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24.11.2022 - 18:39
Aggiornamento: 19:56

In Afghanistan i Talebani ripristinano le punizioni in pubblico

Il regime applica strettamente la sharia e continua l’esclusione delle donne dalla vita pubblica. E c’è chi per mangiare vende gli organi o i figli

Ats, a cura di Red.Web
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Fonte: Twitter

Mentre il mondo guarda ai Mondiali in Qatar, negli stadi di calcio afghani si è smesso di giocare a pallone: i Talebani preferiscono metterci in scena il drammatico e macabro spettacolo delle punizioni in pubblico. È successo nelle ultime ore a Pul Alam, una città con una popolazione stimata di centomila abitanti poco a sud della capitale Kabul. Dodici persone, tra le quali 3 donne, sono state frustate in pubblico nello stadio locale dopo la condanna per furto e adulterio comminata da un tribunale cittadino. In centinaia hanno assistito, anche perché sarebbe stato difficile rifiutare il perentorio invito rivolto dall’ufficio del governatore della provincia, quella di Logar, a "studiosi, mujaheddin, leader tribali e gente comune". Vietato scattare foto o riprendere video. I condannati, riferiscono le fonti, hanno ricevuto ciascuno tra le 21 e le 39 frustate. La sharia "è l’unica soluzione per i problemi del Paese e va applicata", ha commentato il vicegovernatore provinciale, mentre dalla frusta del boia colava ancora il sangue dei condannati.

Del resto, è stato proprio il leader dei Talebani Haibatullah Akhundzada che una decina di giorni fa ha chiesto l’applicazione stretta della sharia, riaprendo la strada alle punizioni in pubblico, che includono esecuzioni, lapidazioni e flagellazioni. Tanto che le frustate nello stadio di Pul Alam non sono state le uniche: altre 19 persone, 9 le donne, ne hanno ricevute 39 ciascuno nella provincia nordorientale di Takhar, in una punizione pubblica rivendicata dal portavoce della Corte suprema talebana, Mawlawi Enayatullah.

In questo Afghanistan medioevale procede spedita anche l’esclusione delle donne dalla vita pubblica: nella provincia meridionale di Uruzgan i Talebani sono arrivati a proibire l’acquisto delle sim card telefoniche. "Nei negozi non ci sono abbastanza impiegate, quindi le donne non possono andarci", hanno spiegato le autorità: insomma oltre al danno anche la beffa, visto che alle donne è proibito lavorare, se non in pochissimi ambiti, non certo nei negozi.

Nel frattempo l’inverno bussa alle porte e la catastrofe umanitaria paventata dall’Onu è già realtà. Un’inchiesta scioccante della Bbc ha acceso i riflettori sulla situazione disastrosa: in un Paese in cui chi riesce a trovare lavoro guadagna l’equivalente di un dollaro al giorno, la pratica della vendita di organi "si è fatta più diffusa", scrive l’emittente raccontando le storie di tante persone cadute in disgrazia. Tra queste c’è la mamma di una bambina, costretta a vendersi un rene sette mesi fa per ripagare un debito, oltretutto per un gregge di pecore poi tutte morte a causa della crisi alimentare. La somma ottenuta per il rene, poco meno di tremila dollari, non è bastata, tuttavia, per tirare avanti: "Ora siamo costretti a vendere nostra figlia di due anni, le persone da cui abbiamo preso il prestito ci tartassano ogni giorno", racconta la donna, mentre per il marito "è meglio morire che vivere così". Dall’inchiesta emerge anche che i genitori sono tornati a dare droghe psicotrope ai bambini per farli addormentare e zittire i pianti dei piccoli affamati. "Una pasticca costa meno di un pezzo di pane", ammette drammaticamente un papà.

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