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laR
 
01.02.2022 - 08:12
Aggiornamento: 16:05

Myanmar: un anno di golpe, silenzi e guerriglia

Oltre 1’500 morti e 10mila arrestati. Ma l’opposizione al regime militare c’è ed è sempre più estesa

di Fabio Polese
myanmar-un-anno-di-golpe-silenzi-e-guerriglia
Un manifestante a Rangoon davanti alla polizia (Keystone)
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All’alba del primo febbraio 2021 le forze armate del Myanmar guidate da Min Aung Hlaing prendevano il potere a poche ore dall’inaugurazione del nuovo Parlamento e arrestavano Aung San Suu Kyi e molti altri esponenti di spicco della League for Democracy (Nld), il partito vincitore delle elezioni del novembre 2020.

Oggi, a un anno di distanza dal colpo di Stato militare, il Paese è sull’orlo di una guerra civile. La popolazione, nonostante la sanguinosa repressione dell’esercito, che fino ad ora, secondo l’organizzazione non governativa Assistance Association for Political Prisoners, ha causato la morte di oltre 1’500 persone e l’arresto di più di 10mila, è prima scesa in strada pacificamente e poi ha iniziato una resistenza armata senza precedenti, che vede insieme gli eserciti etnici e il People’s Defence Force (Pdf), braccio armato del National Unity Government (Nug), il governo clandestino che si è costituito dopo il golpe.

“La giunta militare sta affrontando una guerra su più fronti da parte di organizzazioni etniche armate di lunga data, così come centinaia di nuovi gruppi di difesa popolare. Questa situazione sta mettendo in seria difficoltà i militari al potere”, spiega a La Regione Zachary Abuza, docente al National War College di Washington ed esperto di Sud-Est asiatico.

Le rivolte, ieri e oggi

Le proteste, sicuramente, erano state messe in conto dai vertici del Tatmadaw – l’esercito del Myanmar –, ma molto probabilmente, forti delle precedenti rivolte soffocate nel sangue e non andate a buon fine, credevano di consolidare il loro controllo in poco tempo. Questa volta, però, qualcosa è andato storto. A differenza delle insurrezioni del passato, in particolare quella del 1988 e del 2007, infatti, la ex Birmania arrivava da quasi un decennio di cambiamenti economici e, in parte, anche politici. E seppure i militari continuavano a mantenere il potere e a controllare il Paese, la popolazione, soprattutto quella delle grandi città, si stava abituando ad avere delle libertà che fino a qualche anno prima erano sconosciute. Come l’apertura al turismo, una maggiore connessione a internet e più opportunità educative e lavorative. Il ritorno improvviso di un modello dittatoriale e l’annientamento dei diritti acquisiti, ha di fatto scatenato una protesta che sembra difficile da fermare.

Ma c’è di più. Gran parte della popolazione del Myanmar combatte su un fronte comune. Il golpe è anche riuscito a unire la maggioranza etnica dei Bamar (quella dei militari) con le altre minoranze presenti nel Paese, che da oltre settant’anni combattono per uno Stato federale e sono state perseguitate sia dal Tatmadaw, sia dal governo a guida civile. Dopo il primo febbraio dello scorso anno, il Nug ha iniziato a sostenere l’abolizione della Costituzione della ex Birmania del 2008 (fatta dall’esercito) a vantaggio di una nuova basata proprio sul federalismo, promettendo alle maggiori etnie di scegliere il proprio destino politico e sociale una volta sconfitti gli uomini di Min Aung Hlaing.

“Le principali organizzazioni etniche armate sono molto attive in questo momento, sia in termini di operazioni per difendere i propri territori e le linee di rifornimento, sia, in molti casi, attraverso i loro contributi alla più ampia campagna contro il regime militare. Questi legami tra il movimento democratico, con le sue radici nelle grandi città e i gruppi armati etnici sulle montagne, hanno una risonanza storica”, dice Nicholas Farrelly, professore di Scienze sociali all’Università della Tasmania ed ex direttore del Centro di ricerca sul Myanmar all’Università Nazionale Australiana.

