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filippine
 
11.10.2021 - 22:070

Attori, pugili e figli di dittatori candidati alla presidenza

Nel Paese del nuovo premio Nobel per la pace Maria Ressa scatta la successione a Duterte, l’uomo dal pugno di ferro che si autodefinì Hitler

Un ex pugile pluricampione del mondo, un poliziotto, un attore, la figlia di due attori, il figlio di un dittatore, la figlia del presidente con un debole per la violenza di Stato, la vicepresidentessa che non sopportava il presidente. E il presidente che forse si candida come vicepresidente. Sembra teatro situazionista, sono le prossime elezioni presidenziali nelle Filippine: si terranno il 9 maggio del prossimo anno, ma carte e candidature si scoprono in questi giorni. Gli stessi in cui il Comitato del Nobel per la Pace ha acceso i riflettori sul Paese asiatico premiando la giornalista filippina Maria Ressa.

Su Rappler, il giornale da lei fondato nel 2012, Ressa ha denunciato - pagandone le conseguenze fino al carcere - l’arroganza e quell’agire perennemente al di sopra e al di fuori della legge del Don Rodrigo locale, Rodrigo Duterte, il presidente che ha scelto di combattere la violenza con la violenza. Nella sua Davao, città di cui era sindaco, riuscì, con metodi sbrigativi (e non degni di un Paese democratico, a detta dei suoi detrattori) a trasformare uno dei luoghi più pericolosi del Paese in una città a misura di turista.


Il premio Noble per la Pace Maria Ressa (Keystone)

Ripulita Davao, che prima del suo arrivo era ribattezzata “Nicaragdao”, Duterte pensò di fare lo stesso in tutte le Filippine iniziando una campagna contro la droga senza precedenti e senza regole: stando ai numeri di un organo statale indipendente, i morti ammazzati dalla polizia e dai militari sono stati in pochi anni ben 27 mila. Molti di loro, si scoprirà, ricoprivano ruoli marginali o addirittura nessun ruolo, all’interno delle organizzazioni criminali. Lui, per tenere alta la sua nomea di uomo tutto d’un pezzo si autodefinì Hitler, ha dato del “figlio di putt…” a Papa Francesco, ha insultato Barack Obama, è andato in tv - senza uno straccio di prova - a fare nomi e cognomi di personaggi noti in combutta, a suo dire, con il malaffare. Quando gli hanno chiesto come ha fatto a ripulire le strade dalle bande, ha riposto: “Li ho uccisi tutti”. Il soprannome che gli ha dato il Time è “The Punisher” (Il Punitore), il cattivissimo antieroe della Marvel.

In questo contesto sono partite le candidature alla presidenza e alla vicepresidenza, che nelle Filippine è una corsa a parte. A settembre Duterte accettò la candidatura come vicepresidente, riprendendo il giochino di potere che in Russia Vladimir Putin faceva con il delfino-prestanome Dmitry Medvedev (ironia della sorte il Nobel quest’anno è stato assegnato anche al giornalista russo Dmitry Muratov, critico di Putin quanto Ressa lo è di Duterte). Pochi giorni fa Duterte ha detto che non si candiderà più. Nobile gesto? Non proprio. Nella sua testa a sostituirlo c’è già la figlia Sara, avvocato come lui e sindaco di Davao dopo di lui. La strada parrebbe tracciata, non fosse che tra i rivali c’è un altro figlio illustre di un altro presidente talmente dispotico che - per definirlo - si può passare direttamente al dittatore.


Rodrigo Duterte al fast food con un sosia di Kim Jong-un (Keystone)

Parliamo di Ferdinand Marcos Jr., figlio di quel Marcos che per oltre vent’anni gestì le Filippine come se fossero roba sua, accanto a lui la moglie Imelda, personaggio da rotocalco con un debole per l’alta moda (dopo la loro fuga alle Hawaii, nel 1986, nei suoi armadi vennero trovate migliaia di scarpe e borsette). Personaggio controverso, Marcos, morto in esilio, fu infine sepolto - tra mille polemiche - nel cimitero degli eroi di Manila. Il figlio di Marcos, soprannominato “Bongbong”, si era candidato alla vicepresidenza (il sistema elettorale prevede due elezioni separate per le due cariche), venendo sconfitto di poco: ha 64 anni ed è in politica dagli anni Novanta, avendo ricoperto incarichi di governatore, deputato e senatore. Ha sempre difeso l’operato del padre, definendo bugie le atrocità addebitate a Marcos Sr. durante gli anni della dittatura.

Altro candidato forte è Francisco Moreno Domagoso, noto come Isko Moreno: figlio di uno scaricatore di porto nato nelle baraccopoli di Tondo - nella Grande Manila - Francisco da bambino vagava tra i rifiuti per recuperare oggetti da rivendere. Nel 1993, la svolta: un talent scout lo nota durante un rito funebre e lo porta in tv per un provino. Francisco diventa Isko e anche uno dei personaggi più amati nel giro dello showman più amato, Germán Moreno. Da lì una carriera tra cinema e tv che lo ha portato in un ruolo vero - e non recitato - di vicesindaco e poi sindaco di Manila. Ora anche lui punta alla poltrona più ambita.


Isko Moreno, attore e sindaco di Manila (Keystone)

Se la dovranno vedere tutti con Manny Pacquiao, un uomo, se possibile, più famoso delle Filippine stesse: l’unico pugile della storia a essere diventato campione mondiale in otto categorie di peso diverse. Titoli, celebrità e ovviamente denaro: nel 2011 è stato lo sportivo più pagato al mondo, lui che, nato poverissimo, a 14 anni lasciò le scuole per vendere abbastanza ciambelle da sfamare i due fratelli più piccoli. Alla fine di settembre Pacquiao, 42 anni compiuti e già senatore, ha annunciato il ritiro dalla boxe via twitter, pubblicando un video di 14 minuti che sapeva già di campagna elettorale La sua parabola è perfetta per l’elettorato locale, attratto sia dalle celebrità che dalle storie di redenzione. E lui le incarna entrambe.

Inoltre non c’è campo dove Pacquaio non si sia cimentato, dalla musica al basket, dal cinema alla politica. La sua popolarità era tale che - si dice - durante i suoi incontri non avvenissero episodi di criminalità perché erano tutti davanti alla tv a tifare per lui. Ribattezzato pomposamente in patria “Ang Pambansang Kamao” (Il Pugno Nazionale), nel resto del mondo lo chiamavano tutti Pac-Man, come il celebre videogioco: se riuscirà a mangiare tutti i fantasmi candidati alla presidenza o se per lui sarà game over lo sapremo il prossimo 9 maggio.


Pacquaio sul ring (Keystone)

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