenti venivano lanciati dagli aerei senza paracadute), in Uruguay avevano deciso di far impazzire i prigionieri, tenendoli in vita, ma cercando di privarli di dignità e senno. Quasi ci riuscirono con Mujica, che ricorda di aver avuto le allucinazioni, nei momenti peggiori di aver iniziato a parlare persino con le formiche. Mujica era uno dei 9 dirigenti tupamaros che la dittatura chiamava “ostaggi” (“rehenes”), e cioè prigionieri che, in caso di ulteriori azioni di guerriglia dei Tupamaros ancora in libertà, sarebbero stati immediatamente fucilati.

Keystone“Hasta siempre viedo querido”

I Tupamaros erano guerriglieri di sinistra che negli anni Sessanta scelsero la lotta armata; un’organizzazione ispirata al marxismo e che si rifaceva agli obiettivi della Rivoluzione cubana. Mujica, in quegli anni, venne ferito sei volte in scontri armati e arrestato almeno tre volte, con due evasioni. Una da film, nel 1971, dal carcere di Punta Carretas, una delle più affollate di cui si abbia memoria: 111 fuggitivi.

Come un Mandela sudamericano ha sempre detto che senza quegli anni di lotta e di carcere non sarebbe diventato – nel bene e nel male – ciò che è diventato poi. A questo proposito, nel 2014, Mujica, davanti agli studenti dell’American University di Washington, disse: “A volte, il dolore è una cosa positiva se si è in grado di trasformarlo in qualcos’altro”. A cui aggiunse: “Non mi pento mai di ciò che ho vissuto perché se non l'avessi vissuto non avrei imparato così tanto. E nella vita si impara molto di più dal dolore e dalla sconfitta che dalla prosperità. La prigione è stata brutta, ma lì ho ritrovato me stesso. Ricordatevi che siete forti, che potete ricominciare e che ne vale la pena”.

KeystoneCon la moglie Lucia Topolansky

Nel frattempo Mujica aveva già fondato Il Movimento de Participación Polular (Mpp), in cui erano confluiti molti ex Tupamaros, tra cui la compagna Lucia (sposata poi nel 2005). Entrato nel Frente Amplio (una maxicoalizione di una trentina di sigle di sinistra), fu eletto alle legislative nel 1994, quando disse, fedele al suo approccio quasi panteistico al mondo (si diceva ateo, ma non anticlericale): “Mi sento come un fioraio in Parlamento”. Fu poi senatore e ministro, infine candidato del Frente Amplio per la presidenza, che conquistò il 25 ottobre 2009 al secondo turno, dopo un ballottaggio con Luis Alberto Lacalle. Primo degli esclusi risultò Pedro Bordaberry, il figlio del dittatore che lo fece imprigionare.

KeystoneCon Chavez e Morales

Erano gli anni del Sudamerica che votava compatto a sinistra sull’onda del chavismo venezuelano: in Brasile governavano Lula e poi Dilma Rousseff, il Cile si affidò a Ricardo Lagos e Michelle Bachelet, Evo Morales trionfava in Bolivia, in Argentina c’era il peronismo di sinistra di Néstor Kirchner. Mujica si rivelò da subito il meno controverso, il più affabile e affidabile, per certi versi anche il più concreto. Una sua frase, di nuovo, rende l’idea della sua politica: “Il problema è quando metti l’ideologia sopra la realtà”, in questo era diverso dai chavisti duri e puri e dalla loro idea di socialismo. Mujica era diretto, ma non amava le semplificazioni. Diceva che aveva capito che le cose non erano bianche o nere, non ce l’aveva con il capitalismo, ma con la sua deriva consumista. E lo andava a dire all’Onu. Non era nemmeno contrario alla globalizzazione, ritenuta inevitabile: “Sarebbe come essere contrari che agli uomini cresce la barba”. L’importante, per lui, era governarla e non esserne governati.

KeystoneMurale presidenziale

Se ne va dopo aver fatto avanzare i diritti civili e sociali nel suo Paese, e dopo essere diventato uno dei politici più popolari e amati del nuovo millennio, senza cambiare e senza essere cambiato dal potere (“Il potere non cambia le persone, rivela solo chi sono veramente”, ripeteva lui). Fedele a sé stesso ha rifiutato mausolei e sepolture di Stato. Le sue ceneri, come da sua richiesta, saranno sepolte sotto un albero del suo giardino, lo stesso dove si trovano i resti di Manuela, l’amata e inseparabile cagnetta con tre zampe.

KeystoneCon l’amata cagnetta Manuela