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27.11.2022 - 20:03

‘I russi stanno per lasciare la centrale di Zaporizhzhia’

Kiev sicura della ritirata dei soldati di Putin. Intanto due terzi dei Paesi della Nato sarebbero a corto di armi da inviare all’Ucraina

Ansa, a cura di Red.Estero
i-russi-stanno-per-lasciare-la-centrale-di-zaporizhzhia
Soldati russi pattugliano la centrale (Keystone)

Sarebbe una nuova ritirata che sa di clamorosa sconfitta, dopo la fuga da Kherson. Secondo Kiev, i segnali ci sono: i russi "si stanno preparando" a lasciare la centrale di Zaporizhzhia, sito chiave nella guerra che da mesi tiene tutti col fiato sospeso per la paura che una bomba possa far centro sull’impianto nucleare più grande d’Europa. Le conseguenze sarebbero inimmaginabili. "È troppo presto per dire che l’esercito russo stia lasciando l’impianto", ma si può dire che si stanno "preparando", ha riferito il presidente dell’agenzia nucleare ucraina Energoatom Petr Kotin, per il quale "c’è l’impressione che stiano facendo le valigie e rubando tutto quello che riescono a trovare".

Se confermato, sarebbe l’ennesimo segnale della crisi nera di Mosca nel conflitto. E si sa, l’orso ferito attacca con più ferocia, soprattutto nei luoghi dell’umiliazione: a Kherson, continuano di notte e di giorno decine di raid russi, che dopo i quartieri più popolosi prendono di mira le linee elettriche, lasciando la luce a meno del 5% dei residenti. E costringendo centinaia di uomini, donne e bambini ad un tragico esodo dalla città. File di auto, camion e furgoni si allungano verso la periferia: immagini drammatiche, a sole due settimane dalle folle in festa per la fine dell’occupazione di Mosca. Che Putin sia in grave difficoltà nella sua "operazione speciale" in Ucraina lo evidenziano anche gli 007 britannici, che nel loro ultimo aggiornamento hanno spiegato quanto sia improbabile che le truppe russe riescano a sfondare le difese ucraine e catturare tutto l’oblast di Donetsk, teatro di intensi combattimenti nelle ultime due settimane.


Case bombardate nell’area residenziale della città ucraina (Keystone)

Secondo Kiev, l’invasore si prepara a lanciare dal 10 dicembre una nuova "mobilitazione" segreta per rafforzare le sue truppe al fronte, e sarebbe pronto a muovere le sue unità dalla Bielorussia in Ucraina. Indiscrezioni che arrivano all’indomani della drammatica voce riportata dai media, secondo cui Mosca ha previsto già di perdere 100mila soldati entro primavera, a detta di fonti vicine ai servizi dell’Fsb. Con poche informazioni sulle prossime mosse di Mosca per rafforzarsi sul terreno, resta chiaro che il migliore alleato dell’invasore è ancora una volta l’inverno. Le previsioni sono in peggioramento con neve, pioggia e gelo al nord, nelle regioni centrali e anche a Kiev. E si contano i primi morti tra chi cerca di ingegnarsi per trovare fonti di calore alternative di fronte ai continui blackout. Le autorità corrono ai ripari, con le squadre che lavorano 24 ore su 24 per ripristinare i servizi di base: l’operatore della rete elettrica statale Ukrenergo ha riferito che la produzione di elettricità riesce al momento a rispondere all’80% della domanda di consumo, mentre a Kiev l’elettricità, l’acqua, il riscaldamento e le comunicazioni sono state quasi completamente ripristinate. In attesa però della prossima pioggia di missili.

L’inverno si fa sentire anche nelle manovre sul terreno, con entrambe le parti impantanate da forti piogge e condizioni fangose ;;in alcune aree del fronte, mentre continuano i bombardamenti tra i due schieramenti. Secondo Kiev, missili russi hanno provocato 7 morti nell’ultima giornata, e nelle scorse ore due persone sono rimaste uccise per i raid nell’oblast di Donetsk. Mosca ha fatto sapere di aver respinto un attacco nel Lugansk, eliminando fino a 30 soldati ucraini. Una scia di sangue, quella del conflitto, che non risparmia neanche i più innocenti: è salito a 851 il drammatico bilancio dei bambini rimasti feriti dall’inizio della guerra in Ucraina, mentre quelli uccisi sono 440.