Solidarietà e guerriglia

I gruppi etnici, in particolare i Kachin, Karen e Karenni, hanno prima dato rifugio ai dissidenti politici della Ndl, poi hanno allestito dei campi d’addestramento nella giungla per la popolazione in fuga dalla repressione dei militari e infine hanno ampliato il conflitto, attaccando gli avamposti del Tatmadaw nei territori sotto il loro controllo. Molte delle persone addestrate dai ribelli, sono poi tornate nelle loro città e si sono organizzate in gruppi di difesa popolare sostenuti dal Nug, che sta compiendo azioni di guerriglia e attentati contro l’esercito e la polizia in molte zone del Paese.

“Senza il sostegno attivo delle organizzazioni armate etniche il Pdf non sarebbe stato in grado di infliggere ai militari così tanti danni come sta facendo. I guerriglieri sono stati essenziali nell’organizzare, addestrare, armare ed equipaggiare i gruppi popolari che sono sorti in tutto il Paese”, precisa Abuza.

L’appoggio dei gruppi armati etnici ai dissidenti birmani, oltre che ‘umanitario’, è stato anche (e soprattutto) strategico. La crisi in atto, aperta in numerosi fronti, infatti, ha indebolito i militari sul campo di battaglia, offrendo su un piatto d’argento un’occasione unica da non farsi sfuggire per perseguire il loro obiettivo.

I bombardamenti

L’esercito del Myanmar negli ultimi mesi ha alzato il tiro. Nelle zone dove la resistenza armata è più dura, ha risposto con bombardamenti aerei e atrocità senza fine. La più violenta, almeno a quanto è emerso fino a oggi, è quella avvenuta nello Stato Kayah (quello dei Karenni) alla vigilia di Natale, dove sono stati ritrovati i corpi di trentuno persone carbonizzate. Pochi giorni prima, nella regione di Sagaing, a venti chilometri a Sud-Ovest di Mandalay, la seconda città più grande del Paese, undici abitanti del villaggio sono stati bruciati vivi, compresi alcuni bambini. Diverse associazioni locali, che si battono per i diritti umani, denunciano torture, sparizioni, uccisioni e stupri in varie parti della ex Birmania. Modus operandi di certo non nuovo al Tatmadaw, che ha sempre puntato sul terrore per imporre il proprio controllo.

La (non) risposta internazionale

In questo anno, la risposta internazionale alla giunta militare è stata debole. Sebbene gli Stati Uniti, l’Unione Europea e il Regno Unito abbiano imposto una serie di sanzioni a figure di spicco del regime e di alcune società di proprietà dei militari, queste hanno avuto un impatto molto limitato sulla capacità operativa delle forze armate, che secondo Abuza, “ricevono gran parte degli introiti grazie al mercato nero, legato all’estrazione delle risorse naturali e all’ottenimento della loro parte del commercio di metanfetamine”. Non bisogna dimenticare, infatti, che il Myanmar è il più grande produttore di droghe sintetiche al mondo e il secondo di eroina dopo l’Afghanistan. Un business illegale che vale oltre 40 miliardi di dollari e che, secondo numerose organizzazioni, sarebbe anche sotto il controllo del Tatmadaw.

Il Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite si è limitato a fare dichiarazioni preoccupanti, ma senza effetti reali. L’Associazione delle nazioni del Sud-Est asiatico (Asean) solo nell’aprile 2021 ha cercato di trovare una soluzione politica, stilando cinque punti sulle misure che il regime deve intraprendere per ridurre l’escalation della violenza. La Cina, che è quella che avrebbe potuto fare maggiori pressioni su Min Aung Hlaing, è certamente preoccupata delle implicazioni economiche e di sicurezza, che sono una minaccia per i suoi interessi, ma ad ora non ha fatto nulla di concreto.

