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28.10.2021 - 11:49
Ats, a cura de laRegione

Caso ‘Carlos’, tre psichiatri oggi in tribunale

Processo d’appello ai tre medici, assolti in prima istanza dall’accusa di sequestro di persona per aver legato il giovane al letto per 13 giorni

Tre psichiatri vengono giudicati oggi in seconda istanza dal Tribunale cantonale di Zurigo in relazione alla vicenda del giovane delinquente “Carlos”, che ora preferisce farsi chiamare con il suo vero nome Brian.

I tre imputati, assolti un anno fa dalla prima istanza, sono accusati di aver legato il giovane a un letto per tredici giorni nel settembre del 2011, quando Brian aveva 15 anni.

L’allora adolescente si trovava in detenzione preventiva dopo aver ferito gravemente un altro giovane con un coltello durante una lite. In prigione aveva tentato di suicidarsi, ciò che aveva spinto le autorità a trasferirlo nella clinica psichiatrica.

Scortato da sette agenti

Brian è stato scortato oggi in aula da sette poliziotti. “Riesce a stare calmo?", gli ha chiesto il presidente del tribunale in apertura del processo. "Se potrò esprimermi, non dovrebbe esserci nessun problema”, ha risposto il giovane, che oggi ha 26 anni.

Ancora non è chiaro quando sarà resa nota la sentenza del processo d’appello. Davanti alla prima istanza, il procuratore aveva chiesto condanne con la condizionale di 14 mesi per sequestro di persona per il principale responsabile e pene pecuniarie per complicità per altri due psichiatri.

"Non c’era alternativa”

“Non c’era nessun’altra possibilità, il paziente non reagiva in nessun modo e rappresentava un pericolo acuto per se stesso e per gli altri”, ha sostenuto oggi in aula uno degli psichiatri.

La permanenza nella clinica psichiatrica del settembre di dieci anni fa era stata preceduta, nel luglio dello stesso anno, da un altro ricovero di due giorni. In quell’occasione l’adolescente aveva colpito la porta di una stanza di isolamento con una tale forza “che temevamo che la porta si bloccasse e non potesse più essere aperta”, ha detto lo psichiatra.

Anche durante il secondo ricovero, il ragazzo risultava “aggressivo e inavvicinabile”, ha affermato l’accusato, precisando che i dipendenti della clinica avevano paura di lui.

Per questo i tre psichiatri decisero di immobilizzarlo con delle cinghie e di somministrargli dei farmaci. A partire dal nono giorno, al ragazzo era stata concessa un’ora per sgranchirsi le gambe e fare qualche passo, ma sempre con gli arti inferiori legati e accompagnato da agenti di polizia.

L’inizio di una lunga odissea

Per Brian iniziò in quegli anni una lunga odissea attraverso prigioni, cliniche e aule di tribunale. Il giovane oggi è in isolamento - in regime di carcerazione di sicurezza - nel penitenziario Pöschwies di Regensdorf (ZH), dove sconta una lunga condanna per le ripetute aggressioni in varie strutture di detenzione. I suoi avvocati considerano il suo isolamento, 24 ore su 24, come una forma di tortura.

Il Ministero pubblico zurighese ha nel frattempo deciso di impugnare davanti al Tribunale federale la sentenza del Tribunale d’appello zurighese che lo scorso mese di giugno ha condannato Brian a 6 anni e 4 mesi per le aggressioni ai danni di secondini, poliziotti e altri detenuti. In questo caso, la pubblica accusa mira ad ottenere per il giovane la misura dell’internamento.

Sulla vicenda è nel frattempo stato lanciato anche un progetto artistico, cofinanziato dalla città e dal canton Zurigo, che affronta questioni come i diritti umani, il ruolo dei media e il razzismo. Negli scorsi giorni si è tenuto a Zurigo un ciclo di colloqui con la partecipazione del relatore speciale delle Nazioni Unite sulla tortura, Nils Melzer, il quale ha chiesto spiegazioni alla Confederazione sulle condizioni di detenzione di Brian.

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