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07.02.2022 - 15:48
Aggiornamento: 16:40

Facebook e Instagram a rischio in Europa

L’azienda paventa il blocco dei social in Europa, poi chiarisce: servono regole chiare per il transfer dei dati da Europa a Usa. La situazione in Svizzera

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Keystone

Meta chiuderà Facebook e Instagram in Europa se non sarà risolta la diatriba sui dati personali? Sì, anzi no. Lo scenario sarebbe ventilato dal Ceo Mark Zuckerberg nel rapporto annuale della società alla Sec, l’autorità americana di vigilanza dei mercati. Ma più che di una “minaccia”, spiega la casa madre dei due social, si tratta della richiesta di un quadro di regole e norme globale e chiaro all’interno di cui operare.

Poca protezione dei dati rispetto alle intromissioni delle autorità Usa

Questi i fatti: fino al 2020 Facebook (oggi Meta) ha potuto registrare e trasferire i dati degli utilizzatori dei social sui server americani in virtù del Privacy Shield, ovvero un accordo quadro fra gli Stati Uniti e l’Unione europea. Tale accordo, in seguito ad alcune denunce per violazioni dei dati, è però stato giudicato non valido dalla Corte di Giustizia dell’Unione europea in base al Regolamento generale sulla protezione dei dati (il noto Gdpr) entrato in vigore nel 2018: secondo la Corte, il Privacy Shield non offriva adeguata protezione ai dati degli utenti rispetto alle intromissioni delle autorità governative.

Attualmente il trasferimento dei dati non è stato bloccato, ma si basa sulle cosiddette Clausole standard contrattuali (Scc) che la Corte ha ritenuto valide, ma che a loro volta non tutelano necessariamente gli utenti e che, come spiega l’azienda, potrebbero essere soggette a “controllo normativo e giudiziario”. E proprio riguardo a tali clausole, Meta ha dichiarato di aver ricevuto dal garante della protezione dei dati irlandese (la sede europea di Facebook si trova a Dublino) una bozza preliminare in cui esse vengono dichiarate non conformi al Regolamento sulla protezione dei dati Ue.

‘Nessuna intenzione di chiudere Meta in Europa ma servono regole chiare’

Da qui, la “minaccia”, contenuta nel Rapporto: “Se non verrà adottato un nuovo quadro transatlantico di trasferimento dei dati e non saremo in grado di continuare ad affidarci alle Scc o di fare affidamento su altri mezzi alternativi di trasferimento dei dati dall’Europa agli Stati Uniti, probabilmente non saremo in grado di offrire un certo numero dei nostri prodotti e servizi più significativi, tra cui Facebook e Instagram, in Europa, il che influenzerebbe materialmente e negativamente la nostra attività, la condizione finanziaria e i risultati delle operazioni”.

Ma, come chiarisce l’azienda, tale decisione di bloccare Facebook e Instagram in Europa non sarebbe nei piani: quanto espresso nel rapporto, sarebbe dunque solo la constatazione di una situazione che dal punto di vista legale sta creando difficoltà e che richiederebbe degli interventi normativi.

“Non abbiamo assolutamente alcun desiderio e alcun piano di ritirarci dall’Europa”: lo riferisce un portavoce di Meta, la società sotto il cui cappello sono Facebook, Instagram, WhatsApp e Messenger. “Semplicemente Meta, come molte altre aziende, organizzazioni e servizi – aggiunge l’addetto stampa della società – si basa sul trasferimento di dati tra l’Ue e gli Stati Uniti per poter offrire servizi globali. Come altre aziende, per fornire un servizio globale, seguiamo le regole europee e ci basiamo sulle Clausole Contrattuali Tipo (Standard Contractual Clauses) e su adeguate misure di protezione dei dati”. Spiega la casa di Menlo Park: “Le aziende fondamentalmente hanno bisogno di regole chiare e globali per proteggere a lungo termine i flussi di dati tra Stati Uniti ed Ue, e come più di 70 altre imprese in una vasta gamma di settori mano mano che la situazione si evolve stiamo monitorando da vicino il potenziale impatto sulle nostre operazioni europee”.

Anche la Svizzera è perplessa sul trattamento dei dati negli Usa

La vicenda riguarda anche la Svizzera: la Confederazione, infatti, ha regolato il trasferimento dei dati con un proprio accordo, lo Swiss-US Privacy Shield. Tale accordo, però, anche in virtù della sentenza della Corte Ue, è stato rivisto dall’Incaricato federale per la protezione dei dati e la trasparenza (Ifpdt). In particolare, gli Stati Uniti non rientrano nell’elenco dei Paesi che offrono un’adeguata protezione in base alla legge sulla protezione dei dati svizzera. L’Ifpdt in un parere del 2020, evidenzia la “mancanza di trasparenza, e la conseguente assenza di garanzie in caso di ingerenze da parte delle autorità statunitensi nella sfera privata e nell’autodeterminazione dal profilo delle informazioni di persone in Svizzera”, ritenendole incompatibili con le leggi svizzere sulla garanzia della via giudiziaria e i principi del trattamento lecito dei dati personali.

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