Ancora sotto choc per i massacri di civili nella regione costiera, la nuova Siria post-Assad cerca di ritrovare una forma di unità territoriale e statuale di fatto perduta quattordici anni fa con lo scoppio delle violenze intestine e con il conseguente intervento militare di forze regionali e internazionali: dopo l'annuncio storico dell'accordo tra governo di Damasco e le forze curdo-siriane del nord-est, è stato il turno della diffusione di un'intesa-chiave tra le nuove autorità siriane e le comunità druse del sud-ovest.
Uno sviluppo che giunge dopo che nei giorni scorsi il premier israeliano Benjamin Netanyahu aveva ripetutamente affermato che l'esercito dello Stato ebraico è pronto a "proteggere i drusi" siriani della regione di Suwayda, non lontana dalle zone siriane occupate da Israele a partire dallo scorso dicembre. Proprio i jet israeliani hanno condotto oggi nuovi raid aerei nel sud della Siria, persino vicino a Suwayda, contro l'aeroporto di Kalkhala.
Secondo quanto riferito dai media panarabi e siriani, l'accordo tra Damasco e i dignitari drusi stabilisce che i servizi di sicurezza della regione di Suwayda saranno collegati al ministero degli interni del potere centrale, incarnato dall'autoproclamato presidente Ahmad Sharaa (Jolani). Inoltre, sempre secondo quanto affermato dai media vicini al governo di Sharaa, gli ufficiali di polizia a Suwayda saranno membri della comunità drusa. Mentre il governatore e il capo della polizia potranno essere, come di tradizione in Siria, originari anche di altre regioni del paese.
L'accordo è stato confermato dopo l'annuncio ieri sera di un'intesa tra il governo di Sharaa e le forze curdo-siriane del nord-est. L'accordo prevede un cessate il fuoco lungo la linea del fronte dell'Eufrate (ma la Turchia anche oggi ha bombardato postazioni curde) e una graduale fusione delle autorità civili e militari curde nel nuovo Stato siriano.
Soprattutto, l'intesa prevede il pieno riconoscimento dei diritti costituzionali dei curdi come "comunità originaria" del paese: un passo mai avvenuto in questi termini dall'indipendenza raggiunta nel 1946 e che secondo alcuni analisti, potrà contribuire a una graduale ricomposizione - forse senza precedenti negli ultimi decenni - delle profonde ferite inter-comunitarie causate da 60 anni di potere autoritario baathista e da 14 anni di guerra civile.
Ferite dalle quali il sangue cola ancora fresco. Non si fermano infatti gli aggiornamenti di ora in ora dei bilanci dei civili alawiti uccisi nei massacri attribuiti da più parti a milizie sunnite locali e straniere legate direttamente o indirettamente alle strutture militari agli ordini dello stesso Sharaa. L'Osservatorio per i diritti umani in Siria ha contato finora 1225 civili uccisi, mentre la Rete siriana per i diritti umani ha documentato 803 uccisioni di civili. Il presidente Sharaa ha subìto ordinato un'indagine governativa, Amnesty International ha chiesto che venga svolta un'inchiesta internazionale e Human Rights Watch ha invitato Damasco a perseguire rapidamente i responsabili dei crimini.
Il portavoce della commissione governativa siriana, Yasser Farhan, ha oggi ribadito a Damasco che "la nuova Siria è determinata a garantire la giustizia, a far prevalere lo stato di diritto, a proteggere i diritti e le libertà dei cittadini, a impedire ogni tipo di rappresaglia sommaria, a garantire l'assenza di impunità". Intanto dalla regione costiera siriana continua l'esodo di decine di famiglie alawite nel vicino Akkar libanese. Il guado del 'Fiume Grande' è attraversato a piedi da uomini, donne e bambini ancora terrorizzati dalle azioni commesse da giovedì scorso in seguito a scontri tra miliziani alawiti e loro rivali governativi sunniti.