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Al voto in un seggio di Tripoli (Keystone)
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libano
17.05.2022 - 22:24
Ansa, a cura de laRegione

Hezbollah perde la maggioranza, ma non il potere

Entusiasmo per i 13 seggi del fronte del ‘cambiamento’, ma si teme un nuovo stallo politico, che potrebbe essere fatale con la crisi economica e sociale

La coalizione politica guidata in Libano dal movimento filo-iraniano Hezbollah perde la maggioranza parlamentare, ma non perde il ruolo dominante nella contestata cupola di potere, composta da tutti gli altri leader politici del Paese, incluso il principale vincitore delle elezioni del 15 maggio, il leader cristiano maronita Samir Geagea, appoggiato da Paesi occidentali e dall’Arabia Saudita.

In elezioni che osservatori elettorali dell’Unione Europea hanno descritto come caratterizzate da episodi di "compravendita di voti e clientelismo", Hezbollah e il suo alleato Amal hanno mantenuto il controllo delle proprie roccaforti, ma la coalizione filo-iraniana ha complessivamente perso la maggioranza di 70 seggi, conquistata alle elezioni del 2018, rispetto ai 65 seggi di questa tornata elettorale.


L’esultanza dei supporter di Hezbollah (Keystone)

La sconfitta nel fronte filo-Hezbollah si è registrata nei ranghi della Corrente patriottica libera, il partito del presidente cristiano maronita Michel Aoun e di suo genero Gibran Bassil. Nel campo cristiano si è verificato un travaso di voti dalla Cpl alle Forze Libanesi di Geagea.

Segnali di discontinuità

Ma la principale novità emersa dalle urne nel Libano, alle prese con la peggiore crisi finanziaria della sua storia e segnato da un movimento di contestazione popolare trasversale coinciso col palesarsi del fallimento bancario nel 2019, è l’elezione in parlamento di ben 13 esponenti di formazioni cosiddette "del cambiamento". Si tratta di un variegato e frammentato fronte di volti nuovi, legati a diverse realtà locali del paese e che sono riusciti a scalzare, sull’onda della contestazione anti-sistema, alcuni simboli del potere tradizionale legato sia al collassato mondo della finanza, sia al vicino governo siriano alleato dell’Iran, sia a realtà considerate feudali e reazionarie.

In un Libano dove la lira locale ha perso ulteriormente valore rispetto al dollaro, in pochi si illudono però che i 13 deputati "del cambiamento", che entrano nell’emiciclo a ranghi sparsi, riusciranno a contrastare le forze tradizionali. Queste appaiono invece sostenute, di fatto, dalle cancellerie straniere e dal Fondo monetario internazionale, con cui il governo uscente del premier Najib Miqati ha raggiunto nei mesi scorsi un accordo preliminare per l’erogazione di tre miliardi nei prossimi quattro anni. L’intesa però è condizionata a una serie di riforme che il nuovo governo e il neoeletto parlamento dovranno avviare quanto prima.


Una scheda elettorale (Keystone)

Crisi continua

All’orizzonte si addensano nubi di un nuovo stallo istituzionale. La retorica post-elettorale mostra le diverse forze egemoni su fronti opposti. In attesa che il leader degli Hezbollah, Hasan Nasrallah, tenga l’atteso discorso domani sera, Muhammad Raad, deputato del Partito di Dio, confermato in parlamento ma fortemente contestato in passato dalla stessa base del movimento sciita, si è rivolto minaccioso proprio ai deputati del "cambiamento": "Vi accettiamo come oppositori in parlamento, ma non vi accetteremo come scudi per i sionisti e gli americani", ha detto. Raad ha poi espresso quello che sarà un tema dominante nei negoziati per la formazione del prossimo esecutivo, la creazione di un "governo nazionale" in cui tutti i partiti tradizionali devono essere rappresentanti. "Senza un governo nazionale - ha detto Raad - porterete il Libano nell’abisso".

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