Il Nug ha il sostegno della popolazione e militarmente ha superato ogni aspettativa. Ma, non è un segreto, è alla ricerca di un aiuto esterno concreto, che gli dia finanziamenti economici e armi. “Il governo ombra sta cercando di giocare un ruolo cruciale a livello internazionale, ma deve affrontare molti ostacoli. Anche i governi comprensivi in questo momento sono riluttanti a offrirgli un appoggio diretto”, spiega Farrelly.

Crisi economica e sociale

“Il movimento di disobbedienza civile sta continuando a manifestare in tutta la Nazione, nonostante le minacce e le dure pene detentive. Mentre l’incompetenza dei generali al potere ha portato al quasi collasso dell’economia, spingendo più della metà della popolazione a vivere sotto la soglia di povertà”, dice Abuza. E come se questo non bastasse, l’United Nations Development Programme (Undp), il programma di sviluppo delle Nazioni Unite, ha previsto che molte persone perderanno il lavoro e che la povertà raddoppierà già nei primi mesi di quest’anno.

I prezzi di molti prodotti alimentari essenziali sono aumentati, mentre il Kyat, la valuta nazionale, è crollata di valore, facendo crescere il costo delle importazioni. I servizi pubblici sono praticamente inesistenti in gran parte del Paese. Medici, infermieri e insegnanti, sin dall’inizio delle proteste sono stati in prima linea contro il colpo di Stato e la maggioranza di loro continua a rifiutarsi di prestare servizio sotto i militari. Il risultato è un sistema sanitario e scolastico immobile, con una difficile possibilità di ripresa nel breve termine.

Anche molti soldati e poliziotti hanno disertato e si sono uniti a gruppi armati di difesa popolare. Per il docente di Scienze sociali all’Università della Tasmania queste “diserzioni sono sicuramente significative e importanti, perché evidenziano le vulnerabilità della macchina militare. Alcuni si sono uniti alle forze anti-golpe usando il loro addestramento e la loro esperienza per attaccare i loro ex fratelli d’armi”.

La giunta scricchiola

Ma la giunta, nonostante questa situazione, continua a difendere il colpo di Stato e insiste sul fatto che in questo momento il Myanmar ha bisogno di un esercito forte, in carica, per scoraggiare gli attacchi interni ed esterni e per garantire che il Paese non si “disintegri”, una paura che viene presentata, in termini propagandistici, come la principale minaccia alla sovranità nazionale. Ma qualcosa sta vacillando. Secondo il professore del National War College di Washington, Min Aung Hlaing inizia a essere nervoso e ha paura che qualcuno possa tradirlo. “Anche se per ora rimane l’uomo forte del Tatmadaw, recentemente ha iniziato a ruotare i generali, questo è sicuramente un segno di nervosismo. Ha sostituito molti di loro con i suoi fedelissimi. Si sente molto insicuro e credo che molti alti ufficiali stiano cominciando a dubitare di lui”.

A un anno dal golpe la situazione sembra destinata a infuocarsi ancora di più. “Vale la pena considerare che il colpo di Stato potrebbe ancora fallire, con il Nug e le sue forze armate che prevalgono contro i militari. In un tale scenario il Myanmar sarebbe precario, economicamente e strategicamente, ed è probabile che ci sarebbe una maggiore competizione da parte delle grandi potenze per influenzare la situazione. Di sicuro, mantenere il Paese unito attraverso questo ulteriore sconvolgimento, sarebbe una sfida per qualsiasi nuovo governo”, spiega Farrelly.

“L’obiettivo finale dichiarato dal Nug è quello dell’istituzione di una repubblica federale democratica, questa è l’unica soluzione per una pace duratura per tutta la popolazione e per i gruppi etnici che la richiedono da oltre settant’anni. Credo che possano riuscirci. Non è facile, ma non è neanche impossibile”, sostiene Abuza.

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