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(Keystone)
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laR
 
19.09.2021 - 19:18

L’ultimo giornalista che intervistò Bin Laden

Alcune domande al pakistano Hamid Mir sul leader di Al Qaida, il ritorno dei Talebani e il controverso ruolo di Islamabad

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Licenziamenti, censure, ma anche pallottole e autobombe: il giornalista pakistano Hamid Mir ha dovuto subire tutto questo nel corso della sua carriera. Autore e anchorman pluripremiato, il 55enne è famoso per essere stato l’ultimo giornalista a intervistare il leader di Al Qaeda Osama Bin Laden nel dicembre del 2001, a soli tre mesi dagli attentati che aveva orchestrato contro il World Trade Center e il Pentagono. In occasione del ventennale dell’11 settembre, Mir è arrivato a Lugano per il festival culturale Endorfine. Abbiamo avuto l’occasione di porgli qualche domanda.

Ci levi subito una curiosità: che tipo era Bin Laden?

Sostanzialmente gentile. L’ho incontrato tre volte, nel 1997, nel 1998 e dopo l’11 settembre. Ogni volta si è comportato in modo molto pacato, era ospitale, cercava in tutti i modi di mettermi a mio agio, anche quando la prima volta abbiamo trascorso insieme una notte in una grotta. Devo dire che tollerava anche le domande più difficili: magari si arrabbiava, ma non si rifiutava di rispondere. Anche quando ci siamo visti dopo l’11 settembre, a spaventarmi davvero erano più che altro i bombardamenti americani che stavano colpendo Kabul: ho temuto più di una volta che un missile potesse ammazzarmi. Mi ricordo che lo ascoltavo parlare e intanto pensavo “ho sbagliato a venire qua, chissà se ne esco vivo…”. Lui invece restava tranquillo, sorridente, senza paura.

Contento lui…

Era soddisfatto di avere attirato gli americani in Afghanistan. “Ho fatto cadere la superpotenza nella mia trappola”, mi diceva: “Sono venuti per vendicarsi contro di me, ma se ne torneranno a casa sconfitti”. E ancora: “Vedrai, gli americani dovranno dialogare con quegli stessi Talebani che oggi bombardano”. All’epoca non ci credevo, ora invece devo dire che alcune sue previsioni erano azzeccate. Inclusa quella di cui mi aveva già parlato nel 1997: un’alleanza dei Talebani con la Cina e l’Iran.

Visto da qui, Bin Laden appariva a molti come lo stereotipo del fanatico religioso. Si tratta di una percezione corretta?

Per me Bin Laden non va visto né come fanatico della guerra santa, né come un leader religioso, ma come un politico. Un politico che agisce impugnando le armi. Come nel caso di molti politici, poi, le sue azioni sono sempre state ben diverse rispetto all’apparente gentilezza delle sue parole.

Veniamo al suo Paese, il Pakistan. Da tempo è accusato di avere relazioni quantomeno ambigue con i Talebani. L’ex consigliere per la sicurezza nazionale H.R. McMaster ha parlato di ‘Stato nemico’, nonostante dopo l’11 settembre si fosse schierato tra gli alleati Usa. Può spiegarci meglio questo ingarbugliato ‘triangolo’?

Premetto che parlo da testimone oculare di molti eventi che hanno attraversato il mio Paese, e sfido chiunque a smentirmi. Il governo pakistano ha iniziato a supportare i Talebani nel 1995 su spinta degli americani. Ero a New York quando la premier Benazir Bhutto fu invitata dall’amministrazione Usa a far da ponte con i Talebani per ragioni strategiche. Mi spiegò che contavano su di loro affinché fornissero protezione lungo il tracciato di un oleodotto da costruire dal Turkmenistan al Pakistan, attraverso l’Afghanistan in guerra civile.

L’interesse degli Usa, quindi, era dettato da priorità economiche?

Bhutto mi disse anche che la compagnia petrolifera californiana Unocal stava finanziando il governo pakistano perché a sua volta sostenesse i Talebani, in modo da creare una rete di comunicazione tra Washington, Kabul e Islamabad. Zalmay Khalilzad – che nel 2020 ha firmato l’accordo di Doha per conto del governo Usa allo scopo di porre fine alla guerra in Afghanistan – è la stessa persona che nel 1997 aveva organizzato una visita talebana in America: al tempo collaborava anche lui come consulente per Unocal.

Fatto sta che dopo gli attentati dell’11 settembre quel ‘triangolo’ saltò. Cosa ne seguì?

Dopo l’11 settembre l’America naturalmente entrò in rotta con i Talebani. Il governo pakistano la seguì nella cosiddetta ‘war on terror’, tant’è che arrestò leader come Abdul Ghani Baradar, anche lui tra i firmatari di Doha e ora vicepremier afghano: ha passato otto anni in una prigione pakistana. Dunque non è corretto dipingere il ruoro di Islamabad come quello di complice dei terroristi, anche se sì, ci sono segmenti del governo che hanno relazioni con loro. Quello che sfortunatamente non si apprezza in America e in Europa è che il Pakistan ha perso 6mila soldati – più o meno come gli americani – e 80mila civili nella guerra al terrorismo. Abbiamo fatto un sacco di sacrifici, ma l’opinione pubblica internazionale non se ne è mai accorta.