I tragici numeri dei morti non servono a smuovere le posizioni sul fronte diplomatico, dove continua lo stallo sulle possibilità di una soluzione negoziata del conflitto. Mentre dal Vaticano arriva la disponibilità ad ospitare un tavolo per raggiungere la pace, per il vescovo di Kiev "gli attacchi senza sosta" dell’invasore "mostrano che la Russia non vuole il dialogo". A parlare per Mosca è Minsk, che ha accusato gli Stati Uniti di non permettere alla leadership ucraina di avviare negoziati. "Gli americani vogliono abbattere l’Europa in un colpo solo e poi avvicinarsi alla Cina attraverso la Russia", ha detto il presidente Alexander Lukashenko, mentre nel Paese continua a rimanere avvolta nel mistero la morte del ministro degli Esteri Vladimir Makei, che Kiev ieri ha attribuito ad un possibile avvelenamento: dalle autorità bielorusse non è ancora stata fornita nessuna spiegazione ufficiale. Era un "vero amico" di Mosca, secondo il ministero degli Esteri russo. Proprio domani Lavrov si sarebbe dovuto recare a Minsk per incontrarlo.

Arsenali Nato in difficoltà

Munizioni e missili non scarseggiano solo in Russia. Due terzi dei Paesi della Nato sono a corto di armi da inviare all’Ucraina e si stanno muovendo rapidamente per cercare di rimpinguare i loro arsenali, non solo per sostenere le forze di Kiev in una guerra che si teme ancora lunga ma anche nel caso di un’escalation e un allargamento nel conflitto con Mosca.

È il quadro allarmante descritto da un alto funzionario dell’Alleanza Atlantica al New York Times, che lascia anche trapelare come da Bruxelles si stia guardando a quei membri che "possono fare di più" come Francia, Germania e Italia. In questi nove mesi i Paesi della Nato hanno fornito 40 miliardi di dollari di armamenti all’esercito di Volodymyr Zelensky, praticamente il bilancio annuale della difesa della Francia. Una cifra enorme soprattutto per i Paesi europei dotati di quelli che qualcuno a Bruxelles chiama "gli eserciti bonsai" con scorte "modeste" di artiglieria, munizioni e sistemi di difesa. Persino gli Stati Uniti, che da soli hanno fornito all’Ucraina armi per 18 miliardi di dollari e hanno l’industria della difesa più potente al mondo, cominciano a preoccuparsi di un depauperamento delle loro scorte, nonostante il Pentagono continui ad assicurare che l’arsenale americano non è in sofferenza.

Numeri impietosi

E c’è anche da considerare che il dispendio di armi al quale si sta assistendo in questa conflitto non si vedeva dalla Seconda Guerra mondiale. Per gli esperti, un giorno in Ucraina equivale a un mese in Afghanistan, dove le forze della Nato sparavano 300 colpi al giorno rispetto alle migliaia che partono quotidianamente nella battaglie tra russi e ucraini. Ora, esclusi i 20 Paesi dell’Alleanza, tra cui Polonia e Stati Baltici, che hanno "esaurito il loro potenziale", da Bruxelles è iniziato un pressing su quei 10 che "possono fare di più". Naturalmente non gli Stati Uniti, che non hanno bisogno di incoraggiamento, quanto Francia, Germania, Italia e Olanda. Lo stesso segretario generale Jens Stoltenberg ha avvertito di recente questi membri, Berlino in testa, di non sfruttare le linee guida della Nato sulle scorte di armi come un pretesto per limitare l’invio di attrezzature all’Ucraina.

Ma la questione non è così semplice. Innanzitutto cominciano a scarseggiare armi e munizioni di epoca sovietica, come i missili di difesa aerea S-300 o carri armati T-72, tanto che all’interno della Nato si era cominciato a parlare di ripristinare vecchie fabbriche in Repubblica Ceca, Slovacchia e Bulgaria. Poi c’è la questione delle leggi sulle esportazioni di armi che regolano la vendita da un Paese all’altro. La Svizzera, ad esempio, rivendicando la sua neutralità, ha impedito alla Germania di inviare in Ucraina armi prodotte dalle sue industrie e vendute a Berlino. Anche l’Italia ha simili restrizioni sull’export di armi. Tutto questo rende difficile il rifornimento anche delle scorte di ciascun Paese. Infine, da Parigi a Washington passando per Roma e Berlino i governi dell’Occidente da mesi cercano di calibrare le armi che arrivano nelle mani dell’esercito ucraino per scongiurare attacchi diretti in Russia e una conseguente escalation dagli esiti imprevedibili.

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