Una parte significativa della società pakistana, però, è stata ostile all’alleanza con Washington.

Dal 2001 al 2008 il Pakistan è stato nelle mani di una dittatura militare capeggiata da Pervez Musharraf, che oltre a fornire basi militari agli americani ha sfruttato la guerra al terrorismo per rafforzare il suo potere e perseguitare l’opposizione e i media indipendenti. Migliaia di persone – attivisti per i diritti umani, giornalisti… – sono scomparse. Anche Benazir Bhutto fu uccisa dai terroristi. Ho vissuto anch’io le conseguenze della dittatura: quando mi sono espresso contro le persecuzioni mi hanno censurato, sparato, hanno cercato di uccidermi in diversi attentati. Per questo la guerra e gli stessi americani sono diventati molto impopolari in Pakistan.

Quale fu il ruolo di Islamabad nell’uccisione di Bin Laden, avvenuta proprio in Pakistan, ad Abbottabad, nel 2011?

C’è chi pensa che i servizi di sicurezza gli stessero offrendo rifugio e protezione. Io non sono d’accordo. Di sicuro non sarebbe corretto incolpare il governo dell’epoca, quello del civile Asif Ali Zardari. Un governo liberal-democratico ma debole, che si trovò a pagare le conseguenze di quell’azione: fu accusato – anche attraverso giochi sporchi e scandali creati ad arte – di avere subordinato la sovranità del Paese agli Stati Uniti.

Beh, non fa comunque comodo avere gli Usa dalla propria parte?

Guardi, più che i nostri fragili governi democratici, gli Usa hanno sempre sostenuto volentieri i nostri dittatori militari. Come Ayub Khan, che negli anni Sessanta offrì agli Usa le basi militari per contrastare l’Unione Sovietica, e il generale Muhammad Zia-ul-Haq durante la guerra tra Afghanistan e Urss. Allo stesso modo gli andava bene Musharraf.

I governi vanno e vengono, ma i servizi segreti restano. È vero che la Inter-Services Intelligence pakistana (Isi) fornisce supporto e protezione ai Talebani?

Questo non è un segreto. Tutti sanno che ci sono state relazioni tra servizi segreti e Talebani. Il caso è stato anche trattato dalla Corte suprema pakistana: un ex agente dell’Isi ha ammesso le sue ingerenze politiche. Ma potrei farle molti altri esempi.

Il timore è che il Pakistan – anche attraverso l’Isi – cerchi di ‘accreditarsi’ presso il nuovo governo afghano per mantenere la sua influenza sulla regione, col rischio però che la bomba talebana gli scoppi in mano. C’è del vero?

Il Pakistan è accusato di supportare i Talebani. Eppure questi stanno attaccando spesso i nostri soldati e hanno liberato terroristi che ora attaccano le nostre forze di sicurezza. Il capo dei servizi di sicurezza ha cercato di spiegare ai Talebani che non li possono aiutare più di tanto, che comunque devono rispettare gli accordi di Doha e i diritti umani. Invece hanno preso Kabul violando gli accordi. Ma se non li rispettano, alla fine avranno solo il sostegno di Cina e Iran.

Molti osservatori, giornalisti ed esperti accusano il governo di Imran Khan di sostenere la repressione della resistenza nel Panshir, ad esempio attraverso l’impiego di droni.

Non ci sono prove del coinvolgimento dell’esercito pakistano in Panshir. Questa è solo propaganda sui social media. Alcuni rappresentanti della resistenza afghana hanno fatto circolare foto di un attore pakistano con la divisa militare, sostenendo di averlo ucciso. Solo che non è un militare, e soprattutto è ancora vivo.

A spaventare tutti è anche la crisi umanitaria che potrebbe investire la regione. Con 2’570 chilometri di confine con l’Afghanistan, proprio il Pakistan potrebbe trovarsi a gestire grandi flussi di disperati in fuga. Che fare?

È importante che l’Afghanistan non diventi uno Stato fallito, altrimenti destabilizzerà molti Paesi nell’area. Ora gli Usa devono utilizzare quel che resta del loro potere di influenza – anche economica – per spingere i Talebani a garantire pace e sicurezza. Se così non fosse, se si andasse – Dio non voglia – verso una nuova guerra civile, l’Afghanistan tornerebbe terreno di coltura per vari gruppi terroristici, inclusi Al Qaeda e lo Stato Islamico. I profughi si riverserebbero in Pakistan, che ne ospita già quattro milioni, e qui sarebbe molto probabile una loro radicalizzazione.

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